Una coppia lesbica sarebbe stata richiamata per un bacio in un bar di Spino d’Adda, in provincia di Cremona. È quanto denuncia Vittoria, nome di fantasia, 35 anni, che a Gay.it ha raccontato l’episodio avvenuto sabato 5 luglio in un locale del paese, dove si trovava insieme alla fidanzata Emma, anche questo nome di fantasia, 28 anni, e a un’amica.

Gay.it ha scelto di non indicare il nome del locale e di utilizzare nomi di fantasia per tutelare l’anonimato delle persone coinvolte, concentrando l’articolo soprattutto sul racconto dell’episodio.

Coppia lesbica richiamata in un bar del Cremonese: il racconto

Secondo quanto raccontato dalla 35enne, la mattinata era iniziata come tante altre. Lei, la sua ragazza e un’amica si erano fermate a fare colazione in un bar nel Cremonese, durante una giornata che avrebbe dovuto essere di relax.

“Eravamo io, la mia ragazza e una mia amica. Siamo entrate in questo bar a Spino d’Adda, in provincia di Cremona. Già ci sono stati degli sguardi strani”, racconta.

Il primo disagio, spiega, sarebbe arrivato già all’ingresso, tra alcuni sguardi percepiti come insistenti. Dopo l’ordinazione, l’amica è andata via. Poco dopo, la ragazza di Vittoria è uscita all’esterno per fumare una sigaretta. È lì, racconta la 35enne, che le due si sono scambiate un bacio.

Vittoria descrive l’episodio come una normale effusione tra due persone innamorate: “Ci siamo baciate, ma classiche effusioni che può fare qualsiasi coppia che sta insieme, innamorata”.

A quel punto, secondo il racconto della 35enne, un uomo del locale si sarebbe avvicinato alle due chiedendo loro di smettere: “È arrivato il gestore dicendoci: ‘Ragazze, ci sono dei bambini, quindi smettetela’”.

La giovane ha reagito immediatamente, contestando quella richiesta: “Io ho subito reagito, mi sono lamentata di questa sua affermazione. Mi era già successo dieci anni fa, in piscina, e da questa cosa mi è rimasta lì il fatto di non aver reagito. Stavolta non ho intenzione di fargliela passare”.

Secondo Vittoria, durante il confronto l’uomo avrebbe poi aggiunto una frase ancora più chiara: “Io queste cose non le voglio vedere nel mio locale”.

A quel punto lei avrebbe risposto: “Guarda, se fossimo stati una coppia eterosessuale, tu non avresti mai fatto questo commento”. L’uomo, sempre secondo il suo racconto, avrebbe replicato: “No, ma non è per quello, è perché semplicemente ci sono dei bambini.

Nel corso dell’intervista, Vittoria ricostruisce con precisione le parole che ricorda di aver sentito: “Le parole esatte sono state: ‘Smettetela perché ci sono dei bambini, fuori potete fare quello che volete, ma nel mio spazio queste cose non le voglio vedere’”.

E aggiunge: “Ci ha detto: ‘No, non è perché siete due donne, ma perché queste effusioni davanti ai bambini non si fanno’. Ripeto, l’effusione è stata un bacio”.

La 35enne precisa che il locale non le ha cacciate: “Il mio scopo è semplicemente segnalare che questo bar non è un posto queer friendly. Loro non è che ci hanno cacciate, non ci hanno detto ‘ve ne dovete andare’. Ci hanno fatto notare che quegli atteggiamenti nel loro bar non erano permessi”.

Dopo l’episodio, le due hanno pagato e sono andate via.

Alla domanda sulla presenza effettiva di bambini nel locale, la donna spiega di non averne notati. “Io mi sono guardata intorno e di bambini onestamente non ne ho visti”, racconta. “Ricordo alcune donne anziane a un tavolo e un’altra tavolata, ma il bar era semi vuoto. Io bambini non ne ho visti, però magari c’erano, non lo so”.

Nessuna delle persone presenti, racconta ancora, sarebbe intervenuta in loro difesa: “No, assolutamente no”.

