Asia, così le donne LGBTIQ+ vengono perseguitate: doxxing, minacce e outing forzato, il report

Un fenomeno in rapida espansione, alimentato dall’integralismo religioso e dalla repressione delle identità in società rigidamente eteropatriarcali. Le vittime subiscono una doppia condanna: perseguitate online, ridotte al silenzio e spesso criminalizzate.

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Secondo il report di Outright, il 29% delle donne LGBTQ+ in Asia ha pensato al suicidio dopo aver subito attacchi online
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Irish si è resa conto per la prima volta di quanto Internet potesse essere pericoloso quando il suo nome e il suo indirizzo sono apparsi improvvisamente in una chat Telegram seguita da centinaia di integralisti religiosi. “Questa lesbica anti-governo va messa a tacere” recitava il messaggio che accompagnava la foto del suo volto. Non era la prima volta che riceveva minacce, ma quella circostanza aveva un peso differente: essere marchiata pubblicamente significava trovarsi improvvisamente alla mercé di chiunque volesse farle del male.

E in una città come Manila, dove il cosiddetto red-tagging – l’etichettatura delle persone scomode come nemiche dello Stato – è spesso una condanna implicita, passare dalle minacce online alle aggressioni fisiche è un passo breve, fin troppo breve.

La sua storia è quella di migliaia di donne LBTQ+ asiatiche che ogni giorno affrontano forme di violenza online sempre più sofisticate, coordinate e brutali. E ciò che avviene nello spazio digitale non è semplice interazione virtuale, ma una violazione reale della propria dignità e sicurezza.

Secondo un rapporto di Outright redatto dalla ricercatrice Madhura Chakraborty, Lesbian, Bisexual, and Queer Women Online: An Overview of Emerging Security Threats, il 48% delle donne LGBTQ+ in Malesia ha subito molestie sessuali online, mentre in Vietnam il 40% delle donne queer ha ricevuto minacce dirette a causa del proprio orientamento sessuale. In Bangladesh, il 12% delle intervistate ha ricevuto messaggi sessualmente espliciti non richiesti, mentre il 6% ha visto la propria immagine privata diffusa senza consenso. Numeri già di per sé impressionanti, che però nascondono un lato ancora più oscuro: la maggior parte delle vittime non denuncia mai.

La ragione è semplice: in troppi paesi asiatici, dichiararsi lesbica, bisessuale o queer significa automaticamente essere esposte a ritorsioni non solo sociali, ma anche legali. Paradossalmente, la stessa vittima rischia di essere incriminata per il proprio orientamento sessuale.

I social come strumento per punire e silenziare

La violenza online non è mai casuale, né improvvisata. Per le donne LBTQ+, è quasi sempre il prodotto di un’intenzione precisa: punirle, umiliarle, cancellarle dalla sfera pubblica. In paesi ultrareligiosi e ultraconservatori, la loro stessa esistenza è considerata un affronto, una deviazione da correggere o, peggio, un’eresia da annientare.

Gli attacchi seguono schemi ricorrenti. Molte ricevono messaggi sessualmente espliciti da sconosciuti, altri inviano immagini di stupri o minacciano di trovarle e “rieducarle”. Poi c’è la strategia dell’outing forzato e del doxxing: diffondere informazioni personali – nomi, indirizzi, luoghi di lavoro – per esporre le vittime alla violenza fisica o alla riprovazione sociale. In paesi come la Malesia, dove l’omosessualità è ancora criminalizzata, essere “smascherate” significa perdere tutto: famiglia, amici, lavoro, libertà.

Irish ha vissuto sulla propria pelle l’escalation di questa violenza. Dopo la pubblicazione dei suoi dati personali, ha ricevuto centinaia di minacce. Quando ha provato a segnalare il problema alle autorità, la risposta è stata il silenzio. Invece di protezione, si è trovata di fronte a una macchina burocratica indifferente, se non apertamente ostile. “Ero terrorizzata” racconta. “Ma ancora più terrorizzante era sapere che non avevo nessuno a cui rivolgermi”.

La rete, per molte donne queer, è dunque un’arma a doppio taglio: da un lato, rappresenta uno spazio di resistenza, l’unico luogo in cui possono esprimersi senza censura. Dall’altro, è un territorio di caccia per chiunque voglia zittirle. E il numero degli aggressori è sempre maggiore.

Gli strumenti della repressione anti-queer

Parlare di violenza digitale significa però andare oltre il concetto di insulti o polemiche: per le donne LBTQ+ asiatiche, l’odio online è invece l’ennesimo dispositivo di repressione che intreccia misoginia e omofobia, con conseguenze fin troppo reali.  Del resto, essere donne significa già affrontare una sovraesposizione non richiesta, ma dichiarare la propria identità queer aumenta esponenzialmente il livello di vulnerabilità.

