Il papà gay Christopher Plummer è Oscar

L'attore premiato per il ruolo gay di Beginners è premio Oscar. Trionfa The Artist con cinque statuette, terza per Meryl Streep. All'Italia, la scenografia di Hugo Cabret.

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Sono le quattro spaccate in Italia quando il canadese Christopher Plummer, signorile e maestoso in elegante velluto blu notte, sale sul palco del Kodak Theatre per ricevere dalle mani di Melissa Leo di The Fighter l’Oscar come miglior attore non protagonista in Beginners mentre una standing ovation lo onora per il massimo riconoscimento. Eccolo, il memorabile papà gay che riscopre uno slancio vitale con coming out tardivo nonostante un cancro divorante nello sventurato dramma di Mike Mills, uscito in Italia solo in DVD. "Ehi, hai solo due anni più di me, darling!" esclama ghignante Plummer, che adesso non verrà ricordato solo per il suo Barone Von Trapp di Tutti insieme appassionatamente o per il suo Tolstoij di The Last Station ma per un fantastico ruolo omosex.

"Quando sono uscito per la prima volta dalla stanza di mia mamma, ho provato il discorso di ringraziamento per l’Oscar – continua l’attore -. Per fortuna l’ho dimenticato. Vorrei dire a grazie all’Academy, ai miei colleghi, a Michael Mills e al suo incantevole film, a Ewan McGregor e agli altri partners di set, ai produttori, alla piccola banda di amici ‘agents provocateurs’ (poliziotti in incognito utilizzati anche per arrestare criminali accusati di omosessualità, ndr), a mia figlia Amanda, a mia moglie Helen che merita il Premio Nobel per la Pace per avermi soccorso ogni giorno della mia vita".

Gli Oscar si guardano: lui ha 82 splendide primavere magnificamente portate  e solo un paio in meno di un premio che qualche cedimento ce l’ha e quest’anno, certo, non festeggia un’annata memorabile. Sono infatti mancati i capolavori e i premi si sono orientati verso le conferme di veterani inossidabili. Inossidabili come il collega quasi coetaneo Max Von Sydow (ringraziato comunque da Plummer, "caro Max", insieme agli altri candidati) che non l’ha spuntata per quell’Extremely Loud & Incredibly Close sull’11 settembre finito in extremis fra i nove candidati come miglior film.

Il vero vincitore della serata è pero il magnifico cane Jack Russell Uggie nel francese The Artist, quasi muto e in bianco nero: miglior film, regia, attore protagonista (il neo-macho Jean Dujardin, depilato in volto per l’occasione), costumi e colonna sonora originale. Uggie è salito sul palco con un elegante farfallino e collare d’oro con ossicino Chopard "annunciando" attraverso una mimica deliziosa il suo addio alle scene (eh sì, andrà in pensione). The Artist in realtà fa patta con Hugo Cabret che si aggiudica anche lui cinque statuette ma meno importanti: migliore fotografia, scenografia ai nostri Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo che dedicano il premio a Martin Scorsese e all’Italia, sonoro, montaggio sonoro e effetti visivi.

Il discorso più commovente è quello dell’attrice iraniana del miglior film straniero, lo straordinario A Separation di Ashgar Farhadi che ha parlato della triste condizione delle donne nel suo Paese anche se a fulminarci è l’ineffabile Meryl Streep, la migliore attrice al mondo, fasciata total gold di Lanvin con la sua terza statuetta in mano per la più che umana Thatcher di The Iron Lady a quasi trent’anni dall’ultima (1980-1983-2012): "Immagino mezz’America che dice: ancora lei!!!". Ma, signorilmente, prima saluta e bacia l’amica collega Viola Davis per The Help che molti indicavano come possibile vincitrice (a un’altra attrice dello stesso film, Octavia Spencer, anche lei di colore, è andato l’Oscar come migliore attrice non protagonista).

Al remake thriller con protagonista lesbo, Uomini che odiano le donne di David Fincher va il miglior montaggio di Kirk Baxter e Angus Wall, la cui protagonista Rooney Mara, in realtà, non è mai stata definita papabile per l’Oscar nonostante la nomination.

Nel trio dei vincitori dell’Academy Award come miglior sceneggiatura non originale per Paradiso Amaro, oltre al regista filogay Alexander Payne e a Nat Faxon, c’è anche l’attore/sceneggiatore Jim Rash che era Dean Pelton nella sitcom Advanced Gay. L’ectoplasmatico Woody Allen non si è presentato, come d’abitudine, per ricevere la statuetta per la splendida (e sottovalutata) sceneggiatura del letterario e poetico Midnight in Paris.

Il momento più bello è stato il fantasmagorico numero Go To The Movies del Cirque du Soleil, introdotto da Miss Piggy e Kermit La Rana dei Muppets, vincitori per la migliore canzone di Bret McKenzie.

Nel look delle star molto golden e molto rosso. Ha fatto scalpore lo spacco extreme del black Versace di una magrissima Angelina Jolie che ha fatto dimenticare la farfallina di Belen: qui piuttosto siamo delle parti degli elicotteri tecno-fast presi durante la sua attività umanitaria e per girare il suo primo film da regista, In The Land of Blood and Honey.

Bellissimo l’abito bianco latte con mantello di Tom Ford per una regale Gwyneth Paltrow, il rosso fiammeggiante di Louis Vuitton indossato da Michelle Williams, il magico verde smeraldo di Viola Davis firmato Vera Wang.

Vince il passato, vince la nostalgia che deve aver stregato i non più giovani membri dell’Academy, vince la Francia che resta sempre molto chic: Le Monde titola Du jamais-vu per un film francese a Hollywood, e in effetti è il maggior risultato di un film dei nostri cugini nella storia del cinema. C’est le cinéma, beauté! Eppure Skoonheid, ossia la Bellezza di Oliver Hermanus, resta in Sudafrica pur essendo il miglior film gay dell’anno. Ma noi ci consoliamo con l’Oscar a Beginners. E non è poco.

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