Lo minacciò con un coltello dopo essersi presentato fuori dal suo locale a Bergamo. Poi, gli estorse 200 euro prelevati da uno sportello bancomat. La denuncia di un noto attivista LGBTQ+ che fece seguito ai fatti dello scorso novembre, ha portato all’individuazione del presunto responsabile e ha svelato al tempo stesso un giro di ricatti a uomini gay tramite l’app per incontri Grindr. Ora, per il malintenzionato – un 29enne con un precedente di polizia specifico -, è giunta la condanna, nell’ambito del processo con rito abbreviato.

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Bergamo, rapinò e minacciò attivista LGBTQ+
La storia che arriva da Bergamo è emblematica ed accende i riflettori su un fenomeno, oggi sempre più diffuso: quello delle estorsioni ai danni di uomini gay, legati ad incontri online su Grindr, spesso attraverso profili fake. La rapina subita da Dominguel Radesca, 36enne e paladino dei diritti LGBTQ+, molto noto a Bergamo – anche per via del suo locale che gestisce insieme al marito -, ha aperto in modo quasi casuale il vaso di Pandora su una situazione molto più ampia.
Radesca aveva raccontato, con coraggio, la sua storia al Corriere della Sera. Una rapina, subita lo scorso 19 novembre, mentre si accingeva a chiudere il suo locale. Con la scusa di una sigaretta, un giovane uomo in bici lo raggiunse all’esterno, salvo poi estrarre un coltello, minacciandolo di farsi consegnare del denaro e insultandolo con chiare offese a sfondo omofobo. Poi lo intimò ad andare insieme a prelevare in un vicino sportello bancomat, nel quale entrò pure lui, venendo così immortalato dalle telecamere di videosorveglianza della banca e si fece consegnare 200 euro da Dominguel.
Il giro di estorsioni su Grindr
Proprio grazie a quelle immagini, la polizia locale è riuscita a risalire al responsabile della rapina. Si tratta di Idriss Idrissi, 29enne originario del Marocco e residente a Bergamo. Ciò che però sarebbe emerso nel corso della conversazione tra il rapinatore e la vittima, sarebbe a un inquietante giro di estorsioni tramite l’app di incontri gay, Grindr.
Dalle parole dell’aggressore, sarebbe infatti emerso che conoscesse già la sua vittima. Dopo la denuncia, conversando con alcuni amici, sarebbe emersa la verità: “È saltato fuori che altri gay erano stati agganciati su Grindr a scopo estorsivo ed era sempre lui”.

Le vittime, i falsi profili e le minacce
Le vittime del 29enne, erano uomini tra i 36 e i 40 anni, agganciati tramite falsi profili su Grindr nel 2024. Il modus operandi era sempre lo stesso: proponeva loro di vedersi e durante il rapporto sessuale li minacciava con frasi del calibro di: “dammi i soldi o mi presento sul tuo posto di lavoro” o “ti accoltello”, “uso lo spray al peperoncino”.
Tramite questo metodo, Idrissi era riuscito, nel tempo, a farsi consegnare del denaro – oltre 500 euro in tutto -, in un caso facendosi fare un bonifico sul conto corrente della moglie, risultata estranea all’intera vicenda. Cinque, in tutto, gli episodi a lui attribuiti e ricostruiti dalla Procura, guidata dalla pm Silvia Marchina, compreso quello ai danni dell’attivista LGBTQ+.
Dall’arresto alla condanna

Dopo la denuncia di Radesca e delle altre parti offese, per il 29enne sono scattate le manette. La pm, alla luce delle prove risultate schiaccianti a carico di Idrissi – dalle immagini delle telecamere ai falsi profili su Grindr -, aveva chiesto e ottenuto il giudizio immediato. Ulteriore conferma era arrivata anche dal riconoscimento nelle foto mostrate alle altre vittime di estorsione.
Il 29enne, difeso dall’avvocato Luca Bosisio – come riferisce il Corriere della Sera in un nuovo articolo delle passate ore – aveva scelto il rito abbreviato, che gli ha permesso di poter godere dello sconto di un terzo della pena. Lo scorso 3 luglio, l’uomo è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di carcere per la rapina a carico di Dominguel Radesca e per le quattro estorsioni avvenute dopo gli incontri su Grindr. Una volta scontata la pena, sarà espulso dall’Italia.
L’assenza di un’aggravante di omofobia

Nel corso dell’udienza, Idriss Idrissi era presente in aula, scortato dagli agenti della penitenziaria. Con lui, anche Radesca, che al quotidiano ha commentato: “Alla fine nessuno di noi si è costituito parte civile perché c’è stato molto poco tempo per organizzarci, ma ho voluto comunque assistere all’udienza come semplice parte offesa”.
Ancora una volta l’uomo ha ribadito l’importanza di denunciare: “L’unica cosa da dire è che denunciare può essere utile e che sono contento che sia stata riconosciuta la pericolosità sociale dell’imputato, nonostante le somme delle estorsioni e delle rapine fossero di importi relativamente bassi”. Tuttavia, ha aggiunto con amarezza: “Certo, non abbiamo un’aggravante di omofobia e qui si vedeva tutta”.
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