L’omicidio di Sergiu Tarna, 24 anni, barman moldavo ucciso con un colpo di pistola alla fronte nelle campagne di Malcontenta di Mira, in provincia di Venezia, continua a restituire un quadro complesso e contraddittorio. Al centro dell’inchiesta c’è Riccardo Salvagno, 40 anni, ex agente della Polizia locale di Venezia, arrestato dopo alcuni giorni di fuga all’estero. Le sue dichiarazioni, rilanciate anche dal racconto di un amico che lo ha ospitato a Tenerife, parlano di un presunto ricatto legato a un “video omosessuale”. Il contesto delineato dagli inquirenti, però, aggiunge un elemento cruciale: il clima di stigma e paura che continua a circondare le persone trans e le relazioni non conformi alle aspettative eteronormative.

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La testimonianza dell’amico: “Mi ha detto che lo ricattava per un video gay”
A far emergere nuovi dettagli è la testimonianza di N.L., residente a Tenerife, che ha raccontato al Gazzettino di aver ospitato Salvagno la notte del 2 gennaio, pochi giorni dopo l’omicidio, avvenuto nella notte tra il 30 e 31 dicembre. Secondo il suo racconto, l’ex vigile gli avrebbe confessato quasi subito il delitto. “Quando ho chiesto a Riccardo perché lo hai ucciso, mi ha risposto: perché mi ricattava. Per un video gay. Ed era un ricatto che andava avanti da tempo”, ha riferito l’uomo.
Sempre secondo la testimonianza, Salvagno avrebbe parlato di una serata in cui sarebbe stato “sedato, o comunque drogato pesantemente”, e filmato mentre un uomo faceva sesso con lui. Quel video, a suo dire, sarebbe poi diventato lo strumento di un ricatto prolungato. “Stando a quanto mi ha raccontato, il giovane che lui ha ucciso avrebbe ripreso quella scena con il telefonino e minacciava di diffondere il video se non gli avesse dato qualcosa in cambio”, ha aggiunto l’amico, precisando però che Salvagno appariva confuso e che non è chiaro se abbia mai visto realmente quel filmato, “anche se diceva che altri lo avevano visto”.
Un elemento, questo, che al momento non ha trovato riscontro nelle indagini.
La fuga e la permanenza a Tenerife
Il racconto dell’amico ricostruisce anche le ore successive all’arrivo di Salvagno in Spagna. Il 2 gennaio, l’ex vigile sarebbe arrivato improvvisamente a Tenerife, dopo aver inviato messaggi vaghi e una foto dall’aeroporto di Valencia. “Mi ha detto subito lì, nel locale, appena arrivato: ‘Ho ucciso una persona assieme a un altro. L’ho caricato in macchina a Chirignago, portato in mezzo ai campi e ammazzato’”, ha spiegato N.L., aggiungendo di non avergli creduto inizialmente, convinto che fosse in uno stato di forte confusione.
Nonostante la confessione, l’uomo lo ha ospitato per una notte, raccontando di aver deciso di accompagnarlo il giorno dopo in caserma per le pratiche del NIE, il codice fiscale per stranieri in Spagna. Ma Salvagno sarebbe sparito all’alba, dirigendosi nuovamente in aeroporto. Avrebbe parlato di un possibile viaggio in Colombia e lamentato il blocco delle carte di pagamento. “Aveva dunque chiesto dei soldi a qualcuno, ma doveva aspettare lunedì affinché gli arrivassero”, ha aggiunto.
La versione agli atti: il timore per un video con una donna trans
Parallelamente alla testimonianza dell’amico, c’è la ricostruzione fornita da Salvagno durante l’interrogatorio di garanzia davanti alla gip Claudia Ardita. Qui il movente assume contorni diversi, ma non del tutto scollegati: il presunto timore della diffusione di un video che lo ritraeva in compagnia di una donna trans.
Secondo quanto riferito agli inquirenti, quel filmato avrebbe potuto compromettere la sua carriera e la sua immagine pubblica. Salvagno, assistito dall’avvocato Guido Galletti, ha sostenuto di aver più volte chiesto alla vittima di cancellarlo, senza ottenere risposta. Due versioni che non coincidono, ma che ruotano entrambe attorno alla paura della diffusione di immagini intime e alle conseguenze sociali percepite.