Le tattiche di persecuzione digitale sono sempre più raffinate e sistematiche: dalle molestie sessuali ai messaggi d’odio mirati, dalla diffusione di dati personali senza consenso fino alle estorsioni e al revenge porn.

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Una lesbica malese racconta di aver ricevuto centinaia di minacce dopo che il suo ex ragazzo ha diffuso screenshot privati delle sue conversazioni con la compagna su un forum ultra-religioso. “Mi hanno detto che avrebbero detto tutto ai miei genitori, al mio capo, alla polizia. Ho cancellato i miei account social e ho cambiato numero di telefono, ma non è servito: dopo pochi giorni, hanno pubblicato il mio indirizzo di casa

Secondo il report, le molestie sessuali rappresentano la forma più diffusa di violenza digitale contro le donne LGBTQ+ , seguite dai messaggi d’odio basati su genere e orientamento e dalla diffusione di informazioni personali senza consenso. Ma i numeri più inquietanti riguardano le minacce di stupro e aggressione e le estorsioni legate al revenge porn. Le percentuali variano a seconda del paese, ma la tendenza è chiara: la rete è diventata un’arma di persecuzione, uno strumento di dominio patriarcale che opera con una perversa impunità.

Sì, perché se queste violenze persistono, è perché non incontrano alcun ostacolo. La maggior parte delle piattaforme digitali, da Facebook a Telegram, si dimostra lenta e inefficace nel proteggere le vittime: segnalazioni ignorate, account abusivi sospesi per pochi giorni – salvo poi riapparire con nuovi nomi, nuove foto, nuove strategie di persecuzione.

E le istituzioni non offrono certo un supporto migliore. In Bangladesh e Malesia, sporgere denuncia significa esporsi a rischi ancora peggiori. Le donne queer che cercano giustizia spesso finiscono per essere loro stesse processate, incarcerate o obbligate a sottoporsi a terapie di conversione forzata. Così, chi non può denunciare, sceglie il silenzio, anch’esso una condanna: lascia spazio a nuove violenze, a nuovi abusi, a nuove vittime.

Il prezzo da pagare

Molte vittime sviluppano disturbi d’ansia, depressione, disturbi del sonno. Alcune pensano al suicidio. L’isolamento sociale è un’altra conseguenza devastante: molte riducono la propria attività online dopo essere stata vittima di cyberviolenza.

Per chi sopravvive, la quotidianità diventa una continua strategia di autodifesa: ogni parola pubblicata sui social viene soppesata, ogni foto viene selezionata con attenzione, ogni interazione viene monitorata con diffidenza. Vivere sotto costante minaccia significa smettere di esistere pubblicamente in maniera autentica.

E c’è chi sfrutta questo terrore per fini politici. Nelle Filippine, il red-tagging è una strategia utilizzata dal governo per marchiare attivisti LGBTQ+ come nemici dello Stato, esponendoli alla violenza senza bisogno di processi. Basta un post sui social, una dichiarazione pubblica, una presa di posizione. Il resto lo fanno i troll, i gruppi organizzati, la macchina dell’odio che non ha bisogno di ordini ufficiali per attaccare. Una volta etichettata come pericolosa, l’attivista perde ogni protezione. Il messaggio è chiaro: se parli, sarai la prossima. Ed è proprio nel silenzio che la violenza prospera.

Le autrici del report lanciano così un monito inequivocabile: servono leggi che riconoscano la specificità della violenza online legata a genere e orientamento sessuale, abbandonando finalmente una concezione binaria e antiquata della sicurezza digitale. Non è una questione di singoli episodi o di punire qualche aggressore isolato: il problema è strutturale.

E poi ci sono le aziende tecnologiche, che continuano a lavarsene le mani. Sistemi di segnalazione opachi, tempi di reazione infiniti nella rimozione di contenuti violenti, totale assenza di protezioni efficaci per le persone LGBTQ+. I social, che dovrebbero essere spazi di espressione e visibilità, si trasformano troppo spesso in strumenti di persecuzione. Servono politiche di moderazione più incisive e realmente accessibili, che tengano conto delle lingue locali e del contesto culturale delle vittime.

Ma la vera battaglia è rompere il silenzio. Molte vittime non denunciano perché sanno che nessuno le ascolterà, perché temono ritorsioni peggiori o perché, in troppi Paesi, essere queer è già un crimine. 

Se vogliamo protezione, dobbiamo decriminalizzare le persone LGBTQ+ prima di tutto” ha dichiarato Farzana, attivista lesbica in Bangladesh. “La nostra libertà di espressione deve essere garantita, così come la nostra sicurezza“.

© Riproduzione riservata.

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