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Chi era Goliarda Sapienza?

Goliarda la partigiana e la dissidente, Goliarda la ladra, la pazza, Goliarda la diva del cinema, Goliarda la scrittrice impegnata, Goliarda di nome, Goliarda di fatto. Goliarda Sapienza ha sempre vissuto nel futuro e oggi, finalmente, vive dappertutto, ogni luogo e ogni tempo.

Chi era Goliarda Sapienza? - Matteo B Bianchi9 - Gay.it
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Se è vero per tutti noi – come mi ha detto lo scrittore Marcello Fois al corso di scrittura, qualche mese fa – che il nostro nome racconta, in un modo o nell’altro, già la nostra storia, allora questo assunto dev’essere dato per certo se parliamo di Goliarda Sapienza. Sulla cui biografia si registra una fremente curiosità audiovisiva: Valeria Golino la interpreterà nel prossimo film Fuori di Mario Martone, nel cui cast figura anche Elodie;  e sempre Valeria Golino ha diretto la serie tv tratta dal monumentale romanzo di Sapienza “L’arte della gioia.

Figlia di Maria Giudice – giornalista e sindacalista socialista, prima donna a capo della Camera del Lavoro di Torino – e di Giuseppe Sapienza, avvocato «dei poveri», anch’esso socialista – Goliarda eredita il nome da un fratello, figlio di Giuseppe e della prima moglie, morto in mare, affogato, tre anni prima della sua nascita, probabilmente per mano della mafia o dei fascisti. Un goliardo, nel medioevo, era una sorta di menestrello libero, che conduceva una vita raminga e zingaresca, votata all’anarchia e alla totale gioia dei sensi, in perenne conflitto con l’ordine costituito. Giuseppe Sapienza, convintamente ateo, sceglie questo nome per i suoi figli perché dissociato dalle anagrafiche dei santi e dei beati. Era, inoltre, sicuro Sapienza che il destino di una persona fosse già incapsulato nel suo nome. Un nome di cui la scrittrice dirà: «Sono sola. Nessuna si chiama come me». Un nome che fissa il segno di un’emarginazione e, al contempo, celebra la gioia di un’esistenza vissuta ai quattro venti, mai addomesticata, mai ferma, mai certa.

Essere Goliarda Sapienza - Universo letterario

È tutta un dubbio, infatti, la vita di Goliarda Sapienza. Un territorio ambiguo in cui fattualità e immaginazione si mescolano sfilacciando i confini tra ciò che è romanzo e ciò che invece è il solito inseguirsi dei giorni. È tutta un romanzo, l’esistenza di Goliarda Sapienza. È così, almeno, che arriva a noi: come una storia lunga e tormentosa, un racconto picaresco dove Picaro è una ragazza siciliana che vuole fare il cinema e poi la scrittrice. Un family novel che evidenzia in controluce il tessuto nervoso del nostro pianeta. Ed è su questa ambiguità, sul disintegrarsi delle soglie tra un mondo e quell’altro, che Sapienza ha costruito disordinatamente la sua postura di donna e di intellettuale. Della sua vita ha fatto un romanzo, dei suoi romanzi ne ha fatto la vita e anche la morte. Dei suoi romanzi ha fatto tutto, perché i suoi romanzi, e in generale il gesto dello scrivere, erano la sua vita, la sua felicità. L’unica cosa viva, l’unica cosa felice.

Secondo i documenti – questo non lo abbiamo detto – Goliarda Sapienza viene alla luce a Catania, il 10 maggio 1924. Se il primo dato, quello geografico, è certo, il secondo, quello cronologico, non lo è in alcun modo: Giuseppe Sapienza e Maria Giudice registrano il suo nome all’anagrafe solo molti giorni dopo la nascita. «Non appena abbiamo trovato il tempo», diranno. Nascere, in casa, era una cosa di poco conto. D’altronde, Goliarda non era che l’undicesima di una cucciolata incestuoso-diasporica, la più piccola tra le bestiole lasciate a crescersi da sé, lasciate a crescere dalla terra. Nascere era un cosa da poco conto. Così come l’amore, così come l’affetto. Quello che contava era la politica, l’ideologia, la lotta anti-fascista. Quello che contava era il dissenso, la rivendicazione di classe, la ripartizione equa di ogni bene. Alla figlia, Giudice dirà che la sua vita per lei non conta più di quella di altri bambini: uno squarcio per la piccola Goliarda, un livido grande quanto il cielo, non essere la prescelta. Non avere una madre come le altre, non avere un nome come le altre. Sola, senza nome e senza madre. Sola, in mezzo alle idee.

