Il lessico della felicità: le 33 parole che ci aiutano a volerci bene

Il noto coach e formatore Roberto D'Incau ci racconta come godersi "lo stravagante disturbo che è la vita prima che diventi una malattia".

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Roberto D’Incau, esperto di diversity&inclusion, formatore e coach, possiede un talento raro: sa mettere le persone a proprio agio con grande empatia e infonde relax nonostante da sempre operi nel mondo stressante e competitivo delle grandi aziende.

E’ da questa attitudine ed esperienza che nascono i suoi libri, che indagano sul complicato rapporto tra sè stessi ed il mondo del lavoro, con una visione olistica: Quasi Quasi Mi Licenzio e Chi Lavora non fa sesso, incentrati rispettivamente sul tema del cambiamento e del Work Life Balance, e il Lato Bimbo, su creatività e motivazione.

La sua ultima fatica si chiama Il Lessico della felicità, scritto insieme alla psicologa Laura D’Onofrio, ed è stato pubblicato all’inizio di quest’anno per l’editore Baldini+Castoldi.

Ciao Roberto, pubblicare Il Lessico della Felicità” in un anno come il 2020 denota un tempismo micidiale! Ed invece…..?

Innanzitutto, un caro saluto agli amici di gay.it. Che dire, mi piacciono le sfide.

Pubblicai “Quasi quasi mi licenzio” dieci anni fa, in piena crisi (Lehmann Brothers, n.d.r.), e fu una riflessione utile. 2020 e felicità?  E’ stato un anno molto duro, doloroso, ma al tempo stesso è stato un anno che ci ha fatto molto riflettere, in particolare sul tema della felicità e del benessere psicologico, che oggi è centrale per noi e anche per le aziende.

Quest’anno abbiamo dovuto ridefinire le nostre priorità, e secondo me anche il nostro concetto di felicità.

Se vogliamo vedere un lato positivo in un “annus horribilis” come questo, ci siamo a mio parere riavvicinati a quello che ci appartiene davvero attraversando a nuoto il fiume in piena: noi stessi,

la nostra parte più vera, buttando nel fiume le zavorre, le sovrastrutture inutili. Un esercizio utile, ogni tanto, trovo.

Il lessico della felicità: quanto le parole che usiamo determinano quanto siamo felici?

A me piace molto una frase di Kurt Vonnegut con cui si apre il nostro libro: “Quando siete felici fateci caso”. Partendo proprio da questo punto di vista, in “Lessico della felicità” parliamo di trentatré parole chiave, alcune positive come amore, apprezzamento, motivazione, desiderio, altre  apparentemente negative, come crisi, fallimento, insoddisfazione, tradimento: non dimentichiamoci che nel mix che ci rende felici o infelici, in momenti diversi, le parole, belle o brutte, ci toccano tutte, in quanto esseri umani. Il mio punto di vista è che è  inutile censurare il linguaggio, o usare un ottimismo posticcio, molto fragile a mio avviso, come quello proposto da certi guru. Analizzando tutte queste parole, belle e brutte, vogliamo invece riflettere, coi lettori, su come affrontare “lo stravagante disturbo che è la vita prima che ne facciate una malattia”; chiamare le cose col loro nome, tipo “siamo in crisi come coppia”, “sento molto la fatica in questo periodo”, “sono insoddisfatto” è già un ottimo punto di partenza per essere (più) felici: far finta di niente è la cosa peggiore, sempre.

Nell’era dei social, con possibilità teoricamente illimitate nelle forme e nei modi di comunicazione, cosa succede al nostro lessico, ovvero a come percepiamo la vita?

I social sono un aspetto piacevole della realtà, ma non sono la realtà, per fortuna: sono la sua rappresentazione ideale, mediatica, edulcorata, in cui sorridiamo sempre, scegliamo l’inquadratura giusta, il sorriso e l’abito che ci valorizzano di più. I social sono “la vie en rose”: bella ma in fondo noiosa e irreale.

Molto meglio la complessità del lessico della vita, con tutte le sue sfumature linguistiche e di realtà: per apprezzare di più quando si è felici bisogna anche passare attraverso

l’incazzatura, o la noia. Un po’ come per apprezzare davvero l’estate è opportuno anche vivere, e apprezzare, le altre stagioni, più sfumate, meno “vow”.

Quali sono le “piccole cose” che però tendono a renderci grandemente infelici?

