L’incredibile nonchalance con cui Lamine Yamal ha indossato una giacca Chanel ha mandato in brodo di giuggiole gli osservatori più attenti, a pochi giorni dal Mondiale USA Canada Messico nei quali il 18enne giocherà con la maglia numero 19 della Spagna. Ma perché questa foto di Lamine che indossa un tailleur (pardon, un abito) di Chanel ha strabiliato i più?
Sia chiaro, parliamo soltanto di una foto. Eppure, come già quella in cui sventola la bandiera palestinese sul camion dei festeggiamenti del Barcelona per la vittoria in Liga, Lamine entra nel dibattito anche con una semplice foto di moda. Perché è il contesto, che conta. E il contesto, parlando di calciatori prestati alla moda, è una cronistoria di forzature che hanno sfondato la barriera del ridicolo. Fatta eccezione per quell’innatamente stiloso che fu David Beckham (a proposito, dall’archivio di Gay.it un articolo del 2001 dal fulgido titolo: Tutti pazzi per Beckham).
Avete presente certi calciatori che si fanno fotografare da giganti della fotografia di moda in completi di sartoria napoletana con l’espressione di chi non capisce bene dove si trova? O altri che firmano con Armani o Vuitton o Gucci o nonsocché, e poi indossano la polo del brand negli aeroporti come fosse un cartellino giallo? E quelli che appaiono sulle copertine delle riviste di moda con lo sguardo fisso nel mezzo, lontanissimi dal proprio corpo, abitati dall’abito come case in affitto, pescilessi che pur pieni di soldi e gloria finiscono nella trappola di qualche fotografo ambiziosetto?
Per capirci: vedasi gli algidi servizi fotografici che su Vogue Turchia ritraggono la nuova stella del calcio italiano, lo juventino Kenan Yildiz, con addosso una moda che svuota il 10 bianconero della sua comprovata aurea (e ce ne vuole, considerando il livello di adorazione generato dal fuoriclasse turco).
Una certa moda ha prodotto decenni di questo modo di trattare i calciatori come fossero popstar, commettendo errori spettacolarmente ridicoli: ragazzi fortissimi dentro un rettangolo verde, persi appena usciti da lì, affidati agli stylist come bambini a babysitter acchiappate all’ultimo secondo su qualche app, con risultati che nessuno ricorda.
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Poi c’è Lamine Yamal. Che si è presentato al ritiro della nazionale spagnola in giacca di tweed bouclé Chane nera, profili bianchi, bottoni dorati con la doppia C, crop, senza bavero, con sotto un girocollo, in mano una shopper enorme, e al collo un paio di cuffie Beats color rosa. Non c’era nessuno stylist. Non c’era nessun contratto in vista da giustificare. O forse sì, ma camuffato benissimo (la domanda che si rincorre è: queste foto le ha pagate Beats o Chanel o tutt’e due? Oppure nessuno?).
Di sicuro non c’era alcun servizio fotografico programmato. C’era Lamine, con diciotto anni e quella giacca, e il peso specifico di chi sa perfettamente cosa sta facendo senza bisogno di spiegarlo. Questo è il punto che sfugge, quando si prova a raccontare Yamal attraverso la moda, ma anche attraverso le sue effervescenze da diciottenne incollocabile nel vecchio mondo dei dinosauri del calcio che fu.
Qualche giorno prima di presentarsi al ritiro in Chanel, Yamal aveva fatto il suo debutto pubblico con Inés García Santos, creator sivigliana di 21 anni, alla cena del Barcellona per la vittoria della Liga. Lei fa contenuti di moda e lifestyle. Lui si presenta ai ritiri nazionali in tweed bouclé. Non è chiaro se ci sia lo zampino di Inés in questa follia Chanel.
Ora, mettiamo nero su bianco questo: Yamal è tutto fuorché un’icona di stile. Diciamo anche che lo è diventato nel modo sbagliato, cioè nel modo giusto: senza annunci, senza campagne, senza la macchina che trasforma i campioni in testimonial e i testimonial in cartelloni pubblicitari ambulanti. Chanel, che ha aperto al mondo maschile con calcolata e prudente lentezza, e che sceglie i propri ambassador con una cura maniacale paranoica, non ha ancora detto niente su di lui. Secondo alcuni rumors, il brand più established del fashion system si sarebbe invaghito della nuova mascolinità riverberata da Yamal e vorrebbe coccolare Lamine per qualche tempo, testare il terreno, per poi sfoderare un progetto a lungo termine non solo per i vestiti della linea uomo, ma addirittura per un nuovo profumo ad hoc. E come tutti sanno, i profumi di Chanel sono tra i più venduti al mondo (negli ultimi anni, dopo il compianto Gaspard Uliel, si sono alternati prima Timothee Chalamet e poi Jacob Elordi come testmonial del vendutissimo Bleu di Chanel).
La moda indossata è quello che succede nei servizi fotografici che nessuno ha chiesto: il centravanti con lo sguardo da cervo abbagliato dentro un trench che costa quanto un’utilitaria, il terzino che stringe tra le mani una borsa come fosse un trofeo conquistato per caso, un Riccardo Calafiori che riempie le mutande di un brand underwear. Ci siamo capite, insomma.
La moda abitata è un’altra cosa: è sapere che una giacca Chanel non è un costume, è un linguaggio, e usarla per dire qualcosa di vero su sé stessi. Yamal quella giacca l’ha indossata con la propria goffaggine: per questo funziona. Mentre su Vogue Turchia Kenan Yildiz veleggiava su patinate foto da studio, volto piallato dal makeup e pose da modello mestierante, Lamine se ne stava nel suo tailleur (pardon, abito) Chanel come un adolescente alla festa di cerimonia del matrimonio dello zio ricco. Stupendo, vero, onesto e quindi aspirazionale nella chiave contemporane di oggi.
Il Mondiale 2026 non è ancora iniziato. Yamal ha già generato più conversazioni interessanti fuori dal campo che dentro. Vedremo cosa succederà nell’arena dei mondiali fagocitati dalla smania di protagonismo dell’implacabile coppia Trump/Intanfino: Lamine potrebbe sventolare loro in faccia la bandiera palestinese indossando Chanel. Vamos!