Goliarda Sapienza, ladra e signora [di Natalia Aspesi] - la Repubblica

In questo deserto, in questo disordine, c’è un solo luogo in cui Goliarda può dirsi protetta: il cinema. Lo frequenta assiduamente, ci passa – seduta in galleria – interi pomeriggi e così lo indaga con avidità, prova a capirlo, vuole farlo. Per questo, a sedici anni, trasferitasi a Roma con la famiglia, si iscrive all’Accademia nazionale d’arte drammatica, diretta allora da Silvio D’Amico, dove impara a guardare il mondo con il filtro della mistificazione, dove inizia a manomettere l’ingranaggio dicotomico realtà-finzione. A chiedersi dove finisca lei e dove inizino le sue personagge. La recitazione è il palcoscenico perfetto per esplorare fino in fondo tutte le contraddizioni dell’esistenza, ma la rigidità dell’Accademia spinge Goliarda ad allontanarsene. Qualcosa in lei sta nascendo, qualcosa in lei deflaglerà nel 1953 alla morte di sua madre. Durante una notte insonne, durante questa «fatica del lutto», al fianco di Citto Maselli, regista e compagno per diciotto lunghi anni, Sapienza scrive il suo primo testo, una poesia, A mia madre. L’indomani Maselli la legge e comanda: «Scrivi. Devi scrivere». È il solo imperativo che Sapienza riuscirà a farsi imporre. Scrive. Deve scrivere. Di fatto non farà mai più altro. Vivrà per scrivere. Scriverà per vivere. Qualcosa stava per esplodere ed è esplosa. Seguono anni di intensa e tesissima ricerca artistica: Goliarda, sino a quel momento dedita alla settima arte, rivà ai grandi classici della letteratura mondiale. Li fruga, li viviseziona, si lascia incendiare. Continua a scrivere in versi e si cimenta con le prime prose. Poi, nel 1962, in seguito a una serie di episodi depressivi, la scrittrice tenta per la prima volta (lo rifarà due anni più tardi) il suicidio, viene ricoverata, sottoposta alla pratica dell’elettroshock, che disintegra i suoi ricordi. Supportata dalla psicanalisi, con la quale avrà sempre un rapporto ambivalente e conflittuale, Sapienza si aggrappa così alla scrittura per riprendere le fila della sua vita e fare i conti con i suoi abissi, i dubbi, tutte le malinconie, tutte le fatiche.

Chi era Goliarda Sapienza? - Matteo B Bianchi8 - Gay.it

Sembra retorico – me ne rendo conto – parlare di letteratura e di salvezza. Eppure, vi prego, di fare uno sforzo ulteriore: non è il mio un modo per costruire un panegirico enfatico sul potere taumaturgico delle parole, ma, al contrario, il desiderio di sottolineare che la letteratura, soprattutto per chi la scrive, è una pratica. Non un’idea, come spesso si crede, ma un’urgenza delle mani, una consuetudine della mente. Scrivendo, tra l’altro, Sapienza capisce di dover tornare alla sua infanzia, convinta che lì, su quel terreno sanguinolento, vi è abbandonata da qualche parte la chiave per comprendersi, per vedersi (o intravedersi) almeno un attimo intera, per cercare il segno di una coerenza interna tra quello che è e quello che è stato. Così, nel 1967, scrive e pubblica Lettera aperta. Poi, due anni più tardi, è la volta di Il filo di mezzogiorno. Il primo è un’esplorazione dei suoi anni di bambina, il secondo un resoconto della sua esperienza con la psicanalisi. Tutta la biografia per Goliarda Sapienza è autobiografia. E tutta l’autobiografia è letteratura. Non esiste distinzione alcuna. Tutto è vero, niente è vero. Quello che raccontiamo è sempre filtrato e non conta poi molto nella sua essenza. Ciò che conta è il recupero della memoria emotiva: lì nasce la letteratura. L’esperimento autobiografico avrebbe dovuto concludersi con un terzo testo, rimasto incompiuto, dal titolo L’arte del dubbio. La genesi, poi abortita, del libro è ostacolata dall’emergere di una nuova storia, di una nuova personaggia: Modesta, che sarà la protagonista de L’arte della gioia, il grande capolavoro di Sapienza. Modesta, una ragazzina, poi donna caparbia, e ostinata, pronta a tutto, davvero a tutto – omicidio compreso – per dirsi felice, si prende tutto lo spazio che c’è, tutto lo spazio di cui ha bisogno. Modesta non lascerà più tregua a Goliarda. Mai più.

