Cinetravestì: il travestitismo diventa trendy al cinema

Tutti in drag con Les nuits d’été e Réalité: pura liberazione senza facili carnevalate.

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Cinetravestitismo, si può già parlare di tendenza? Dopo l’infiorescenza identitaria del vedovo sconsolato dell’ozoniano Una nuova amica, un coraggioso Romain Duris che si sottopone a dolorose cerette ed elaborate sessioni di make up per ritrovare la vitalità nei panni dell’appariscente Virginia, abbiamo visto in Francia due film che confermano l’orientamento ‘gender drag’, ossia l’esordio dell’italofrancese Mario Fanfani, il mansueto dramma retrò “Les nuits d’été”, e il delirante surrealista “Réalité” dell’impazzito folletto canadese Quentin Dupieux. Ma attenzione, qui il travestitismo non ha nulla di comico o ‘mascherante’, come un colorato gioco d’avanspettacolo nello stile de “Il vizietto” o “Di giorno e di notte (Pédale douce)”, bensì rappresenta più un sogno liberatorio o comunque una fuga dal reale calata però nel concreto, una vera incarnazione identitaria che magari dura solo qualche ora, all’insegna di uno sdoppiamento puramente gender in cui il desiderio sessuale è in realtà tenuto molto a bada.

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Nelle quiete atmosfere d’antan del sussurrato e malinconico “Les nuits d’été”, premiato col Queer Lion all’ultimo Festival di Venezia, la novità consiste infatti nel ridurre la componente camp a suo modo ‘carnevalesca’ del travestitismo al fine di accompagnare per mano lo spettatore nell’evasione segreta di Michel (un consapevole Guillaume de Tonquédec), notaio irreprensibile nella Francia del 1959, in piena guerra d’Algeria, sposato con un figlio avuto dalla servizievole moglie Hélène (una delicata Jeanne Balibar). Michel, di nascosto, si diverte a travestirsi da elegante signora borghese, insieme ad alcuni amici anch’essi in drag, all’interno di una villa isolata nella campagna boschiva ai piedi dei Vosgi. Ma non immaginatevi feste scatenate o promiscuità selvaggia: il gruppetto di pacate madames ricrea invece una sorta di quotidianità alternativa, in cui stirano, si raccontano piccoli e grandi drammi personali, fanno passeggiate in mezzo alle fratte, cantano arie d’opera, subiscono l’omofobia degli abitanti del villaggio quando vanno a fare la spesa. Come dice il regista, “per Michel travestirsi è una sorta di sollievo, una risposta inconscia al trauma della Seconda Guerra Mondiale, vissuta con il suo amico Jean-Marie (Flavia in drag, incarnato da un dolente Nicholas Bouchaud, n.d.r.). Questo trauma lo rende ancora cieco rispetto agli importanti movimenti politici che stanno sorgendo davanti ai suoi occhi”. La parte più spassosa e vitale dell’interessante dramma, a tratti leggermente inerte, è appannaggio della leggendaria Zazie de Paris che legge alle compagne un vero e proprio statuto regolato da nove norme su come vivere la loro ritrovata femminilità: l’articolo uno recita un esplicativo “siamo donne per scelta, per decreto, per piacere”.

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Anche nel folle “Réalité” della scheggia impazzita Dupieux – per dirvi il personaggio, l’avevamo incrociato cinque anni fa al Palais des Festivals di Cannes mentre camminava indifferente in smoking facendo rotolare uno pneumatico (assassino) per la presentazione dello stralunato horror cormaniano “Rubber” – il preside barbuto della scuola frequentata dalla piccola protagonista paffuta il cui nome dà il titolo al film, si diverte a indossare un castigato tailleurino impiegatizio e scarpe con tacco robusto, senza trucco facciale, per andare in giro su una camionetta militare e consegnare fiori ad anziani sconosciuti (!). Anche qui l’intenzione non è tanto ridicolizzare il personaggio per far ridere gli spettatori più faciloni, ma rappresenta una straniante ricerca di un’identità celata, ai confini della fuga onirica (ma forse è proprio tutto un sogno, come suggerisce la scena dalla psicanalista interpretata da Elodie Bouchez). Cineatto creativo di libertà assoluta, “Réalité” è una sorta di inclassificabile ed eccentrico video-trastullo teorico sull’interazione fra realtà e rappresentazione, costruito a scatole cinesi: la piccola Réalité scopre un vhs fra le interiora del cinghiale ucciso dal padre.

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Su di essa è registrato il film (stesso?) sulla vita di un cameraman (Alain Chabat) alla ricerca dell’urlo perfetto intenzionato a farsi finanziare un improbabile horror dal titolo “Waves” (“Onde”) il cui produttore è il medesimo del film su Réalité che un vegliardo documentarista gli sta mostrando in una proiezione privata. Qualche momento genialoide – il sonno di Réalité viene ripreso come in “Sleep” di Warhol, all’iniziale insaputa dello spettatore -, autocitazioni ludiche (il cinema che proietta “Waves” ha in cartellone “Rubber 2”), il cameo deluxe di Michel Hazanavicius, regista di “The Artist” che premia il cameraman, riflessioni sulla suspence (“più passa il tempo e più lo spettatore diventa esigente”), il metacinema come ultima frontiera (illusione?) della realtà. Ma forse il cinema è proprio la versione drag del reale, abbellito e ripulito dei tempi morti, anche se, come dice Zazie nell’articolo 8, forse non c’è alcuna differenza, poiché “essere donna significa essere tutti uguali”.

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