La meravigliosa storia del primo camp per bambinə non-conforming

Nel 2008 una mamma iniziò a fotografare l'evoluzione di figl* e compagnə.

gender non conforming, progetto fotografico lgbt
3 min. di lettura

Ci sono genitori che iscrivono i propri figli e figlie gender non-conforming a programmi e corsi di terapia di conversione. Ce ne sono altri che, invece, iscrivono loro a campus estivi dove possono esprimere al 100% sé stessə e vivere la propria identità di genere non binaria in maniera totalmente libera, senza che nessuno li faccia sentire diversi. Campus estivi che sono veri e propri momenti di socializzazione, divertimento e gioco, che consentono ai bambini e bambine, attraverso il confronto con lə altrə compagnə gender-non conforming, di non subire la pressione di nascondersi o di sentirsi spaventatə dal rivelarsi, fare coming out.

La storia che stiamo per raccontarvi mostra quanto, a differenza di chi vuole riparare qualcosa che non ha alcun motivo di essere riparata, la comprensione che non esiste un unico binario prestabilito entro il quale nascere, ed il trasmettere questa comprensione ai propri figli, abbia indiscussi benefici nella vita di un* giovane gender non conforming.

progetto fotografico, gender non conforming
Nicole 2013. Nicole 2021

“Camp I am” ed il progetto fotografico che ne è nato

Nel 2008 la madre di un* bambin* gender non-conforming (ovvero coləi che non si riconosce nel binario di genere nell’espressione della propria identità) ha organizzato un “campo estivo”, noto come “Camp I Am” (il termine camp è di certo ambivalente, inteso nell’accezione queer che le ha conferito Susan Sontag).

In questo campeggio, su* figli* e altri come ləi potevano tranquillamente indossare i vestiti tipici e giocare ai giochi tradizionali del sesso nel quale si identificavano.

La madre, fotografa professionista (Lindsay Morris) iniziò a fotografare l* figli* ed altrə compagnə del campus. Nel 2021, a distanza di tredici anni, la madre ha riunito tutt* loro, ormai persone adulte.

Come testimonia al New York Times, chi ha partecipato a “Camp I am” e al progetto di Lindsay Morris, qui ha potuto sentirsi davvero sé stessə.

Questo campeggio ebbe molto successo e da allora molte altre famiglie iscrissero i propri figli a questo campus.

Ad esempio, Elias ha riassunto la sua esperienza, nella quale si ritrovano anche altr* partecipanti: “Camp mi ha regalato ricordi di esprimermi liberamente e di cosa si prova ad accettarmi. E anni dopo, questo mi ha aiutato a capire che le cose che abbiamo fatto al campo non erano in realtà qualcosa che dovevamo lasciare durante la nostra infanzia.

Nel tempo nacquero altri campeggi estivi simili, come il Rainbow Day Camp, indirizzato a bambin* da 4 a 12 anni gender non-conforming. Qui chi partecipa può scegliere un pronome a sua scelta con il quale verrà identificat* nel corso del campus.

Oggi, il protocollo maggiormente adottato negli USA, è noto come l’approccio “affermativo di genere”, che accompagna i bambini e le bambine gender non-conforming nel processo cosiddetto di “transizione sociale”, affinché possano identificarsi con il sesso col quale si identificano, piuttosto che con quello assegnato alla nascita, fino a quando non saranno adulti da poter decidere autonomamente a riguardo delle possibili opzioni mediche.

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Elias. 19 anni

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