In Georgia un nuovo capitolo che non sorprende, ma che di certo preoccupa, in un clima in cui le ambiguità sembrano moltiplicarsi: con il 54,08% dei voti e 91 seggi sui 150 in Parlamento, il partito-movimento Sogno Georgiano ottiene una maggioranza che gli garantisce, ancora una volta, la leadership pressoché incontrastata del paese ex-sovietico.
Difficile etichettare con precisione la formazione frankenstein di Irakli Kobakhidze, nata come movimento di centrosinistra e favorevole all’integrazione euro-atlantica, e che oggi appare scivolosa, indefinita, dopo la brusca virata verso Mosca con l’approvazione, a brevissima distanza, di due leggi sul modello russo: quella sugli agenti stranieri e quella contro la propaganda LGBTQIA+.
Un’ambiguità che per molti, non lascia più margine di fiducia o di neutralità: innumerevoli persone LGBTQIA+ si trovano oggi costrette a fuggire dal paese, dopo l’escalation di violenza registrata dalle organizzazioni per i diritti umani immediatamente dopo l’approvazione della draconiana legge volta a invisibilizzare e infine cancellare orientamenti e identità non conformi. Le persone queer sono così sottoposte a una paradossale persecuzione che dalle aule governative sanguina su una popolazione ancora immatura sui temi della diversità e dell’inclusione.

Elezioni parlamentari in Georgia: lo spettro di brogli e intimidazioni
Sfuggente alle categorizzazioni nette, la doppia faccia di Sogno Georgiano abbraccia dunque da una parte uno sviluppo economico affine con la sinistra europea e ribadisce, anche nelle scorse ore, la propria volontà di procedere verso l’UE. Mentre, sui temi sociali e culturali, si allinea sempre di più alle posizioni del conservatorismo autoritario e illiberale dei regimi filo-Mosca.
Accuse di concussione col Cremlino che Kobakhidze tenta di smentire davanti alle denunce di brogli e irregolarità da parte dell’opposizione che, però, non cede. È Salomé Zourabichvili, presidente della Georgia, la prima a liquidare il risultato come “totalmente manipolato” e a denunciare una possibile operazione speciale orchestrata da Mosca per destabilizzare il paese.
Un’ipotesi che, a livello locale, non si limita alla contestazione di una singola leader, ma trova il sostegno anche del Tbilisi Pride, l’unica associazione di rilievo in Georgia dedicata alla tutela delle minoranze sessuali. In un post su Instagram, il comitato organizzatore tuona:
“Le elezioni parlamentari del 26 ottobre non possono essere considerate libere e corrette, poiché i risultati non rispecchiano autenticamente la volontà della società georgiana.
Secondo il rapporto di “Fair Elections” (ISFED), il contesto elettorale si è rivelato profondamente squilibrato. Durante la fase pre-elettorale e nel giorno delle votazioni, sono emerse gravi violazioni: pressioni sugli elettori, sequestro di carte d’identità, raccolta e utilizzo improprio di dati personali, corruzione degli elettori, manipolazione delle schede, votazioni multiple, espulsione degli osservatori dai seggi, mobilitazione di individui sospetti nei pressi dei seggi, oltre a numerosi altri episodi concreti. Particolarmente rilevanti sono i problemi riscontrati nel funzionamento delle macchine di verifica e nelle liste caricate. Inoltre, il Georgian Dream ha impiegato risorse amministrative senza precedenti, compromettendo i principi di equità e libertà.
Ci uniamo agli osservatori internazionali e locali nell’appello a un’indagine approfondita su tutte le violazioni elettorali connesse a queste elezioni. La lotta per il futuro europeo della Georgia prosegue!”.

Elezioni in Georgia: il plauso di Orban e le indagini UE
Pur riconoscendo la buona organizzazione logistica delle elezioni, anche gli osservatori OSCE, NATO e UE riportano segnali inquietanti di “pressioni sugli elettori”. Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, si impegna a far luce sulle irregolarità in un prossimo summit a Budapest, con il supporto dell’europarlamentare Antonio Lopez-Isturiz White, che sottolinea il “regresso democratico” georgiano e non si sbilancia, tuttavia, sulla legittimità del voto.
Intanto, l’ex presidente pro-Occidente Mikheil Saakashvili, dal carcere, richiama i georgiani alla mobilitazione di massa, mentre il presidente del consiglio UE e primo ministro ungherese, Viktor Orban, non manca di celebrare la vittoria di Kobakhidze annunciando una visita ufficiale a Tbilisi.
Il quadro che emerge dal monitoraggio internazionale non lascia scampo ai dubbi: dipendenti pubblici sotto pressione, telecamere nei seggi a filmare l’espressione del voto, compromissione della segretezza.
