Filipp e Danil, storia di una coppia gay in fuga dalla Russia di Putin e ora perseguitata negli USA di Trump

"La storia di Filipp e Danil ci mostra cosa succede quando una nazione che un tempo era un faro di libertà decide che alcune libertà possono aspettare".

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Filipp e Danil, fonte foto OutMagazine
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Filipp e Danil sono scappati dalla Russia di Vladimir Putin, in fuga dall’omobitransfobia di Stato con arresti di massa nei locali LGBTQIA+ e censura totale ai danni di un’intera comunità, sperando di trovare negli Stati Uniti d’America  di Donald Trump un posto sicuro, dove poter dare forma ad un futuro insieme. Ma così non è stato.

Quando hanno attraversato il confine in cerca di asilo, a uno dei due è stata concessa protezione, mentre l’altro è stato spedito in cella. A darne notizia è OutMagazine.

Filipp e Danil, persecuzione d’amore

Filipp, 25 anni, ha ottenuto asilo l’anno scorso dopo mesi di detenzione. Oggi vive ad Austin, in Texas, mentre suo marito, Danil, 21 anni, è detenuto in Georgia, in attesa di un’udienza in tribunale che inspiegabilmente tarda ad arrivare. Perché la burocrazia statunitense si è trasformata in un nuovo incubo. Un giudice ha sentenziato che il matrimonio non sarebbe “prova sufficiente” per dimostrare la loro relazione.

La storia di Filipp e Danil ha origine all’ombra della legge russa sulla “propaganda gay”. Fuggiti dalla Russia si sono uniti a una piccola rete di richiedenti asilo queer di lingua russa che si aiutano a vicenda per districarsi nella burocrazia americana. Questa rete ha garantito a Filipp un piccolo appartamento che condivide con altri rifugiati, mentre suo marito è in carcere, negli USA, da oltre un anno. Danil è stato più volte trasferito da una strutture all’altra, in ben tre Stati. Le sue richieste di parlare con suo marito Filipp sono spesso respinte.

Lo stesso governo che sostiene di difendere i valori della famiglia ha deciso che il loro matrimonio è irrilevante“, scrive OutMagazine. “Nel frattempo, aziende private traggono profitto da ogni giorno in cui Danil rimane in carcere. I posti letto nei centri di detenzione sono pagati dai contribuenti, ma occupati da esseri umani il cui unico “crimine” è quello di aver attraversato un confine per sopravvivere. Ogni ritardo, ogni appello, ogni giudice assente aggiunge profitto al bilancio. Questa non è protezione. È crudeltà mercificata“, sottolinea Edafe Okporo, fondatore di Refuge America nonché autore di “Asylum: A Memoir and Manifesto”.

Attivista per i diritti umani nato in Nigeria e richiedente asilo che attualmente vive a New York, Edafe Okporo ha vissuto in prima persona la detenzione statunitense.

“So cosa si prova in quella gabbia. So come distrugge la tua fede nella giustizia, come ti insegna che “giusto processo” è spesso solo un nome più carino per un’attesa dolorosa. Quando l’America detiene i rifugiati, non si limita a trattenere i corpi; tiene in ostaggio l’amore”. “Questo caso mette a nudo la profonda ipocrisia del nostro sistema. Celebriamo il Mese del Pride con bandiere arcobaleno sugli edifici governativi mentre i rifugiati queer sono in celle di isolamento. Twittiamo #LoveIsLove mentre i giudici dell’immigrazione liquidano i matrimoni tra persone dello stesso sesso come “prova insufficiente”. Diciamo al mondo di venire qui per la libertà, per poi rinchiudere le persone in prigioni private quando lo fanno. Il sistema di asilo statunitense è stato creato per proteggere le persone in fuga dalle persecuzioni. Ora viene utilizzato come arma per ricreare quelle persecuzioni. I centri di detenzione dell’ICE sono diventati estensioni della stessa paura da cui le persone fuggono: luoghi in cui l’identità viene messa in discussione, l’amore è sospetto e la dignità è facoltativa. Filipp e Danil dovrebbero stare insieme. Non è un’affermazione radicale. È il minimo indispensabile di umanità”. “La storia di Filipp e Danil ci mostra cosa succede quando una nazione che un tempo era un faro di libertà decide che alcune libertà possono aspettare. Come americani non possiamo affermare di essere un rifugio mentre trasformiamo l’amore in prova e la libertà in punizione. Se uno è libero, entrambi devono essere liberi. Finché tutti i rifugiati non saranno al sicuro, la promessa dell’America non verrà mantenuta“, ha concluso Okporo.

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Quanto avviene negli USA ricorda quanto recentemente capitato a Torino con una persona gay rimpatriata in Gambia dopo aver chiesto asilo politico all’Italia, perché la commissione territoriale non ha “creduto” al suo coming out. In Gambia l’omosessualità è illegale con pena detentiva massima che abbraccia il carcere a vita.

© Riproduzione riservata.

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