Il 24 gennaio a Minneapolis un agente della U.S. Border Patrol ha ucciso Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva in servizio presso un ospedale del Dipartimento per gli Affari dei Veterani (VA). La sua morte è avvenuta durante una protesta contro le operazioni federali legate alla stretta sull’immigrazione. A poche ore dall’accaduto, la vicenda è diventata un caso internazionale: il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) sostiene che Pretti si sia “avvicinato” armato agli agenti, mentre la famiglia e diversi testimoni contestano fermamente questa versione.
Nel pieno di un clima già teso per l’uccisione, il 7 gennaio scorso, di Renée Good da parte di un agente dell’ICE, la vicenda di Pretti si intreccia ora a una domanda cruciale: cosa è successo davvero in quei pochi secondi e perché le ricostruzioni ufficiali e quelle dei presenti sembrano raccontare due scene diverse?

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Cosa sappiamo sulla morte di Alex Pretti
Secondo il resoconto dell’Associated Press, Alex Jeffrey Pretti è stato colpito a morte durante una protesta a Minneapolis. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) sostiene che l’uomo sia stato colpito dopo essersi “avvicinato” agli agenti della Border Patrol con una pistola semiautomatica 9 mm. Le autorità, però, non hanno finora chiarito se Pretti abbia effettivamente brandito l’arma.
I video girati da passanti e diffusi nelle ore successive – al centro di analisi e ricostruzioni giornalistiche – vengono citati dalla famiglia come elemento cruciale: secondo i familiari, mostrerebbero Pretti con il telefono in mano. La discrepanza tra le versioni è uno dei nodi principali dell’intera vicenda.
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Chi era Alex Pretti: il profilo di un uomo non violento
Alex Pretti era cresciuto a Green Bay, Wisconsin. Atleta a scuola (praticava football, baseball, atletica), ex Boy Scout e cantante nel Green Bay Boy Choir. Dopo il diploma, aveva studiato alla University of Minnesota, laureandosi nel 2011 in un percorso legato a “biologia, società e ambiente”; ha poi lavorato come ricercatore scientifico prima di tornare a studiare per diventare infermiere professionale. Pretti lavorava come infermiere di terapia intensiva per il dipartimento governativo che si occupa dei veterani, e la famiglia lo descrive come una persona “impegnata e solidale”.
Pretti viveva in un condominio a più unità non lontano dal luogo della sparatoria; i vicini lo descrivevano come tranquillo e disponibile. Una vicina, citata da AP, ha dichiarato: “Era una persona meravigliosa… aveva un grande cuore”. Nel racconto dei vicini, Pretti interveniva se nel quartiere c’era un problema o se l’edificio aveva bisogno di aiuto pratico.
Anche sul fronte delle armi da fuoco, emerge un elemento contestato tra testimonianze e versioni ufficiali. I vicini di casa di Pretti avevano infatti consapevolezza che possedesse armi, ad esempio per recarsi al poligono di tiro, ma si sono detti sorpresi all’idea che potesse portare una pistola per strada durante una protesta, un comportamento che non avevano mai osservato prima. Allo stesso modo, la famiglia ha confermato che Pretti aveva un regolare porto d’armi, ma ha precisato di non aver mai saputo che lui la portasse con sé nelle manifestazioni.
Secondo la ricostruzione di AP News, la sua ex moglie, che ha chiesto di restare anonima, lo ha descritto come un elettore democratico e avrebbe partecipato alle manifestazioni successive alla morte di George Floyd nel 2020. Lo descrive come una persona che poteva “urlare” contro gli agenti durante una protesta, ma che non aveva mai mostrato comportamenti fisicamente aggressivi.
Inoltre, sia AP News che ANSA collegano la sua presenza in piazza alle proteste nate dopo la morte di Renée Good, la cui uccisione fa da sfondo anche alla vicenda Pretti.
