CONDANNATO PER OMOSESSUALITÀ

Nel 1968, Aldo Braibanti veniva mandato in carcere per nove anni a causa della sua amicizia col giovane Giovanni. Ora, Gabriele Ferluga ricostruisce quello caso scandaloso nei particolari.

CONDANNATO PER OMOSESSUALITÀ - braibanti - Gay.it
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È strano come fatti della nostra storia recente che per molto tempo nessuno ha preso in considerazione ritornino improvvisamente all’attenzione di molti. Il caso Braibanti che nel 1968 infiammò gli animi degli italiani è tornato da qualche tempo alla ribalta. L’anno scorso la commediografa fiorentina Kiki Franceschi ha dedicato alla vita e agli scritti di Franca Pieroni Bortolotti, storica antifascista e studiosa della questione femminile, un atto unico intitolato A esser Franca. Il bello spettacolo che il regista Massimo Tarducci ha messo in scena e portato in alcune città toscane, con l’aiuto di Sandra Garuglieri che ha interpretato la protagonista, è un intenso dialogo fra Franca e il suo più caro amico, Aldo Braibanti, nel corso del quale si sviscerano i motivi e le cause della sua triste vicenda.
Per la verità già qualche tempo prima il giornalista Daniele Scalise lo aveva riesumato nel suo Cose dell’altro mondo un saggio che, tra le altre questioni, misura la differenza fra gli omosessuali di ieri e di oggi. E poi Gianni Rossi Barilli nel suo fondamentale Il movimento gay in Italia parla della sentenza a carico di Aldo Braibanti.
Adesso arriva questo bel libro di Gabriele Ferluga a raccontarci in maniera chiara e sistematica il prima e il dopo della vicenda, i commenti giuridici e le conseguenze sociali e politiche di uno dei processi più seguiti della storia della nostra Repubblica e forse il più volutamente dimenticato. L’unico appunto che possiamo fare a questo libro è rivolto all’editore che ha usato un carattere tipografico troppo piccolo, per il resto il saggio intitolato Il processo Braibanti (Zamorani editore, 276 p., 18,00 euro) è un ottimo esempio di ricerca storica per stabilire, alla luce di fatti e testimonianze, il clima sociale e politico del recente passato del nostro paese.
Ha ragione Scalise quando evidenzia il divario fra ieri e oggi. Si potrebbe obiettare che oggi ben più gravi ingiustizie vengono perpetrate legalmente, ma grazie a Dio si spera che non sia più possibile un processo all’omosessualità camuffato da condanna per plagio che ha leso i diritti più basilari di chi questo processo lo ha subito al di qua e al di là della sbarra.
La prima parte del libro si legge come un romanzo. Ferluga tratteggia la figura del protagonista, Aldo Braibanti, l’indole anarcoide, gli interessi culturali anticonvenzionali, l’attività intellettuale (fu redattore dei “Quaderni piacentini”), i legami con artisti considerati controcorrente per quell’epoca (spicca fra tutti Sylvano Bussotti) e ci racconta della sua amicizia con alcuni giovani, in particolare con Pier Carlo Toscani e Giovanni Sanfratello, quest’ultimo molto attratto dalla personalità di Braibanti e dalla possibilità di sfuggire all’ambiente familiare e repressivo.
I due decidono di lasciare la provincia piacentina e di trasferirsi a Roma dove divideranno una camera in una modesta pensione. Il padre di Giovanni presenta un esposto alla Procura della Repubblica ricostruendo la vicenda e denunciando Aldo Braibanti per aver deviato il figlio. Qualche settimana dopo, il padre e i fratelli localizzano la pensione e vanno a prelevare Giovanni con la forza rinchiudendolo in una clinica psichiatrica dove sarà segregato per circa un anno e trattato con medicine ed elettrochoc.
