Tutti abbiamo amato. Tutti abbiamo avuto una persona che è riuscita a ridurre il mondo intero ad uno sguardo e farcelo bastare, e se ancora non vi è successo, fidatevi: succederà, e saprete di cosa sto parlando.
È questo il punto da cui vorrei partire per introdurre un artista cubano, attivo a New York durante gli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90 che ha cantato e pianto l’amore per il compagno Ross morto prematuramente per AIDS, nel pieno dilagare della crisi che tanto ha dimezzato la comunità gay e artistica di quel periodo: Félix Gonzalez-Torres. Minimaliste e concettuali, le sue opere sono cariche di uno straordinario impatto emozionale. Facendosi metafore della coppia in ogni suo aspetto, esplorano ogni fase della conoscenza – dall’iniziale scoperta dell’altro ai momenti felici vissuti insieme, dall’avanzamento della malattia alla morte prematura.
Tra le opere più iconiche e delicate di Félix Gonzalez-Torres troviamo “Le Lampadine” – fili di luci che, scendendo dal soffitto, si appoggiano sul pavimento, illuminando la stanza. Si resta incantati dalla semplicità e dal calore che sembrano ispirare, ma i livelli su cui quest’opera lavora sono multipli e oltre l’istante si schiude una verità subconscia, la vita vissuta in virtù di una perdita personale. I momenti felici vissuti con qualcuno che si ama sono motivo di gioia e il loro ricordo ci porta a sorridere, ma quando la persona con cui li abbiamo condivisi ci viene strappata, questi diventano gli appigli più saldi per rimanere a galla. Utilizzando uno strumento così fragile e temporaneo come le lampadine, Félix le riveste di un carattere transitorio, ma solo nella loro materialità: come nel caso del suo Ross, la malattia può averlo sottratto nel corpo, ma ciò che di lui resta a livello emotivo rimane intatto e Ross continua a vivere attraverso l’opera.
Questo equilibrio tra materiale e incorporeo prende le forme anche di due orologi identici posti uno di fianco all’altro fermi sulla stessa ora. Le “paia” sono un tema ricorrente nella narrativa visiva di Félix Gonzalez-Torres, perché si rendono viceré della sua relazione anche dopo la morte di uno dei suoi componenti. Infatti, ciò a cui Félix dà forma non è la solitudine di chi è rimasto, ma l’assenza di chi se n’è andato. In questo senso, l’assenza del corpo assume particolare importanza nella serie di ventiquattro fotografie del letto disfatto che l’artista ha installato per tutta la città di New York nel 1991, in seguito alla scomparsa del compagno Ross.
Installando in un luogo pubblico l’intimità di un letto personale su cui si dorme, su cui si fa l’amore e – come nel caso del suo compagno – ci si spegne, Félix mette in discussione il confine tra pubblico e privato, ma soprattutto, crea un epitaffio che non può essere attaccato in quanto gay o legato all’AIDS: tutti possiamo gettare su quel letto le nostre proiezioni personali svincolate dall’idea iniziale dell’artista, così come possiamo vedere una coppia gay, lesbica o etero in ogni “paia”, perché prima del nostro orientamento sessuale siamo questo: una coppia. E a prescindere dall’artista possiamo facilmente identificarci nei suoi lavori, in quanto persone che amano, hanno amato o hanno perso qualcuno.
Félix Gonzalez-Torres ci chiama a prendere parte attiva al suo intimo processo di elaborazione della vita e della morte, e lo fa chiedendoci di distruggere lentamente la sua opera. Un’opera votata alla scomparsa. Come Félix stesso afferma in un’intervista con Robert Storr per ArtPress nel gennaio 1995: “Volevo creare un’arte che potesse scomparire, che non fosse mai esistita, una metafora per quando Ross stava morendo… Avrei abbandonato il lavoro prima che il lavoro abbandonasse me. […] Non volevo che durasse, perché così non mi avrebbe fatto soffrire.”
Come il titolo dell’opera suggerisce, questo cumulo di caramelle è in realtà un “Portrait” – un ritratto del compagno Ross, non alla vista ma nel peso. L’opera ogni giorno deve pesare 175 pounds (circa 80 chili), peso del compagno il giorno in cui morì. Per questo a fine giornata il peso dell’opera deve tornare a 175 pounds. Consumando l’opera, gli spettatori riproducono la lenta deplezione a cui l’AIDS sottopose il corpo di Ross: come le caramelle che vengono sottratte una ad una, il compagno veniva consumato di giorno in giorno dalla malattia. In chiave simbolica, il gesto di mangiare ‘un pezzo di Ross’ assume un ruolo quasi spirituale o religioso, elevandosi ad ostia profana, e al contempo denuncia sul ruolo centrale che i governi e la popolazione abbiano avuto nella morte di così tante persone, scegliendo di non vedere e di non dare importanza a ciò che stava succedendo attorno a loro.
Senza chiasso né provocazioni esplicite, Félix Gonzalez-Torres seppe introdurre sul piano artistico e culturale un argomento come l’AIDS in quegli anni, in un momento in cui né il governo né la società sembravano riconoscere l’urgenza e la gravità di una malattia che stava mietendo milioni di vittime in America e non solo. Ross continua a vivere tramite le opere di Félix, e noi tutti siamo quelli che continuiamo ancora oggi a tenerlo in vita semplicemente ammirando le opere o attraverso un gesto semplice, come portare a casa una manciata di caramelle. E mangiarle.
Per approfondire l’argomento e conoscere più a fondo Félix Gonzalez-Torres ecco alcuni siti che vi potrebbero essere utili (in lingua inglese):
- Félix Gonzalez-Torres Foundation
- MoMA Artists: Félix Gonzalez-Torres
- Guggenheim Museum New York: Félix Gonzalez-Torres
Se siete a Milano, invece, vi consiglio di fare visita alla galleria d’arte Massimo de Carlo, dove è in corso una mostra curata dagli artisti Julie Ault e Roni Horn e divisa su tre città (le altre due sono a Londra da Hauser & Wirth e a New York da Andrea Rosen), dedicata esclusivamente a Félix Gonzalez-Torres, in cui potrete vedere una selezione di opere dell’artista.
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