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DDL Zan, “Ci state condannando a morte, sappiamo chi sono i colpevoli”: il grido di decine di attivisti LGBT – VIDEO

Oggi non stiamo prendendo parola solo per noi, ma sicuramente è sulle nostre vite e sui nostri diritti che si sta decidendo senza ascoltarci!

2 min. di lettura

Si chiama J’accuse, in omaggio al celebre editoriale scritto da Émile Zola in forma di lettera aperta al presidente della Repubblica francese Félix Faure per denunciare pubblicamente i persecutori di Alfred Dreyfus, il toccante e potente video realizzato da decine di attivisti LGBT rivolto ai senatori della Repubblica, affinché la finiscano di giocare alla propaganda politica con le nostre vite.

200 secondi affidati a quelle voci e a quei volti puntualmente esclusi dal dibattito sul DDL Zan. Volti e voci della nostra comunità, volutamente oscurati, taciuti, da talk show e trasmissioni di vario tipo, perché sul DDL Zan si è detto tutto ed il contrario di tutto, senza entrare mai nel merito e senza dare voce a chi è realmente coinvolto.

Come singole persone, che ogni giorno vivono le discriminazioni che si dice di voler combattere e che incarnano e vivono ciò di cui si sta dibattendo l’esistenza – l’identità di genere – e come associazioni, come movimento e come cittadine e cittadini, abbiamo subito l’ennesima discriminazione, l’ennesimo atto di potere sulle nostre esistenze, da parte dei media, che non ci hanno mai dato voce, dal Vaticano, che ha operato una ingerenza mai registrata, dalle forze politiche, che hanno intessuto una narrazione fatta di menzogne e disinformazione.

Tentiamo così un ultimo gesto di comunicazione, sintetico e di impatto, perché siamo consci di dover fare breccia per avere parola“, sottolineano gli ideatori del filmato. “Siamo arrivati ad usare due sole frasi, raccolte in un filmato e ripetute ossessivamente, come il grido di chi affoga“.

Per 200 secondi, infatti, si sente un unico grido. “Ci state condannando a morte, sappiamo chi sono i colpevoli”.

Quello che ci inquieta oggi è il totale silenziamento di una categoria da parte di chi detiene il potere decisionale e di informazione. Oggi siamo noi, ma domani chi potrà essere? Le donne che chiedono di abortire? I disoccupati? Le persone anziane e quelle con condizione di salute precarie? Su quale altra categoria fragile si eserciterà una narrazione tossica per interessi politici ed economici?

“Oggi stiamo combattendo realmente per la nostra incolumità, una definizione – identità di genere – ha davvero così tanto potere!”, concludono gli ideatori. “Siamo stati a fianco delle donne nella battaglia per la 194, delle persone con disabilità per rendere accessibili i luoghi di ritrovo, le città e le nostre manifestazioni. Siamo stati e siamo a fianco dei lavoratori per il mantenimento dei diritti. Siamo stati e siamo a fianco di chi lavora nell’istruzione. Siamo stati e siamo a fianco di chi lotta per molteplici diritti perché sappiamo che un allargamento di questi non implica un danno per altri. Quale politica è possibile se si rifiuta la complessità della società ed i cambiamenti che in essa avvengono? Quale società è possibile se si reputa che i diritti siano permanentemente in discussione? Oggi non stiamo prendendo parola solo per noi, ma sicuramente è sulle nostre vite e sui nostri diritti che si sta decidendo senza ascoltarci! Ci state condannando a morte e sappiamo chi sono i responsabili”.

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