Dai registri giudiziari non risulta, infatti, alcun precedente penale a carico di Alex Pretti. Le verifiche mostrerebbero solo infrazioni stradali di lieve entità, mentre la famiglia ha confermato che Pretti non aveva mai avuto problemi con le forze dell’ordine, al di là di qualche multa per traffico.
Della sua vita privata, al di fuori del lavoro e dell’impegno civile, emerge poco: amici e familiari lo descrivono come una persona riservata, dedita al lavoro e alle relazioni quotidiane, più che alla costruzione di un profilo pubblico.
Il racconto della famiglia

Tra i dettagli che emergono con più forza dalle testimonianze della famiglia c’è l’immagine di Pretti come persona legata alla natura. Alex era un amante dell’outdoor, affezionato al cane Joule (razza Catahoula Leopard), con cui faceva escursioni e avventure; la madre, nel racconto ad AP News, sottolinea anche la sua preoccupazione per lo smantellamento di norme ambientali e per la direzione del Paese. “Amava questo Paese, ma odiava quello che le persone gli stavano facendo”.
I familiari descrivono Alex Pretti come un infermiere profondamente coinvolto nel lavoro di cura e turbato dalla situazione in città, in particolare dalle azioni dell’ICE nel quadro della stretta federale sull’immigrazione.
Il padre, Michael Pretti, come riportato da Gulf News, ha riferito che il figlio era “molto turbato da ciò che stava accadendo a Minneapolis e in tutti gli Stati Uniti con l’ICE” e che considerava le modalità delle operazioni “terribili”, citando – con parole forti – il timore che venissero “prelevate” persone dalla strada e colpite famiglie e minori. “Teneva a quelle persone, e sapeva che era sbagliato, quindi partecipava alle proteste”, ha aggiunto.
Sempre secondo la famiglia, i genitori (che vivono in Colorado) gli avevano raccomandato prudenza durante le proteste. Solo due settimane fa, l’uomo avrebbe avuto una discussione con la famiglia su questo tema: “Protesta pure, ma non farti coinvolgere”, avrebbe detto il padre, ricordando che Alex aveva risposto di esserne consapevole.
Dal racconto di chi lo ha conosciuto emerge così il profilo di un infermiere, di un cittadino politicamente partecipe e di una persona descritta come profondamente solidale verso le altre comunità, in netto contrasto con l’immagine di pericolosità delineata dalle autorità federali.
Il punto chiave: video, telefono in mano e l’arma “non visibile”
La questione più esplosiva emersa fin da subito riguarda i pochi secondi fatali che hanno preceduto gli spari: i video pubblicati e analizzati mostrano infatti Pretti con un telefono in mano, mentre registra gli agenti e tenta di aiutare altri manifestanti – in particolare una donna, spinta durante la confusione – e non con un’arma puntata contro le forze federali.
Le immagini, verificate anche da grandi testate internazionali, sembrano contraddire la versione ufficiale dell’amministrazione, secondo cui Pretti si sarebbe avvicinato agli agenti armato di una pistola. In diversi filmati si vede chiaramente che non brandisce alcuna arma – come dichiarato da vari testimoni – prima di essere afferrato dagli agenti e spinto a terra.
La famiglia: “Non riuscivamo a ottenere informazioni”
Un altro elemento che ha alimentato indignazione e sospetti è il racconto della famiglia sulle ore successive alla sparatoria.
Secondo l’Associated Press, i genitori avrebbero scoperto l’accaduto da un giornalista di AP News; avrebbero poi cercato risposte chiamando autorità e strutture sanitarie, senza ottenere informazioni immediate. “Non riesco a ottenere informazioni da nessuno”, avrebbe detto il padre, raccontando rimpalli tra polizia, Border Patrol e ospedali. Solo in un secondo momento la famiglia avrebbe contattato il medico legale della contea di Hennepin, che avrebbe confermato l’identità compatibile con nome e descrizione.
Fino alla sera di sabato la famiglia avrebbe detto di non essere stata contattata da alcuna agenzia federale “in merito alla morte” del figlio.