Per scrivere questo mastodontico romanzo Sapienza impiega circa un decennio e alla sua pubblicazione dedicherà quello che resta della sua vita. Sono anni di indigenza e isolamento, di abdicazione dal mondo. Per vivere, in attesa di poter campare di scrittura, vende i quadri ereditati dai genitori e, com’è noto, qualche volta ruba. È proprio un furto ai danni di un’amica a trascinarla in carcere, a Rebibbia, all’inizio degli anni Ottanta. Difficile, oggi come allora, finire in carcere per un furtarello di poco conto, soprattutto per una donna adulta. Eppure, Goliarda il carcere lo ha cercato, ha desiderato la reclusione: per scrivere delle carceri, devi vivere le carceri, viverle davvero, viverle da dentro: «Il carcere – scriverà – è sempre stato e sempre sarà la febbre che rivela la malattia del corpo sociale». La prigionia, inoltre, non è che la metafora più adatta, più calzante, per descrivere la condizione delle donne, di tutte le donne: tutte nate, cresciute e infine morte in quel carcere asfissiante che è la società patriarcale.

L’arte della gioia è, in prima stesura, terminato nel 1976, ma Sapienza lo ri-lavora ancora per i seguenti tre anni. In questo non è da sola, al suo fianco, ad aiutarla, c’è il compagno Angelo Pellegrino. Nel 1979 il romanzo è pronto per essere accolto da un editore: viene proposto a Rizzoli, a Einaudi, a Mondadori e a Rusconi, ma tutti rifiutano di pubblicarlo. Per una parte della critica letteraria questi no sono imputabili al contenuto «scabroso» del romanzo: Modesta Brandiforti, come si è detto, è una protagonista amorale e disordinata, una donna di pietra in continuo movimento. Ne osserviamo l’infanzia sregolata, la crescita ostinata e la corsa verso il sole, gli innamoramenti e le passioni, facciamo esperienza con lei del piacere e dell’odio più feroce. L’arte della gioia è un testo sfacciatamente (auto)erotico, storico e politico. Racconta il Novecento, sì, dalla prospettiva di una donna che incontra il socialismo e abbraccia la fede socialista – come fece la stessa Sapienza a diciassette anni, quando si avvicinò alla lotta partigiana – ma racconta anche la vita minima di una donna che uccide madre, sorella e benefattrice, una donna che si masturba, che ama gli uomini e le altre donne, che non scende a compromessi e non segue percorsi già scritti, incapace di cedere al fascino di qualsiasi forma di potere. Femminismo compreso. In questo, ancora una volta, Modesta è assai simile alla sua creatrice: femminista, sì, ma dubbiosa e polemica nei confronti di un certo femminismo separatista, che – crede – al posto di cambiare il paradigma patriarcale, se ne appropria reiterandolo. Il femminismo di Sapienza, infatti, si esprime con le parole, si esprime con la letteratura. Di rado con il collettivismo, di rado con le piazze.  Modesta – e con lei Goliarda – è una donna che disturba, spesso anche noi che leggiamo, e che fa esercizio profondo della sua libertà.

Vita con Goliarda Sapienza, l'ex marito racconta la scrittrice della gioia - la Repubblica

È scrivendola, descrivendola, lavorandoci intorno, che Goliarda Sapienza esplora, come si può immaginare, la sua stessa libertà. Solo nella scrittura può essere libera, solo nella scrittura può essere felice. Se è vero che il contenuto ruvido del testo non aiuta a renderlo digeribile, è altrettanto vero che questo viene ostacolato da un ulteriore fattore di carattere editoriale. L’arte della gioia è un romanzo lungo e nella sua lunghezza è un romanzo complesso, policentrico e affastellato di pensiero. Gli anni Settanta, di contro, insieme ai Cinquanta (e – aggiungerei – a quelli che stiamo vivendo), sono i meno romanzeschi di tutta la nostra storia letteraria: come sempre, all’indomani delle agitazioni – che siano i conflitti mondiali, le crisi o le rivendicazioni delle BR – la scrittura abbassa spesso il capo di fronte al bisogno di analisi ed elaborazione. Due sole eccezioni in tutto il decennio: La storia di Elsa Morante, caso editoriale impareggiabile, uscito nel 1974, e Il nome della rosa di Umberto Eco (1980). Per questo, il capolavoro di Sapienza, pur legandosi evidentemente al recente passato, risulta essere fuori tempo e abita un tempo tutto suo. Arriva in ritardo, parla al futuro.

