Renee Good e Alex Pretti uccisi a Minneapolis, Trump: “Non erano angeli”, e ribadisce il sostegno all’ICE

Trump ammette che le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti “non sarebbero dovute accadere”, ma difende l’ICE mentre cresce la pressione politica e cala il sostegno all’agenzia federale.

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Trump, le parole su Renee Good e Alex Pretti, uccisi a Minneapolis
Trump, le parole su Renee Good e Alex Pretti, uccisi a Minneapolis
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Le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis sono diventate uno snodo cruciale nello scontro tra l’amministrazione federale guidata da Donald Trump e gli Stati a guida democratica sul ruolo e sui poteri dell’ICE. A riaccendere le polemiche sono state le recenti dichiarazioni del presidente Usa, che in una lunga intervista ha affermato che le due vittime “non erano angeli”, pur ammettendo che le uccisioni “non sarebbero dovute accadere” e riconoscendo una gestione comunicativa fallimentare da parte della sua amministrazione.

Le sue parole arrivano dopo settimane di proteste nella città di Minneapolis, teatro di una massiccia presenza di agenti federali nell’ambito della stretta sull’immigrazione voluta dalla Casa Bianca e che ora vedono un parziale arretramento dell’ICE. Sullo sfondo, un’opinione pubblica sempre più divisa e un’offensiva legislativa senza precedenti negli Stati democratici per limitare l’azione delle autorità federali.

Trump

Trump, l’intervista dopo le morti di Renee Good e Alex Pretti

Nel corso di un’intervista rilasciata a NBC News e rilanciata da AOL, Trump ha riconosciuto che le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti non erano giustificate. Alla domanda diretta se quanto accaduto fosse legittimo, il presidente ha risposto seccamente: “No”. Ha poi aggiunto: “Non sarebbe dovuto accadere. È stato un episodio molto triste, anzi due episodi”.

Una presa di posizione che segna una parziale correzione rispetto alla linea iniziale del governo, che aveva giustificato l’uccisione di Renee Good parlando di “terrorismo interno” e sostenuto che Alex Pretti avesse “impugnato” un’arma. Tuttavia, Trump non ha mai messo in discussione l’operato complessivo dell’ICE, ribadendo il proprio sostegno alle forze dell’ordine federali.

“Lui non era un angelo, e lei non era un angelo”, ha dichiarato parlando con il giornalista Tom Llamas. “Detto questo, non sono contento di quello che è successo. Nessuno può esserne felice, e nemmeno l’ICE era contenta”. Subito dopo, la riaffermazione di una linea politica netta: “Io starò sempre dalla parte delle nostre grandi forze dell’ordine. Dobbiamo sostenerle. Se non le sosteniamo, non abbiamo un Paese”.

Il problema comunicativo secondo Trump

Uno dei passaggi più caldi dell’intervista riguarda l’ammissione di una debolezza comunicativa dell’amministrazione. Trump ha sostenuto che gran parte delle reazioni negative alla stretta migratoria non deriverebbe dalle operazioni in sé, ma da come queste vengono raccontate e percepite. “Quello che succede è che, secondo me, facciamo un lavoro fenomenale, ma non siamo bravi nelle pubbliche relazioni”, ha affermato, lasciando intendere che il governo potrebbe adottare un “approccio più morbido” sul piano comunicativo.

Nonostante l’ammissione del tycoon, la tensione resta alta e la gestione dell’ordine pubblico continua a essere al centro delle critiche, soprattutto da parte delle comunità migranti e dei movimenti per i diritti civili, che parlano apertamente di “uso sproporzionato della forza” e di un clima di paura diffuso.

Il parziale ritiro dell’ICE e il calo del consenso

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Nel clima seguito alle uccisioni di Good e Pretti, lo “zar del confine” Tom Homan ha confermato che l’ICE ridurrà la propria presenza a Minneapolis. Almeno 700 agenti federali lasceranno la città, portando il numero complessivo di operativi a circa 2.000. Una decisione letta da molti come il segnale di una pressione politica crescente e di un tentativo di disinnescare le proteste.

