Giò Stajano, nipote del gerarca fascista Achille Starace, è stata una delle figure più eccentriche e controverse del Novecento italiano. Autrice, attrice, icona della Dolce Vita e tra le prime donne trans visibili nel Paese, ha vissuto un’esistenza segnata da continue metamorfosi: da scrittrice provocatoria a diva del cinema erotico, fino alla scelta di ritirarsi in convento come suora laica.
A raccontare la sua storia oggi è Beata Oscenità, monologo scritto da Massimo Sgorbani, diretto da Serena Sinigaglia e interpretato da Gianluca Ferrato, in prima nazionale martedì 11 novembre al Teatro Comunale di Bolzano.

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Giò Stajano, la sua vita diventa spettacolo
In occasione dello spettacolo teatrale sulla vita di Giò Stajano, nell’ambito della stagione del Teatro Stabile di Bolzano – e che dopo la prima farà tappa anche a Vipiteno, Brunico, Predazzo e Bressanone -, la regista milanese Serena Sinigaglia ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera perché avrebbe deciso di portare in scena proprio la vicenda di una persona “fuori tempo”.
“Giò Stajano era un essere umano che voleva essere libero di vivere la sua vita”, spiega Sinigaglia, sottolineando come la nipote di Starace sia stata capace di attraversare decenni di pregiudizi e censura con un atteggiamento sfrontato e anticonformista.
La regista racconta di essere stata colpita dalla portata umana della storia di Stajano e dalla forza del suo percorso. “Non si può non conoscerla”, dice, “è un cammino di libertà e affermazione della propria identità, di libertà esistenziale”. Ed ancora: “Restituisce una possibile via per ambire al senso della vita. Il modo con cui Stajano, in una società ben più ostile e chiusa della nostra, ha affrontato le sue diversità, incoraggia a farlo”.
Quello di Giò Stajano è un viaggio che attraversa il Novecento da una prospettiva unica, segnata da ribellione, ironia e desiderio di autenticità. La sua figura, nota al grande pubblico anche per la vicinanza agli ambienti di via Veneto e del cinema degli anni ’60, diventa qui simbolo di una ricerca interiore più che di una battaglia politica.

Il confronto con Pasolini
A colpire Sinigaglia è anche il modo in cui Stajano ha scelto di stare al mondo e che la differenzia enormemente dal percorso di Pierpaolo Pasolini: “Mi colpisce che Stajano attraversi il ‘900 in modo opposto a Pasolini, l’uomo militante e profeta intellettuale, mentre Stajano è esistenziale, ha deciso di non impegnarsi mai politicamente”, spiega.
Pur essendo un’icona, Giò Stajano non partecipò mai al Pride. “Al Gay Pride disse no, pur essendo un’icona, affermando: ‘Non vedo cosa ci sia da essere orgogliosi’”, ricorda la regista. “Questo suo totale disimpegno è la condizione della maggior parte d’Italia, ma con una caratteristica che lo fa spiccare: era coraggioso, sfrontato e scandaloso. Ha sempre cercato di vivere fino in fondo, con una libertà mentale fuori da schemi e pregiudizi: contagiosa”.
Una libertà vissuta come scelta personale e mai come manifesto ideologico. Stajano rappresentò un’anomalia in un’Italia che ancora faticava a riconoscere l’esistenza di altre identità di genere e orientamenti sessuali.
Una vita all’insegna dei contrasti
Il testo di Beata Oscenità evita toni didascalici o moralisti, concentrandosi sulla complessità di una vita piena di contrasti. “La scrittura di Sgorbani è riuscita a tirar fuori l’anima e il mistero di questa personalità”, dice Sinigaglia, che non può non riconoscere – e ribadire – la presenza di un “cortocircuito”. “Nipote del gerarca impiccato, poi icona della Dolce Vita, pioniere omosessuale/transessuale, diva porno e infine suora. Di fronte a una vita del genere, Sgorbani ha scelto di non entrare in polemica politica. Raccontare una vita così scandalosa e contraddittoria rispetto alle premesse valoriali da cui partiva ci dice che siamo figli di tutte queste metamorfosi”, aggiunge ancora.
La regista sottolinea anche l’eredità familiare di Stajano, e il contrasto tra le origini e le sue scelte: “Giò nasce in una famiglia fascista: sono gli accidenti della vita. Chissà come si sono dannati i suoi nell’avere un parente così difforme agli schemi borghesi”, commenta.
L’attualità del messaggio di Stajano
A distanza di decenni, la vicenda di Giò Stajano resta per Sinigaglia ancora attuale, soprattutto per il suo messaggio di libertà personale. “È tremendamente attuale; ci fa capire quanto poco siamo liberi, influenzati dal giudizio altrui, dalle stigmate sociali, incapaci di riconoscerci questa possibilità di espressione libera della nostra identità. Ci dà fiducia”.
L’esperienza di Stajano diventa così un punto di partenza per riflettere su quanto ancora oggi la società fatichi a riconoscere pienamente il diritto all’autodeterminazione.
Quando le viene chiesto che cosa penserebbe Stajano del dibattito contemporaneo su identità e autodeterminazione, Sinigaglia risponde con cautela: “Sarebbe molto critico sulla discussione su gender e binarismo, penso. Non si sarebbe allineato mai, comico e grottesco com’era, concentrato sull’azione esistenziale. Tant’è che si fece suora: poi in convento accadde qualcosa. Stajano fu un essere umano straordinario”.
Per la regista, lavorare su un materiale del genere non è stato affatto un ostacolo, ma una sfida creativa: “La scrittura di Sgorbani mi ha subito intrigata. Poter mettere le mani in un materiale appassionante, nuotarci dentro, viaggiare su queste montagne russe mi ha entusiasmato”.
Il ruolo del genere nell’arte
Nella parte finale dell’intervista, Sinigaglia riflette sul ruolo del genere nella sua produzione artistica: “Ho fatto molti spettacoli non legati all’identità di genere, altri indagavano il femminile. L’ho fatto perché sono donna, ma anche perché il sistema me lo chiedeva. Ma non sono solo una donna: ho anche una parte maschile, sono l’insieme di tutti i miei accadimenti, essere femmina non è più rilevante del fatto di aver perso mio padre a dieci anni”.
E aggiunge: “Mi sembra una forma involontaria di ulteriore ghettizzazione. Ma il problema della differenza di genere esiste. Spero che un giorno si possa insistere più sul concetto di persona che non sul genere”.
Un auspicio che riassume il senso profondo dello spettacolo: raccontare la storia di chi ha vissuto in continua trasformazione, inseguendo la libertà di essere se stesso, al di là delle definizioni.
