Pasolini fu ucciso anche dalla sinistra

L’omosessualità di Pasolini fu un tabù per il PCI, che negli anni ’50 e ’60 cercava rispettabilità borghese e temeva ogni deviazione dai costumi “morali” del realismo socialista.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Pier Paolo Pasolini e la sinistra italiana
4 min. di lettura

C’è un’immagine tra le più note che da sempre mi ha restituito i contorni incollocabili e sfuggenti di PierPaolo Pasolini: egli cammina controvento, con la giacca slacciata, lo sguardo all’indietro. Un uomo che non appartiene a nessun corteo, ma che pure è lì, immerso nella folla. La sinistra italiana, così desiderosa di riconoscersi in un’icona così influente, lo ha inseguito per decenni, tentando invano di redimerlo o di reclutarlo. Ma Pasolini non voleva essere redento. Pasolini fu, egli stesso, il più grande scandalo di se stesso e questo fu forse il suo più grande lascito: un comunista senza partito, un cattolico senza fede, un marxista pieno di nostalgia.

Ma Pasolini non voleva essere redento. Pasolini fu il suo stesso scandalo: un comunista senza partito, un cattolico senza fede, un marxista pieno di nostalgia. “Io da bambino sono stato un nomade, passavo da un accampamento all’altro“. Una punta di diamante di quell’egemonia culturale, quella sì, imprendibile per le burocrazie degli apparati.

L’omosessualità di Pasolini fu un tabù per il PCI, che negli anni ’50 e ’60 cercava rispettabilità borghese e temeva ogni deviazione dai costumi “morali” del realismo socialista. Per PPP l’omosessualità non fu solo una dimensione privata, ma un atto politico di disobbedienza contro ogni potere, compreso quello della sinistra. Dopo la denuncia per corruzione di minori del 1949, il Partito Comunista lo espulse, segnando una frattura mai sanata. La sua identità sessuale, vissuta apertamente e intrecciata alla scrittura, era incompatibile con l’austerità del comunismo togliattiano. Come scrive Marco Belpoliti in Pasolini in salsa piccante (Guanda, 2010):

la sua omosessualità era politica perché minava il controllo del corpo e del desiderio imposto anche dalla sinistra”.

E secondo Walter Siti (Pasolini. Cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Einaudi, 2022):

il PCI “non poteva perdonargli d’essere scandaloso fuori e dentro la rivoluzione”.

Pasolini amava il popolo e lo frequentava con la curiosità dell’attrazione esotica per la diversità, con la prossimità ambigua dei contatti (come il suo amore per il calcio) che non dovevano essere raccontati e che egli tramutava in lingua, versi, cinema: e questo era tutto ciò che un certo pensiero populista e corporativo di sinistra non avrebbe mai accettato.

Ma PPP non perdeva tempo con l’assalto della solitudine e dell’isolamento che man mano l’avrebbero stritolato. Il suo tuffo nella realtà delle masse, immaginate come raccolta di singole peculiarità individuali, era irreversibile. E per lui irresistibile. Pasolini temeva la mutazione del popolo; difendeva i sottoproletari, poi li accusava di essere stati corrotti dal benessere. La sinistra, intanto, lo guardava come si guarda un parente folle: con un misto di vergogna e ammirazione. Bramava i suoi versi, sognava di poterlo inserire nelle caselle della grande struttura dello stato padrone: ma la cultura dominante della sinistra italiana non ha mai accettato la di lui realtà.

Pasolini mentre gira le testimonianze che avrebbero portato alla sua inchiesta capolavoro "Comizi d'amore"
Pasolini mentre gira le testimonianze che avrebbero portato alla sua inchiesta capolavoro “Comizi d’amore” (1965)

Pasolini smascherava i riti e le ipocrisie di una sinistra che parlava di libertà ma voleva consenso, che predicava la rivoluzione mentre inseguiva la rispettabilità di quella borghesia contro la quale PPP avrebbe scagliato strali di accuse fino a quella della connivenza e complicità con la cultura fascista, i cui eredi sarebbero stati i più grandi alleati dei comunisti nella costruzione dello stato post 45. Il suo “Io so” non era solo un atto d’accusa contro il potere, ma anche contro quel moralismo di sinistra che preferiva tacere, pur di restare “dalla parte giusta”. La strombazzata pacificazione tra fascisti e comunisti non era per Pasolini da mettere in discussione: ma in quel sottile confine tra pacificazione e complicità, egli percorse il crine solitario di chi non ha intenzione di tacere davanti alle ingiustizie della cultura dominante. È questo che ha ucciso Pasolini ed è per questo che anche la sinistra lo ha ucciso.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Pasolini amava visceralmente i sottoproletari, li frequentava, li idealizzava, ma sempre da una posizione inevitabilmente esterna: da intellettuale che li trasforma in materia poetica e mitologica. Imperdonabile per quel Partito Comunista che si era dimostrato disposto alla pacificazione con i quadri di potere del defunto fascismo, pur di partecipare al banchetto della spartizione.

"Salò o le 120 giornate di Sodoma", ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)
“Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ultimo film di Pier Paolo Pasolini (1975)

L’amore di Pasolini per il sottoproletariato era autentico, ma anche filtrato e intriso di fascinazione, di desiderio. Proprio questo atteggiamento era intollerabile per la sinistra più populista o dogmatica, che voleva un’adesione totale e “pura” al popolo, non uno sguardo problematico, erotico, a volte persino colpevole.

Fu il poeta che osò difendere i poliziotti a Valle Giulia, perché figli del popolo, e condannare gli studenti, figli della borghesia ribelle. Un gesto di lucidità e bestemmia mai perdonato e persino sbeffeggiato, bollato nei decenni successivi come postura radical chic, qualcuno da sinistra ha scomodato persino l’accusa di aver esercitato una “superiorità di classe”. Da allora, la sinistra non seppe più dove collocarlo: troppo scomodo per essere eroe, troppo sacro per essere rinnegato.

Nel suo corpo martoriato all’Idroscalo, ucciso il 2 novembre 1975, si è compiuta la parabola di un uomo che aveva fatto della propria unicità una forma di resistenza e che, fino alla fine, l’aveva offerta come possibilità di libertà per l’unicità di ognuno di noi.

Pasolini aveva previsto tutto: la televisione, l’omologazione, il fascismo della modernità e l’autoritarismo dell’ossessione tecnologica. Ma ciò che più aveva intuito era la sconfitta morale di chi crede di sapere sempre da che parte stare. La sinistra italiana non ha mai smesso di cercarlo, ma solo per specchiarsi nel suo vuoto.

Non è un caso se, cinquant’anni dopo, i mandanti dell’omicidio Pasolini restino un buco nero, un nome che nessuno osa dire. La sua voce disturbava troppe stanze, troppe ideologie, troppi ordini morali e troppi apparati. Era scomodo per tutti: per la Chiesa, per la destra, per la sinistra che lo voleva ma non lo sopportava. E allora i mandanti non furono uno, ma molti: una folla anonima di poteri, di ipocrisie, di silenzi.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.