Le strade di Tbilisi sono in fermento. Da settimane, la capitale georgiana è il palcoscenico di proteste di massa contro il governo di Sogno Georgiano, accusato di aver deliberatamente compromesso il percorso di integrazione europea del Paese.
La decisione di sospendere le trattative per l’adesione all’Unione Europea fino al 2028 ha scatenato un’ondata di indignazione, soprattutto tra i giovani, che vedono svanire la prospettiva di una Georgia moderna, democratica e rispettosa dei diritti civili. A questa frustrazione si aggiunge il timore crescente di un’ulteriore deriva autoritaria, in un Paese che, solo pochi anni fa, sembrava destinato a consolidare il suo futuro all’interno della sfera occidentale.
Negli ultimi giorni, le manifestazioni si sono fatte sempre più imponenti, accompagnate da una repressione brutale da parte delle forze di sicurezza, che hanno risposto con arresti arbitrari, cariche violente e l’uso indiscriminato di gas lacrimogeni per disperdere la folla. Repressione che non ha risparmiato neanche Nika Melia, leader del partito Akhali, e Gigi Ugulava, ex sindaco di Tbilisi ed esponente di spicco del partito Movimento Nazionale Unito (la formazione politica con cui ha amministrato la capitale georgiana tra il 2005 e il 2013). Entrambi ferventi filo-europei, sono stati arrestati il 2 febbraio con l’accusa di aver fomentato le proteste contro il governo.
Perché quello che sta succedendo in Georgia deve preoccuparci
La Georgia tra repressione, arresti e un futuro sempre più incerto
Secondo le autorità, i due oppositori politici avrebbero coordinato e fomentato le proteste contro il governo di Irakli Kobakhidze- riconfermato ad ottobre in quelle che molti hanno definito elezioni farsa – in un tentativo di “sovvertire l’ordine pubblico”. Narrazione che ricalca la retorica adottata più volte da Sogno Georgiano per giustificare la repressione delle voci dissidenti. Melia è stato rilasciato dopo alcune ore di detenzione, mentre Ugulava rimane sotto custodia in attesa di un’udienza, in quello che molti analisti leggono come un segnale intimidatorio nei confronti dell’opposizione.
“Il Ministero degli Interni ha avviato procedimenti penali contro otto manifestanti arrestati nei pressi di un centro commerciale di Tbilisi, dove la polizia, con il volto coperto, ha brutalmente aggredito cittadini pacifici, colpendo anche donne e minorenni – denuncia il Tblisi Pride, l’ONG a tematica LGBTQIA+ più influente del paese –
Dall’inizio delle proteste contro la cosiddetta “legge russa” fino a oggi, con la richiesta di nuove elezioni, più di 50 persone sono state imprigionate per aver espresso il proprio dissenso. L’ingiustizia che dilaga nel Paese è talmente insopportabile che alcuni di loro hanno scelto lo sciopero della fame, rischiando la vita dietro le sbarre“.
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Il destino della Georgia è quello di diversi altri Paesi ex sovietici ancora vulnerabili all’influenza russa: sotto pressione politica ed economica, si trova progressivamente intrappolata in una spirale repressiva che ricalca schemi già visti in altre nazioni della regione – Ungheria, Bulgaria, Serbia, Bielorussia, Cecenia e per un soffio anche la Moldavia.
Moldavia, parla la comunità LGBTQIA+ nel post referendum: “Stiamo rischiando tutto” – INTERVISTA
Attraverso ingenti investimenti sulla destabilizzazione politica delle nazioni dell’est – unita al soft power esercitato dalla retorica sui “valori tradizionali” in contrapposizione alla “decadenza occidentale” -, Mosca alimenta e legittima governi sempre più autoritari, spingendoli a reprimere il dissenso e a chiudere le porte all’Occidente.
L’obiettivo ultimo è chiaro: destabilizzare le democrazie emergenti – e di conseguenza, l’UE – e creare le condizioni per riassorbire progressivamente quei Paesi che, dopo il crollo dell’URSS, hanno cercato di affrancarsi dall’influenza russa per avvicinarsi all’Occidente.
Il modello è rodato: presentare l’integrazione europea come una minaccia alla sovranità nazionale, etichettare il pluralismo come interferenza straniera e usare la lotta ai diritti LGBTQIA+ come collante ideologico per rafforzare il consenso interno. Così, mentre la Georgia formalmente mantiene un piede nel dialogo con Bruxelles, nei fatti segue sempre più da vicino la traiettoria illiberale tracciata dal Cremlino.
L’Unione Europea ha già espresso ferma condanna alla risposta sproporzionata delle autorità sui manifestanti, ammonendo il governo di Kobakhidze: la deriva autoritaria della Georgia rischia di precluderle definitivamente il cammino verso l’adesione all’UE. Un compromesso che Sogno Georgiano sembra accettare senza esitazioni, assicurandosi il sostegno di un altro benefattore, libero da vincoli legati al rispetto dei diritti umani e dunque più in linea con il sentimento populista in ascesa nel Paese.
Georgia, la situazione della comunità LGBTQIA+ come stretta conseguenza della deriva autoritaria
E mentre il governo reprime le manifestazioni filo-europee, la situazione per la comunità LGBTQIA+ in Georgia peggiora di giorno in giorno. La recente approvazione della cosiddetta “legge sugli agenti stranieri” e della normativa contro la “propaganda omosessuale”, sulla falsariga di quelle implementate prima in Russia, e poi in Ungheria, sono un eloquente segnale della direzione intrapresa dall’esecutivo.
La prima legge, ispirata direttamente a quella russa del 2012, obbliga tutte le ONG e le organizzazioni che ricevono più del 20% dei loro finanziamenti dall’estero a registrarsi come “agenti stranieri”, con il rischio di essere chiuse o perseguitate dalle autorità. Un colpo mirato alle ONG LGBTQIA+, già nel mirino di gruppi ultraconservatori e milizie paramilitari.
Ma è la legge contro la “propaganda omosessuale” il vero spartiacque: fortemente voluta dal governo e dai settori più reazionari della società, vieta la “promozione” delle relazioni tra persone dello stesso sesso nei media, nelle scuole e negli spazi pubblici – una specie di risoluzione Sasso, di più ampia portata.
Il linguaggio utilizzato nel testo è – proprio come nella risoluzione Sasso – volutamente vago, il che lascia ampio margine di manovra alle autorità per colpire chiunque tenti di parlare pubblicamente di tematiche LGBTQIA+. Il timore diffuso è che si tratti del primo strumento istituzionale per silenziare giornalisti, attivisti e artisti queer, oltre a fornire ulteriore legittimazione alle aggressioni omofobe già in costante aumento.
Il futuro della Georgia e la resistenza della società civile
Nonostante il clima repressivo, la società civile georgiana non sembra però intenzionata a cedere senza combattere. Le proteste continuano e la volontà di una parte significativa della popolazione – in particolare i giovani e la diaspora – di mantenere la rotta verso l’Europa resta immutata.
La strada è però sempre più in saluta. Con un governo che appare deciso a consolidare un modello di potere sempre più autoritario e con un’opposizione sotto attacco, il rischio è che la Georgia segua le orme dell’Ungheria, diventando un altro esempio di “democrazia illiberale” ai confini dell’Unione Europea.
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