Il racconto chiama in causa non solo il tema del ricatto, ma soprattutto il peso dello stigma sociale che continua a gravare sulle persone trans, spesso ridotte a “segreto” o a minaccia per la rispettabilità altrui.
Uno stigma che diventa movente
È proprio questo passaggio a rendere il caso di Malcontenta particolarmente delicato. Al di là delle versioni ancora da verificare, emerge un dato culturale che non può essere ignorato: la paura dell’esposizione, il terrore di essere associati a una relazione con una persona trans, la convinzione che un video possa “rovinare una vita”. Un clima che alimenta vergogna, isolamento e, nei casi estremi, violenza.
Il rischio, come mostrano numerosi casi di cronaca, è che l’esistenza stessa delle persone trans venga percepita come qualcosa da nascondere o da temere. Quando questo accade, il confine tra violenza simbolica e violenza reale diventa drammaticamente sottile.
La dinamica del delitto e le indagini in corso
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, coordinati dal pm Christian Del Turco, la sera del 26 dicembre Salvagno e Tarna erano stati visti litigare in un locale di Mestre. Nella notte tra il 30 e il 31 dicembre, il barman sarebbe stato caricato a forza in auto a Chirignago, portato in una zona isolata e ucciso con un colpo di pistola.
Salvagno ha negato l’intenzionalità dell’omicidio, parlando di un’azione nata per “spaventare” la vittima e degenerata durante una colluttazione. Una versione che gli investigatori stanno verificando, anche alla luce dei messaggi minacciosi inviati alla vittima nei giorni precedenti e della presenza di un presunto complice, arrestato nelle passate ore.
Dopo il delitto, l’ex vigile avrebbe accompagnato il complice verso il confine orientale, per poi tentare la fuga passando da Verona e arrivando fino a Valencia. Rientrato in Italia il 5 gennaio, è stato arrestato nei pressi della propria abitazione grazie a un blitz dei carabinieri supportato dall’uso di droni.
L’arresto del complice
Nelle ultime ore, rivela il Corriere della Sera, è stato arrestato anche il presunto complice di Riccardo Salvagno. Si tratta di Andrea Vescovo, 38 anni, residente a Spinea, fermato dai carabinieri nella sua abitazione su ordinanza di custodia cautelare emessa dalla gip Claudia Ardita.
Il suo nome era stato indicato dallo stesso Salvagno durante l’interrogatorio di garanzia; a seguire, gli investigatori hanno raccolto riscontri tecnici, in particolare attraverso i tabulati telefonici, che hanno portato all’arresto. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Vescovo avrebbe partecipato sia al sequestro di Sergiu Tarna all’uscita di un bar di Chirignago, sia all’omicidio avvenuto poco dopo nelle campagne di Malcontenta.
Agli atti anche un elemento ritenuto rilevante dagli inquirenti: la sera del delitto, Salvagno e Vescovo avrebbero effettuato un sopralluogo nella zona rurale in cui il corpo del barman è stato poi ritrovato, un dettaglio che potrebbe incidere sulla contestazione della premeditazione.
Mentre le indagini proseguono per chiarire responsabilità dei due indagati e dinamiche, il delitto di Malcontenta solleva interrogativi che vanno oltre il singolo caso. Racconta di una società in cui l’orientamento sessuale e l’identità di genere continuano a essere percepiti come elementi da nascondere, e in cui il ricatto trova terreno fertile proprio nello stigma.
Un contesto che non giustifica in alcun modo la violenza, ma che aiuta a comprendere come la paura dell’esposizione possa trasformarsi in un detonatore per gesti estremi. È su questo terreno culturale, prima ancora che giudiziario, che si gioca una parte fondamentale della prevenzione: contrastare lo stigma, rompere il silenzio, restituire dignità e visibilità alle persone trans e alle relazioni che ancora oggi vengono considerate “compromettenti”.