La recensione online e la replica del locale

Dopo l’episodio, Vittoria ed Emma hanno lasciato una recensione online per raccontare quanto accaduto. Il testo, visionato da Gay.it, definiva l’esperienza “vergognosa” e contestava il fatto che una coppia omosessuale fosse stata richiamata per un gesto che, secondo le due donne, non sarebbe stato considerato problematico se compiuto da una coppia eterosessuale.

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Alla recensione è poi arrivata una replica del locale, nella quale veniva negata ogni intenzione omofoba e si sosteneva che il richiamo fosse legato non all’orientamento sessuale della coppia, ma al presunto carattere non adeguato dell’effusione in un luogo pubblico.

Vittoria, però, contesta questa ricostruzione e sostiene che il richiamo sia arrivato dopo una normale effusione tra due persone che stanno insieme.

“Non utilizzare i bambini per giustificare il fastidio verso di noi”

Uno dei punti che più ferisce la 35enne è l’utilizzo dei bambini come giustificazione per censurare un gesto d’affetto tra due donne.

“Io sono un’educatrice, studio pedagogia e lavoro con i bambini”, precisa. “Il fatto che vengano strumentalizzati i bambini per giustificare l’omofobia degli adulti è una cosa che mi fa parecchio incaz*are”.

Poi aggiunge: “La cosa che mi preme è proprio questa: non utilizzare i bambini come strumento per giustificare le proprie insicurezze, la propria rabbia, il proprio fastidio verso di noi”.

Per Vittoria, il punto non è solo quanto accaduto in quel bar, ma una narrazione ricorrente: l’idea che la presenza di bambini renda “inopportuna” la visibilità di una coppia omosessuale, anche quando si tratta di un semplice bacio.

Il precedente

Il richiamo ricevuto a Spino d’Adda ha riaperto nella donna il ricordo di un episodio simile avvenuto molti anni prima. “Ero con la mia ex ragazza, forse più di dieci anni fa, quindici anni fa circa. Eravamo in piscina e il bagnino era venuto a dirci che ci stavamo baciando. Sempre effusioni. Il bagnino ci è venuto a dire che i bambini si facevano delle domande. Sempre la stessa modalità”.

All’epoca, racconta, non aveva reagito: “Non abbiamo fatto nulla, mi sono sentita impotente”.

Oggi, a 35 anni, quella sensazione si è trasformata in rabbia e nella volontà di denunciare pubblicamente l’accaduto: “Non pensavo che a 35 anni mi potesse riaccadere una cosa simile. Io ero attonita. Fa riflettere il fatto che non sia cambiato assolutamente nulla nelle reazioni”.

La rabbia dopo l’episodio

Dopo l’episodio, la giornata che doveva essere serena è stata segnata dalla rabbia e dal bisogno di capire come muoversi.

“Molta rabbia”, dice. “Noi stavamo andando a farci una giornata al lago con le nostre amiche in relax e abbiamo passato tutta la mattina nervose, a contattare persone, a capire che cosa effettivamente potevamo fare per non lasciare che, come spesso accade, questi gesti rimangano impuniti”.

Vittoria ha contattato anche un’amica avvocata per valutare eventuali implicazioni e possibili azioni. Ha inoltre spiegato di essersi informata sulla possibilità di rivolgersi a un CAD, un centro antidiscriminazione.

“Il mio scopo è segnalare che in questo luogo possono accadere queste cose”, ribadisce.

Pur consapevole che l’episodio possa apparire meno grave rispetto ad altre forme di violenza o discriminazione, crede sia comunque importante raccontarlo. “Questa è una minima parte di quello che capita nella nostra comunità”, spiega. “Non è ovviamente paragonabile ad altro. Questo è un fastidio che è durato qualche ora, però è proprio da lì che parte: da queste piccole microaggressioni che poi purtroppo si traducono nel vivere in un clima ostile”.

La storia di Vittoria e della compagna Emma racconta ancora una volta quanto anche un gesto semplice di affetto, come un bacio, possa diventare per una coppia LGBTQIA+ motivo di disagio, richiamo o contestazione in un luogo pubblico.

“Non ci hanno cacciate”, ripete. Ma il messaggio ricevuto, secondo lei, è stato comunque chiarissimo: in quel locale, quel bacio tra due donne non era considerato accettabile.

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