Intendo atteggiamenti o comportamenti in teoria facilmente modificabili,  ma che spesso rendono intere esistenze infelici proprio perchè non compresi.

Secondo me la cosa che ci rende più infelici in assoluto è la non consapevolezza di noi stessi, o di parti di noi stessi. Prendere atto pienamente di quello che siamo, dei nostri punti di forza e di debolezza, 

e anche accettare e elaborare la nostra storia passata, quello che ci ha portati a essere quello che siamo oggi, nel bene e nel male, è il punto di partenza più importante per essere più felici, o perlomeno più sereni. Le trentatrè parole di cui parliamo nel libro, in fondo, sono 33 elementi di consapevolezza di sé.

Possiamo dire che conosci profondamente il mondo LGBT: quanto l’appartenenza a questa community complica il conseguimento di una vita felice? E ci sono casi in cui invece l’agevola?

Vorrei poter dire un giorno che essere LGBT non ha alcun impatto sulla nostra felicità: purtroppo, parlo dell’Italia di oggi, ci sono invece troppo elementi di contesto che impattano sulla nostra felicità, dal sentirsi accettati in famiglia e dagli amici, al potere fare coming out tranquillamente sul posto di lavoro, al poter girare per strada ovunque in Italia mano nella mano o abbracciati col proprio compagno senza sentirsi a disagio.

Detto questo, naturalmente conosco tante persone LGBT felici e tante persone straight infelici, e viceversa: io dico sempre che quello che non ti distrugge ti fortifica, passare attraverso le difficoltà dell’inclusione può anche rafforzare la propria “joie de vivre”.

3 abitudini che differenziano le persone felici da quelle infelici

Ascoltarsi
Prendere la vita con ironia
Volersi bene
Sono le tre caratteristiche di chi sta bene con se stesso.

Sappiamo che sei attivamente impegnato anche nel diversity nel mondo delle aziende: cos’è cambiato in Italia negli ultimi anni?

Te lo dirò con un numero: Lang&Partners Younique Human Solutions, la società che ho fondato, si occupa di D&I fino dalla sua fondazione: da sempre il nostro claim è “We value diversity”.

Fino a cinque anni fa, le attività di consulenza legate al D&I erano “peanuts” rispetto alle altre nostre attività: oggi rappresentano quasi il 50% del nostro fatturato, e facciamo tanti progetti molto interessanti, dal diversity coaching, alla gestione di D&I board, ai webinar, alla formazione, all’advisory. Una crescita entusiasmante, sia con le sedi locali delle multinazionali, sia con aziende 100% italiane.

Sappiamo che le grandi aziende, Netflix, Google & C, partecipano ai Pride e sono super inclusive. ma qualcosa si muove anche nelle piccola e media impresa italiana?

Si, te lo confermo, c’è molto interesse sui temi dell’inclusione, declinata nei suoi tanti temi, leadership al femminile, age diversity, leadership inclusiva, eccetera. Si inizia magari da una piccola cosa, o da un progetto non troppo impattante, e si da il là a un processo dove l’inclusione viene vista come una chiave strategica del successo dell’azienda.

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Infine parliamo di te Roberto, la domanda è d’obbligo: sei felice?

Sono molto in pace con me stesso, so quello che mi fa stare bene, che mi rende sereno. Ho costruito un mondo, personale e professionale, che valorizza quello che sono e che voglio essere. Ho realizzato il contratto con me stesso, e questo mi rende felice. Certi giorni sono euforico e entusiasta, altri meno, come tutti, ma mediamente chi mi conosce bene, chi mi vuole bene, mi definisce come una persona felice, anche se, lo ammetto, sono complicato (ride n.d.r.) 

Quando sei stato infelice? e cosa ti ha aiutato a reagire a modificare la situazione?

Sono stato infelice tutte le volte che per fare felice qualcun altro non mi sono ascoltato, e ho fatto scelte diverse da quelle che avrei voluto fare. Un esempio tra tutti? Dopo il liceo classico studiai Business Administration, anziché psicologia come avrei voluto, perché mi sembrava più nelle corde della mia famiglia: la cosa lì per lì non mi rese felice, anche se mi laureai molto bene, ma anni dopo i miei genitori mi dissero “Roberto, ma perché non hai studiato psicologia all’epoca, eri cosi portato”. Risi, ma al tempo stesso mi dissi: bisogna sempre fare le proprie scelte nella vita, con coraggio. Gli altri, prima o dopo, ci seguono.

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