A Cremona, una storia d’amore si è trasformata in una battaglia legale contro l’omofobia digitale. Tutto è iniziato nel 2018, quando una coppia ha annunciato sui social la propria unione civile. Tra i tanti messaggi di auguri, ne sono comparsi anche altri carichi di odio e offese. Da lì la decisione di non restare in silenzio. Oggi il caso è arrivato in aula, ma il rischio che il reato cada in prescrizione è concreto. Una vicenda che mette in luce non solo la lentezza della giustizia, ma anche l’assenza di una legge specifica contro i crimini d’odio basati su orientamento sessuale e identità di genere.

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Cremona, Sergio e Giorgio: coppia gay vittima di omofobia
“Il mio compagno mi aveva fatto una sorpresa con la proposta di unione civile e così lo avevamo annunciato sui social”, inizia così il racconto in aula di Sergio Sormani, sentito insieme a Giorgio Donders lo scorso 5 novembre. Ma la gioia dell’annuncio è durata poco: “Sotto quel post, accanto alle tante congratulazioni, erano comparsi anche commenti omofobi, alcuni particolarmente offensivi”.
Da quel momento, hanno scelto di agire, come riferisce La provincia di Cremona. “Abbiamo deciso di denunciare, di non lasciar correre, non tanto per il fatto personale quanto perché sappiamo quanto male queste uscite, con le quali combattiamo da ormai 34 anni, possono causare alle persone”, ha dichiarato la coppia gay.
Le indagini hanno portato a identificare diversi autori dei commenti, tra cui un uomo di 73 anni di Cremona, oggi imputato e rappresentato dalla legale Stefania Giribaldi. “Non lo conosciamo, fortunatamente”, hanno detto i due, mentre la difesa si è concentrata sulle modalità di identificazione del responsabile.
Il fascicolo, però, è arrivato tardi nelle mani del giudice: i fatti risalgono al 2018, ma solo negli ultimi mesi si è arrivati al dibattimento. Con la prescrizione fissata per aprile 2026, la coppia teme che tutto possa finire senza una condanna.
“Speriamo che anche questa vicenda possa chiudersi presto e arrivare a un risultato – ha spiegato Giorgio Donders – Ma il ‘tour’ al quale ci siamo sottoposti in questi anni ci lascia tanta amarezza: i tempi si allungano sempre, pare non esserci la volontà di intervenire seriamente”.
Da Sanremo 2018 alla denuncia: una proposta che fece la storia
Il loro amore era già entrato nella memoria collettiva italiana qualche anno prima. Durante la finalissima del Festival di Sanremo 2018, vista da oltre 12 milioni di spettatori, Giorgio e Sergio si erano resi protagonisti di una proposta di nozze che fece il giro del web.
Nel corso di una diretta Facebook dall’Ariston, mentre Ermal Meta e Fabrizio Moro trionfavano, Giorgio aveva stupito il pubblico e il compagno con una dichiarazione inaspettata: “Dopo 26 anni insieme, potremmo pensare anche di sposarci”.
“Sei pazzo o che cosa?” aveva risposto Sergio, visibilmente emozionato. “No, non sono pazzo”, aveva replicato Giorgio, baciandolo tra gli applausi e aggiungendo: “Te lo chiedo qua, davanti a un po’ di persone. A me piace stupire”. “È un sì, è ovvio, tu sei pazzo”, fu la risposta che sigillò quel momento storico.
Da quella scena, diventata virale e rilanciata anche dal sito de La Stampa, nacque il passo successivo: l’annuncio ufficiale sui social, lo stesso che sarebbe poi stato preso di mira dai commenti omofobi al centro del processo odierno.
“Ecce (h)omo”: lo spettacolo che trasforma la denuncia in cultura
Parallelamente al percorso legale, Sergio e Giorgio hanno scelto di affrontare l’omofobia anche sul palco. Il loro spettacolo Ecce (h)omo – che unisce teatro, testimonianza e attivismo – è diventato negli anni uno strumento di sensibilizzazione e dialogo.
Attraverso la narrazione delle proprie esperienze e di quelle di molte altre persone LGBTQIA+, la coppia porta il pubblico dentro le dinamiche dell’odio quotidiano, mostrando come la discriminazione possa annidarsi anche nei gesti e nelle parole più banali.
“A mancare è l’educazione al rispetto, mentre regna la disinformazione e la paura. – spiegano -. È il caso di chi si oppone all’educazione sessuale a scuola: alcuni genitori temono che i propri figli possano essere ‘indottrinati’ ma l’omosessualità non è cosa che si insegni. Quel che invece c’è l’urgenza di insegnare è il rispetto dell’altro, senza ignorare temi trattati come tabù ma alla portata di ciascuno di noi con la rete: il numero impressionante di reati di violenza di genere, discriminazione e omofobia ne sono la prova”.
Lo spettacolo, portato in teatri e festival in tutta Italia, è diventato anche un’occasione per raccogliere testimonianze di giovani vittime di discriminazione. Con Ecce (h)omo, i due coniugi dimostrano che la visibilità può essere un atto di resistenza e che la narrazione – anche quella artistica – resta una delle armi più forti contro l’odio.
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Tra aule e tribunali: un processo che rischia di non arrivare alla verità
In aula, insieme alla coppia, è presente anche l’avvocato Luca Castelli del foro di Milano, che invita a riflettere: “A volte basterebbero le scuse e una riflessione da parte dei responsabili per evitare le vie legali”.
Un precedente incoraggiante arriva da Crotone, dove un uomo è stato condannato per commenti simili e ha concordato un risarcimento con la coppia. “L’aspetto pecuniario non è mai stato il nostro obiettivo”, raccontano, “ma abbiamo scelto di donare quanto ricevuto a una casa famiglia che accoglie giovanissimi messi alla porta dai genitori per il fatto di essere omosessuali. Purtroppo, questo tipo di situazioni sono ancora una piaga nel 2025”.
In Italia, l’assenza di una legge specifica contro l’omotransfobia rende questi procedimenti fragili, con condanne incerte e iter lunghissimi. Dopo la bocciatura del DDL Zan nel 2021, le tutele restano affidate a norme generiche, spesso inadatte a riconoscere la matrice discriminatoria dei reati.
Denunciare diventa allora un atto politico, oltre che personale. È una richiesta collettiva di rispetto e di responsabilità da parte delle istituzioni, dei media e delle piattaforme social. Nel frattempo, Sergio e Giorgio continuano il loro percorso tra tribunali e palchi.


