Accoltellata e lasciata a morire nel cuore della notte da una persona di cui si fidava. Il corpo di Kesaria Abramidze, 37enne modella e attivista transgender tra le più influenti in Georgia, è stato rinvenuto ieri mattina nel suo appartamento a Tbilisi, nel quartiere di Didi Dighomi.
A poche ore dalla scoperta, il sospettato principale, il 28enne Beka Jaiani, è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Kutaisi, mentre tentava di lasciare il Paese. Si prospetta per lui una pena dai 16 ai 20 di carcere, che potrebbe arrivare all’ergastolo nel caso in cui venissero accertate le aggravanti.
“L’indagine è condotta in base ai paragrafi ‘h’ e ‘m’ dell’Articolo 109 del Codice Penale, che si riferisce all’omicidio intenzionale commesso in circostanze aggravate da particolare crudeltà e sulla base del genere“, ha dichiarato il Ministero degli Interni in un comunicato ufficiale.
Secondo le prime ricostruzioni, Jaiani avrebbe ucciso Abramidze al culmine di un alterco, lasciando l’arma del delitto sul luogo del crimine. Le forze dell’ordine hanno confermato che la vittima era stata precedentemente vittima di violenze non correlate, e che l’omicidio potrebbe essere l’epilogo di una serie di atti d’odio legati alla sua identità di genere.
Non è ancora del tutto chiaro quale fosse la natura della relazione tra Abramidze e il suo aggressore, anche se si vocifera di un legame sentimentale nascosto.
L’unica certezza, ad oggi, è il dolore della comunità LGBTQIA+ gerogiana, che perde uno dei volti più noti dell’attivismo trans* nel paese, una donna che aveva scelto di vivere apertamente la sua identità nonostante l’ostilità e il pregiudizio dilagante.
Sfruttanto la notorietà conquistata grazie alla propria carriera di modella, Abramidze si era fatta portavoce delle battaglie contro la discriminazione transfobica e per i diritti civili in talk show e trasmissioni televisive di rilevanza nazionale. Una presa di posizione che l’aveva tanto una voce per la comunità quanto un bersaglio per chi vedeva nella sua visibilità una minaccia all’ordine conservatore radicato nel paese.
Nonostante la sua notorietà, Kesaria era infatti spesso vittima di discriminazioni e attacchi, a cui era maggiormente esposta: le sue esperienze personali di violenza e oppressione erano spesso strettamente intrecciate con il suo impegno pubblico.
A poche ore dal ritrovamento del corpo, le organizzazioni per i diritti civili hanno immediatamente puntato il dito contro l’incapacità delle autorità di proteggere le persone transgender dalla violenza e dall’odio, una realtà che Kesaria conosceva fin troppo bene.
La sua morte arriva inoltre in un momento critico per la comunità queer in Georgia, immediatamente dopo l’approvazione di una legge fortemente discriminatoria contro la cosiddetta “propaganda gay”, sul modello russo. Un provvedimento, voluto da frange conservatrici e religiose, che insieme a quello sugli “agenti stranieri” limita ulteriormente i diritti della comunità, vietando manifestazioni pubbliche di sostegno e istituzionalizzando lo stesso clima di odio e oppressione che, forse, ha ucciso Kesaria.
