«Essere coraggiosi non è un evento singolo, ma un viaggio che possiamo scegliere di intraprendere ogni giorno» scrive la vescova Mariann Edgar Budde nel suo libro How we learn to be brave. E il suo intervento, pronunciato martedì scorso al termine della funzione religiosa nella National Cathedral di Washington D.C. davanti al neopresidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, può essere una lezione di coraggio a tutti gli effetti. Prendendosi 14 minuti al termine del National Prayer Service di inizio presidenza, la vescova Budde è salita sul pulpito, ha intercettato lo sguardo del presidente che solo poche ore prima aveva firmato l’ordine esecutivo che riconosce solo due generi, maschile e femminile, e lo ha implorato «nel nome del nostro Dio» misericordia: «Ci sono bambini gay, lesbiche e transgender in famiglie democratiche, repubblicane e indipendenti, alcuni dei quali temono per la propria vita».
Il tono pacato della vescova strideva con la durezza che le sue parole svelavano. Poco prima, il 47esimo presidente eletto degli Stati Uniti era alla Casa Bianca a firmare un ordine esecutivo per mettere al bando tutte quelle persone che non s’identificano nel sesso biologico maschile e femminile. Una misura ideologica, un colpo di spugna ai provvedimenti presi dal suo predecessore, il democratico Joe Biden, che aveva introdotto la possibilità di non identificarsi nei generi conformi sui formulari pubblici, come per esempio sui passaporti: «A partire da oggi, la politica ufficiale del governo degli Stati Uniti prevede che ci siano solo due generi, maschile e femminile» ha detto, invece, Trump. Un provvedimento ideologico, che tende a invisibilizzare tutti i cittadini statunitensi che s’identificano nell’ombrello transgender.
La firma di un presidente, fosse anche il più potente uomo sul pianeta, non può cancellare la vita delle persone che hanno lottato fino alla morte per il riconoscimento della loro identità, e di cui la storia americana è piena, a partire da Marsha P. Johnson. Ma quello che può generare è un sentimento di paura. E di questo ha deciso di parlare la vescova, spinta da una fede che l’ha sempre messa ai margini, in ascolto delle persone più vulnerabili della società: «Avevo la sensazione che ci fossero persone che guardavano cosa stava succedendo e si chiedevano: Qualcuno avrebbe detto qualcosa sulla piega che sta prendendo il paese?» ha detto in una recente intervista. Alla CNN ha poi spiegato: «Queste sono persone che conosco. Non sono mica persone astratte, ma le frequento. Ho deciso di parlare in loro vece, presentando una visione di unità che può esserci in questo paese solo trascendendo le differenze e punti di vista e riconoscendo la nostra umanità comune».
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Una visione in controtendenza rispetto alle parole violente che il presidente degli Stati Uniti aveva pronunciato il giorno prima al suo discorso inaugurale. Davanti a una platea esultante ed eterogenea, il tycoon ha imbracciato la sua battaglia tutta ideologica contro la comunità queer. In questa pericolosa operazione è sostenuto da tantissimi americani che, durante la sua corsa presidenziale, non hanno risparmiato attacchi alla comunità Lgbtqia+, soprattutto alle persone transgender: Don’t mess with our kids era lo slogan sventolato su bandiere o indossato su magliette da chi vede un pericolo nei programmi di educazione e formazione elaborati da educatori transgender. Una visione transfobica espressione di un female rage che, pur partendo da una visione del femminismo tradizionale, sconfina in un’ostilità aperta verso la comunità queer, come nel fenomeno delle mamme anti-trans, che sui social si sperticano a denunciare le politiche inclusive di compagnie e supermercati, presentandole come un indottrinamento ideologico. Attacchi gratuiti che fomentano l’odio per una categoria di persone già messa ai margini. Per questo l’intervento di Mariann Budde, eletta vescova episcopale di Washington, D.C. nel 2011, prima donna a ricoprire tale carica, è la migliore risposta.
Non è la prima volta che Budde si è schierata contro le politiche discriminatorie di Donald Trump. Nel giugno 2020, quando il tycoon era presidente nel pieno delle proteste seguite alla morte dell’afroamericano George Floyd per mano di un agente a Minneapolis, il presidente degli Stati Uniti aveva mostrato il pugno duro per sedare le persone che chiedevano giustizia, invocando l’opzione di rispolverare l’Insurrection Act, le legge ottocentesca che attribuisce al presidente degli Stati Uniti il potere di utilizzare l’esercito federale e la Guardia Nazionale per spegnere il dissenso. Questo atto di vanità era stato accompagnato con una visita alla St. John Episcopalian Church, mostrando la Bibbia davanti alle telecamere. Un’immagine che non è piaciuta alla vescova Budde, la quale, scendendo per le strade insieme al movimento Black Lives Matter, aveva dichiarato:
«Non sostengo questa risposta incendiaria del Presidente a una nazione ferita e addolorata. In fedeltà al nostro Salvatore che ha vissuto una vita di non violenza e amore sacrificale, ci allineiamo con coloro che cercano giustizia per la morte di George Floyd e di innumerevoli altri attraverso il sacro atto della protesta pacifica».
Coraggio che, neppure stavolta, le è mancato. Peraltro, da quel pulpito, il reverendo Martin Luther King Jr. pronunciò il suo ultimo sermone domenicale prima di essere ucciso. Il cosiddetto «Pulpito di Canterbury» reca in altorilievo la firma della Magna Charta, il documento redatto nel Duecento dall’arcivescovo di Canterbury per dichiarare che neppure il re è al di sopra della legge. In questa surreale atmosfera imperiale della politica statunitense, fare lezioni dsi storia sarebbe cosa buona e giusta. E anche rileggere la Bibbia, dove Dio si schiera sempre dalla parte degli ultimi, con gli esodi di ieri e di oggi. È evidente che anche alcuni cristiani se ne sono dimenticati: «Bastava che ci fosse una donna vescovo per sapere come sarebbe andata a finire» ha replicato al discorso della vescova un’influencer cattolica come Kristan Hawkins, nota per i suoi tweet pro-life. Mike Collins, rappresentate repubblicano della Georgia alla Camera, è andato oltre: «Dovrebbe essere aggiunta alla lista delle persone da deportare». Parole che fanno rumore, come le cose che crollano. Ma la vita è una cosa che cresce lentamente, come ci insegna da poco una vescova: «Essere coraggiosi non è un evento singolo, ma un viaggio che possiamo scegliere di intraprendere ogni giorno». Non c’è un invito più calzante per questi tempi.