L’autore passa dunque a raccontare tutte le fasi dell’istruttoria condotta dal procuratore Antonino Loiacono riferendo gli interrogatori all’accusatore, alla vittima e a tutte le persone “informate dei fatti”. L’indagine si conclude con l’incarcerazione di Braibanti il 5 dicembre del 1967 e con la citazione in giudizio per reato di plagio «perché con mezzi fisici e psichici in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in termini diversi aveva sottoposto Toscani Pier Carlo e Sanfratello Giovanni al proprio potere in modo da ridurli in totale stato di soggezione».
La cronologia del processo segue giorno dopo giorno le fasi del dibattimento in aula e racconta come il concetto di omosessualità entra nel caso. Ovviamente l’ignoranza e il pregiudizio da parte di giuristi e medici dell’epoca danno vita alle solite avvilenti idee preconcette sugli omosessuali quali pervertiti attentatori della sana gioventù, per cui si evince che la condanna di nove anni di carcere inflitta il 12 luglio 1968 ad Aldo Braibanti ha a che fare soprattutto con la sessualità e non con l’articolo 603 del codice penale che contemplava il reato di plagio.
Ferluga non tralascia di ricordare l’atteggiamento del PCI che non spese una parola a favore del suo ex-iscritto. Non dimentichiamo che il partito aveva in precedenza espulso Pier Paolo Pasolini per motivi analoghi e davanti a questo nuovo caso manifestò grande imbarazzo. Vengono anche analizzate le reazioni dei maggiori quotidiani dell’epoca (Corriere, Stampa, Messaggero, Paese sera, L’Unità) che come al solito descrissero “squallido” l’ambiente omosessuale e definirono “perversioni” quelle intercorse fra gli imputati. Solo “L’Unità” ebbe un atteggiamento cauto e nel giorno della sentenza di condanna ospitò un editoriale del direttore Maurizio Ferrara che individuava nel processo il tentativo di colpire gli omosessuali. L’atteggiamento di Ferrara potrebbe sembrare ardito ma le sue conclusioni erano molto simili a quelle del collegio di difesa secondo il quale l’omosessualità andava trattata come un problema clinico e sociale e non certo in sede penale!
Non mancarono comunque le difese a Braibanti. Tra i più noti firmatari di una lettera aperta ci furono Alberto Moravia, Carlo Levi, Cesare Zavattini, Nanni Balestrini, Laura Betti, Elsa Morante, Sylvano Bussotti, Marco Bellocchio e Tinto Brass. E durante i sette mesi che separarono l’arresto dell’imputato dalla celebrazione del processo, l’attenzione di Pier Paolo Pasolini per le sorti di Braibanti non cessò mai. Anche Elsa Moranti fu molto attiva sulla stampa nel difendere Braibanti e Dacia Maraini con i suoi articoli sul processo fu una cronista lucida e imparziale. C’è infine da registrare la mobilitazione da parte del Partito radicale, e di Marco Pannella in particolare, con appelli, articoli sulla stampa e manifestazioni di protesta che si svolsero nel totale isolamento politico.
Dopo la condanna di Braibanti, che fu comunque ridotta in appello, il dibattito su questo fatidico articolo 603 del codice penale che prevedeva il reato di plagio fu oggetto di aspre polemiche e battaglie, e finalmente nel 1981 la corte costituzionale lo ha considerato illegittimo e lo ha abrogato.
Un anno dopo questo processo, in America scoppiava la rivolta di Stonewall, tre anni dopo in Italia veniva fondato il FUORI! di Angelo Pezzana, nel 1977 Mario Mieli pubblicava i suoi Elementi di critica omosessuale, e con alterne vicende, siamo via via arrivati fino allo storico Gay pride del 2000 e a tutto quello che ne è conseguito. Le battaglie da condurre sono ancora tante, ma si ha l’impressione leggendo questo libro che dopo questo processo a Braibanti tutto in Italia non fu come prima. Le coscienze erano finalmente scosse, forse i tempi ormai maturi per un lento, lentissimo processo di liberazione che ci fa dire con Scalise che oggi non è più come ieri.
Gabriele Ferluga
Il processo Braibanti
Silvio Zamorani editore, 276 p., 18,00 euro
https://www.zamorani.com

di Alberto Bartolomeo

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