Ma se ben due partiti di opposizione, insieme a Zourabichvili, si rifiutano di riconoscere i risultati, definendo la tornata elettorale “rubata”, Kobakhidze rivendica la vittoria e, parlando come in campagna elettorale, si scaglia contro le forze filo-Occidente, accusandole di voler trascinare la Georgia “in guerra entro una settimana”.
Sogno Georgiano e diritti LGBTQIA+
L’attitudine vincente di Sogno Georgiano sta dunque nella sua capacità di danzare sul filo di una contraddizione ben calibrata: da un lato, le aspirazioni di un popolo che guarda all’Europa; dall’altro, la morsa autocratica che incombe dall’Est.
Per alcuni analisti, questa posizione resta una sapiente distanza strategica; per altri, invece, i segnali di una deriva conservatrice sono fin troppo visibili, una replica delle pressioni russe che già si insinuano nei cosiddetti “satelliti” di Mosca.
Ma per cogliere appieno le sfumature di questa dinamica, è utile fare un passo indietro e risalire alle origini di Sogno Georgiano, quando, seppur con legami ben saldi alla Chiesa Ortodossa ultraconservatrice, il partito sembrava ancora impegnato nella battaglia per i diritti LGBTQIA+.
Le riforme pro LGBTQIA+ di Sogno Georgiano
Correva l’anno 2013, quando, alla vigilia della Giornata Internazionale contro l’Omobilesbotransfobia, il primo ministro Ivanishvili diede per la prima volta segnali di apertura verso la questione – spinto anche dalle pressioni europee che volevano la Georgia più allineata con gli standard UE in materia di diritti umani.
In quel frangente, Ivanishvili dichiarò per la prima volta il suo impegno a garantire gli stessi diritti e doveri a tutti i cittadini, incluse le persone LGBTQIA+, confidando che la società si sarebbe adattata. Quelle speranze si scontrarono tuttavia con una realtà inasprita: appena un giorno dopo, il Pride di Tbilisi – unica manifestazione in favore dei diritti LGBTQ+ del paese – fu brutalmente interrotto. Decine di migliaia di contro-manifestanti, guidati dal clero ortodosso, si riversarono nelle strade, soffocando quel tentativo embrionale di cambiamento.
Eppure, la leadership non cedette: nel 2014, l’adozione di una legge contro le discriminazioni – inclusiva di tutele per le minoranze sessuali – rese la Georgia un unicum LGBTQ+-friendly nel Caucaso del Sud.
Visualizza questo post su Instagram
Georgia: la legge anti LGBTQIA+ e la virata ad est
Non durò a lungo, tuttavia. Nel 2018, Sogno Georgiano iniziò a rivelare i primi segni di ambiguità con un emendamento costituzionale che definiva il matrimonio come “un’unione tra un uomo e una donna finalizzata alla creazione di una famiglia”, di fatto precludendo ogni possibilità al matrimonio egualitario.
Una crepa insanabile, che segnò l’inizio di un progressivo irrigidimento su questioni LGBTQIA+ in un contesto politico sempre più polarizzato. Con il 2021 arrivò un ulteriore inasprimento: il Primo Ministro Garibashvili, in un discorso pubblico, bollò il Pride di Tbilisi come “irragionevole”, sconsigliandone la tenuta in Rustaveli Avenue per evitare “scontri tra civili”.
Sotto la minaccia di violenze e l’assenza di garanzie di sicurezza, la parata fu cancellata; le strade si trasformarono in un campo di battaglia, dove migliaia di estremisti attaccarono brutalmente attivisti e giornalisti, lasciando decine di feriti. La reazione del Tbilisi Pride non si fece attendere: per la prima volta, il comitato organizzatore condannò apertamente le parole di Garibashvili, tacciandole di omofobia e definendole “anti-statali”.
Nel 2023 – in concomitanza con l’escalation repressiva in Russia – la retorica di Sogno Georgiano si fece ancora più aspra. Il partito iniziò a denunciare la “propaganda LGBTQIA+ tra i bambini”, addossando le colpe a un “modello occidentale” percepito come una minaccia.
In un intervento alla conferenza ultraconservatrice CPAC, Garibashvili elogiò i “valori tradizionali” e criticò, proprio come fece Vladimir Putin a più riprese, “l’aggressività di una minoranza contro la maggioranza”. Anche quello fu l’anno delle violenze: il Tiblisi Pride fu cancellato dopo le pesanti aggressioni dei gruppi conservatori.
E si arriva ad oggi, con una legge anti-LGBTQIA+ che fa impallidire quelle in vigore in territori ben più difficili: divieto al matrimonio egualitario e all’adozione, alla transizione di genere, a qualsivoglia manifestazione di promozione dei diritti delle identità non conformi.