L'arte della gioia, Goliarda Sapienza. Giulio Einaudi editore - Supercoralli

Bisognerà aspettare il 1994 per vedere pubblicato, anche se parzialmente, il romanzo. Grazie al lavoro di Angelo Pellegrino, infatti, i primissimi capitoli de L’arte della gioia sono editi da Stampa Alternativa, una casa editrice di segno femminista, chiaramente schierata a sinistra. Sapienza è felice e, al tempo stesso, rassegnata. Capisce che la storia di Modesta rimarrà relegata ai ranghi della piccola editoria, non scavalcherà i confini, non apparterrà a tutte. Muore, con questa convinzione, nell’agosto del 1996, in piedi davanti a un porta affacciata sul mare, per un colpo di cuore. Negli ultimi anni è più ricca che mai. Per la prima volta, a settant’anni – Goliarda ha un’entrata fissa, uno stipendio che la fa sentire tranquilla, economicamente. Da qualche tempo, infatti, è tornata al teatro, alla recitazione, insegnandola, dando tutto di sé alle sue allieve – Paola Minaccioni e Valeria Golino, tra queste – alla cultura del suo paese.

Quello che Sapienza non saprà mai è che Modesta, invece, i confini a un certo punto li scavalcherà, arriverà dove non avrebbe mai pensato di arrivare. Nel 2004, il manoscritto giunge nelle mani dell’editrice tedesca, Waltraud Schwarze, che se ne innamora e lo pubblica, tra il 2005 e il 2006, in due parti: In den Himmel stürzen e Die Signora. Un’edizione completa, in un’unico volume, uscirà invece per la Aufbau nel 2013 con il titolo Die Unvorhersehbarkeit der Liebe, ossia l’imprevedibilità dell’amore. La svolta, però, arriva grazie alla ricezione francese del romanzo. Per farla breve: Schwarze propone il titolo alla collega Viviane Hamy – a capo dell’omonima casa editrice, allora indipendente e oggi parte del gruppo Flammarion – che affida il romanzo di Sapienza alla cura e alla traduzione di Nathalie Castagné. È il 2006 e in pochissime settimane L’arte della gioia vende oltre ottanta mila copie. Cifre importanti per il mercato editoriale. Un miracolo se consideriamo la storia letteraria di Goliarda Sapienza. Del libro, Castagné dirà: «È stata un’avventura esistenziale più che letteraria. Un colpo di fulmine. Tanto che ormai con Goliarda ci vivo insieme da anni, fa parte della mia vita e mi arrabbio persino, delle volte». L’eco francese intorno al libro non può lasciare indifferenti le case editrici italiane: ora tutte vogliono Goliarda. Ora tutte vogliono Modesta. La spunta Einaudi, per scelta di Pellegrino, convinto giustamente che l’editore torinese avrebbe potuto dare il giusto riconoscimento, la giusta legittimità a un testo e a una scrittura così ammantati di Novecento, così radicalmente antifascisti, così letterari e popolari. Dal 2008 a oggi, anche in Italia, L’arte della gioia continua a vendere circa diecimila copie l’anno. È, di fatto, quello che in gergo, chiamiamo un long seller.

L'arte della gioia, la serie tv farà un po' arrabbiare i puristi del romanzo | Wired Italia

Oggi Goliarda Sapienza sta finalmente vivendo il suo rinascimento: è protagonista di spettacoli teatrali, serie tv e film (si pensi all’omonima serie tv diretta da Valeria Golino o al film di Mario Martone, attualmente in lavorazione, che vedrà la partecipazione di Golino stessa, di Matilda De Angelis e di Elodie), di canzoni (Ognunu havi n’sigretu, il brano in siciliano scritto da Carmen Consoli e cantato dalle Malmaritate è dedicato alla sua vita) e podcast. Goliarda la partigiana e la dissidente, Goliarda la ladra, la pazza, Goliarda la diva del cinema, Goliarda la scrittrice impegnata, Goliarda di nome, Goliarda di fatto. Goliarda Sapienza ha sempre vissuto nel futuro e oggi, finalmente, vive dappertutto, ogni luogo e ogni tempo.

 

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