È arrivato su Netflix in pieno Pride Month I’m Your Venus: il caso Venus Xtravaganza, documentario di Kimberly Reed che celebra Venus Xtravaganza, icona del capolavoro “Paris is Burning” uccisa poco prima dell’uscita del film di Jennie Livingston.
Celebrazione di un’icona
36 anni dopo l’omicidio la sua famiglia biologica e quella acquisita delle ballroom si sono unite per onorare la sua memoria e cercare giustizia. Insieme hanno riaperto il caso, rapidamente archiviato dalla polizia a fine anni ’80, affrontando vecchie ferite, festeggiando l’eredità di Venus, esplorando il suo impatto duraturo sulla comunità LGBTQ+ e sulla cultura ballroom che ancora oggi vive nel cuore della Grande Mela.
Venus Xtravaganza era di origini italiane, nata a Jersey City e morta a New York, strangolata in una stanza d’hotel il 21 dicembre 1988. Venus non riuscì a vedersi al Cinema, in quella meraviglia storica chiamata Paris Is Burning. Filmati inediti del documentario del 1991 sono stati ripescati da Kimberly Reed, che ha così ridato parola a Venus, che sognava di diventare una modella, di incontrare l’uomo della sua vita, di sposarsi in chiesa con l’abito bianco, di adottare dei bambini, di vivere in una bella casa.
Dalla sua era fuggita, accolta da una nonna che l’amava come una figlia. I suoi tre fratelli, che negli anni ’80 non riuscirono a capirla, a comprendere la sua identità, la sua voglia di libertà, hanno deciso di riaprire il caso del suo omicidio, e non solo. Hanno chiesto e ottenuto, prima volta nella storia d’America, il cambio di nome postumo all’anagrafe, perché Venus odiava il suo deadname. Il suo certificato di morte recita ora Venus Pellagatti Xtravaganza, così come la sua lapide. Le sue sorelle della House of Xtravaganza hanno chiesto e ottenuto che la casa di sua nonna, dove Venus era cresciuta, potesse diventare sito di interesse storico, “per mostrare all’America come celebrare le persone queer“. E la mozione è stata approvata all’unanimità. Oggi quella casa è sito storico, Casa di un’intera comunità.
Dopo oltre 30 anni i tre fratelli di Venus hanno finalmente ottenuto il referto della polizia di quel 21 dicembre 1988. All’epoca un uomo arrestato per stupro confessò di aver anche ucciso una prostituta in un hotel di New York. Non disse di averla strangolata ma di averla legata e di aver nascosto il corpo sotto il materasso. Anche Venus era stata legata e coperta con un materasso. Poco dopo quell’uomo si suicidò in carcere. La polizia concluse che fu lui ad ucciderla. Caso archiviato. Dopo 36 anni i fratelli di Venus sono riusciti a far riesaminare alcune prove trovate sul luogo del delitto. Incrociando il dna dell’uomo suicidatosi in carcere al dna trovato sotto le unghie di Venus e a quello scovato sulla sciarpa presumibilmente utilizzata per legarla le affrettate conclusioni della polizia sono crollate. Perché il dna non era lo stesso. Ma come avere certezza assoluta, dopo 34 anni, con prove deterioratesi nel tempo e indagini mai fatte?
Dall’America anni ’80 all’America di oggi, è sempre transfobia
Nel provare a ricostruire quanto avvenuto nel 1988 I’m Your Venus guarda anche agli Stati Uniti d’America di oggi, dove decine di donne trans, soprattutto nere, vengono uccise ogni anno, con la transfobia riesplosa da quando Donald Trump è stato rieletto presidente. In 40 anni è cambiato molto, ma non tutto. L’odio è ancora presente, la comunità LGBTQIA+ è nuovamente sotto attacco, le discriminazioni sono all’ordine del giorno, le donne trans vengono quotidianamente diffamate ed emarginate.
Venus Xtravaganza era una donna libera che non aveva paura di vivere la propria vita, persino nella pericolosissima New York anni ’80, che collezionava in media 2000 omicidi l’anno. I’m Your Venus ne celebra il coraggio e la forza per ribadire la resilienza di una comunità che non si è mai piegata ai soprusi, ieri come oggi, ricordando ancora una volta un documentario che ha fatto la storia della cinematografia LGBQIA+.
Fenomeno Paris is Burning
Perché questo è stato Paris Is Burning di Jennie Livingston, presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival nel 1990. L’opera di Jennie Livingston, da cui ha poi attinto a piene mani Ryan Murphy per realizzare Pose, documentava con straordinarie immagini reali la comunità LGBT della metà anni ’80, tra afroamericani, gay, latini, drag queen e donne trans.
Nel 2016 la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America ha inserito Paris Is Burning nel National Film Registry per i suoi meriti “culturali, storici ed estetici”. 78 minuti di documentario su settantacinque ore di riprese. Nel corso della lunga produzione, durata anni, la comunità LGBT della Grande Mela venne travolta dal voguing, che entrò nella cultura di massa nel 1989 grazie a Madonna, e dalla crisi dell’aids. Il progetto venne finanziato dal National Endowment for the Arts. Paris Is Burning mostrava al mondo queste ‘House’ dove ragazzi e ragazze LGBTQIA+ ripudiatə dai propri genitori trovavano accoglienza, amore, vere e proprie famiglie.
Paris is Burning vinse all’epoca un Gran Premio della giuria al Sundance Film Festival, un Teddy Bear al Festival internazionale di Berlino, un premio del pubblico al Toronto International Film Festival, un GLAAD Media Award, un Women in Film Crystal Award, un premio per il miglior documentario dai circoli critici di New York e Los Angeles, ma non arrivò agli Oscar molto probabilmente a causa dei temi trattati. Paris Is Burning è attualmente disponibile su Mubi.