Parallelamente, i dati demoscopici indicano un netto calo del sostegno popolare all’agenzia federale. Un sondaggio di YouGov mostra che il 46% degli statunitensi si dichiara ora favorevole all’abolizione dell’ICE, superando il 41% che continua a sostenerla. Un ribaltamento significativo rispetto a giugno 2024, quando un’indagine CBS/YouGov rilevava che il 62% degli americani era favorevole alla deportazione di tutte le persone immigrate senza documenti.

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Lo scontro legale: gli Stati democratici contro Washington

Secondo un’analisi pubblicata da El País (edizione USA), le morti di Renee Good e Alex Pretti hanno accelerato un’offensiva legislativa negli Stati guidati dai Democratici. L’obiettivo è limitare i poteri delle autorità per l’immigrazione e introdurre meccanismi di responsabilità per abusi e violazioni dei diritti costituzionali.

Le iniziative spaziano dalla possibilità di intentare cause civili contro gli agenti federali alla riduzione della cooperazione tra polizie locali e ICE. Una risposta diretta all’agenda anti-immigrazione dell’amministrazione Trump, che si inserisce in uno scontro già acuito la scorsa estate, quando il presidente ordinò il dispiegamento della Guardia Nazionale a Los Angeles senza il consenso del governatore.

“Le tattiche aggressive della seconda amministrazione Trump hanno generato un nuovo senso di urgenza”, ha spiegato Ann Garcia, avvocata senior del National Immigration Project. “Si tratta di colmare un grave vuoto di responsabilità che oggi impedisce alle persone i cui diritti sono stati violati da funzionari federali di presentare cause civili”.

La California e la “No Kings Law”

La California è diventata il principale laboratorio di questa strategia. Il Senato statale ha approvato la cosiddetta “No Kings Law”, che consentirebbe di citare in giudizio funzionari federali, inclusi gli agenti dell’ICE, per violazioni di diritti costituzionali come la libertà di parola e di protesta pacifica, perquisizioni illegali e pratiche discriminatorie.

La senatrice democratica Lena Gonzalez ha definito la legge una tutela contro “le tattiche sempre più aggressive, illegali e violente di questa amministrazione”. Accanto a questa misura, lo Stato ha promosso norme per vietare arresti di persone migranti nei pressi dei tribunali, limitare la cooperazione della polizia con l’ICE e impedire agli agenti locali di lavorare contemporaneamente per il Dipartimento per la Sicurezza Interna. È stata inoltre approvata la legge “No Secret Police”, che vieta agli agenti di indossare maschere durante le interazioni con il pubblico.

Dal Colorado a New York: la posizione degli altri Stati

Altri Stati stanno seguendo strade simili. In Colorado, una proposta consentirebbe a chiunque venga ferito durante un’operazione migratoria di citare in giudizio gli agenti federali. In Delaware si discute l’eliminazione dei benefici fiscali per le compagnie aeree che collaborano alle deportazioni. In Wisconsin è in valutazione una legge ispirata al modello californiano, mentre nello Stato di Washington si punta a vietare la raccolta di informazioni sullo status migratorio nelle scuole. A New York, la procuratrice generale ha annunciato un programma di osservatori legali per monitorare le operazioni dell’ICE.

Secondo Muzaffar Chishti, ricercatore senior del Migration Policy Institute, questo coordinamento segna un cambio di paradigma. “Solo pochi mesi fa sarebbe stato considerato suicidio politico limitare l’applicazione delle leggi sull’immigrazione”, spiega. “Oggi quello che era un vantaggio per i Repubblicani è diventato una vulnerabilità”.

La risposta repubblicana e il rischio Corte Suprema

Negli Stati governati dai Repubblicani, la direzione è opposta. In Florida, il governatore Ron DeSantis ha promosso un pacchetto di leggi che rafforzano l’agenda migratoria di Trump, introducendo restrizioni su prestiti e servizi per le persone senza documenti e sanzioni per le aziende che le assumono.

Il governo federale ha già avviato cause contro California e Illinois, sostenendo che le leggi statali siano incostituzionali e mettano a rischio la sicurezza degli agenti federali. Secondo Stephen Yale-Loehr, professore emerito di diritto alla Cornell University, la questione potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema. “L’immigrazione è una politica nazionale, ma gli Stati possono scegliere di non cooperare quando ritengono che quel potere venga abusato”, osserva.

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