Intervista a Mattia Insolia
Questa storia, quella di Matteo Gallo detto Teo, il protagonista della Vita giovane, si svolge a Foro, un piccolo paese di una provincia sconosciuta, che assomiglia a molti piccoli paesi di ogni provincia d’Italia. Un luogo circoscritto, opprimente eppure, per moltə, rassicurante. A Foro Matteo, ventottenne bisessuale, non torna da nove anni. Ora vive a Milano, dove lavora come copywriter e passa da un letto all’altro, salvo inciampare in un amore che cambierà per sempre le sue geografie emotive e che sovrapporrà ad antichi traumi nuovi dolori.
Di questo racconta La vita giovane, di come quello che siamo statə, quellə che ci hanno fatto diventare, ricada in quello che siamo. Di quello che siamo diventatə, della fine che hanno fatto i nostri sogni. Parla di giovinezza, appunto, e di cosa significa diventare grandi insieme, malgrado tutto. Malgrado soprattutto le colpe e le ferite, quelle individuali e quelle collettive. Al suo terzo romanzo, Mattia Insolia torna di nuovo a un tema che sembra ossessionarlo: la vita in purezza, il momento che precede la vigilia dell’adultità.
Lo abbiamo intervistato.
Mattia Insolia, perché è così importante raccontare la vita giovane?
Perché puoi maneggiare personaggi potenziali, che hanno ancora tutta una vita davanti, tutto un futuro da modellare in libertà, senza costrizioni. E poi, sai, c’è un motivo anche molto personale.
Cioè?
Non ho mai vissuto la giovinezza, non l’ho vissuta come avrei dovuto. Allora torno là, ci torno sempre, per guardare quello che non ho abitato da vari punti di vista. Questo, tra l’altro, mi permette di non romanticizzare il trascorso dei miei personaggi. Più scrivo di quello che non ho vissuto e meno ne provo nostalgia.
Come avresti dovuto vivere l’infanzia?
Avrei dovuto giocare di più, essere meno adulto. Quando ero bambino ero molto apprensivo, iperconsapevole di me stesso e degli altri. Entravo in una stanza e misuravo la temperatura emotiva per aggiustarmi di conseguenza. Questo mi portava ad avere paura di tante cose, a essere molto cerebrale. Quando giocavo, lo facevo in una dimensione adulta: immaginavo di cucinare, di sistemare la camera dei miei, di prendermi cura degli altri.

E che adolescente sei diventato?
Un adolescente timoroso che si teneva lontano da ciò che era rotto, dalle cose da sistemare. Mi precludevo la possibilità di vivere molte esperienze che, invece, i miei coetanei affrontavano con voracità. Tra i 16 e i 22 anni, mentre gli altri facevano qualsiasi cosa, io stavo fermo, immobile. A 25 anni c’è stato un rovesciamento: sono diventato adolescente.
La vita giovane è un romanzo generazionale?
Io volevo scrivere della giovinezza, rendendola il più universale possibile. È chiaro, però, che la mia prospettiva sia curvata dal fatto di appartenere a una specifica generazione. Lo stato di realtà che porto nel romanzo è quello che abito insieme ai miei coetanei: la crisi abitativa, il tema del lavoro, le ultradestre, l’ambiente, la precarietà. È generazionale, credo, soprattutto nel modo di descrivere le relazioni, i legami.
Come vivono le relazioni i tuoi personaggi?
Le vivono rendendo porosi i concetti di amicizia e famiglia. La famiglia, oggi, non è più mai soltanto quella di sangue.
In questo romanzo, Teo, il protagonista, narra in prima persona, riporta la sua storia ai lettori, interpellandoli. Cosa lo spinge a raccontarsi? Qual è il suo motore?
In parte è la vergogna, come dicono Annie Ernaux ed Édouard Louis. Poi il senso di colpa, sicuramente. Ma soprattutto è un interrogativo: Teo si chiede chi è davvero, se è quello che era alla nascita, in purezza, o se invece è quello che gli altri lo hanno fatto diventare. Lui si sente troppo figlio dei suoi traumi, tradito dalla vita che non gli ha dato l’occasione di lavorare sé stesso e il mondo intorno a sé senza avere sulle spalle quel dolore.
Siamo quelli che eravamo alla nascita o siamo quelli che ci hanno fatto diventare?, ti chiedi. Non c’è possibilità di autodeterminarsi, quindi?
Io non mi sono mai sentito capace di autodeterminarmi. Ho sempre fatto poco affidamento sul mio libero arbitrio.
Perché?
Perché ho troppo bisogno di compiacere gli altri. Ho trasferito – temo – questo atteggiamento ai miei personaggi, ho passato anche a loro l’idea che autodeterminarsi sia impossibile. Loro, però, sono accusatori nei confronti del mondo, mentre io sono accusatorio nei confronti di me stesso.

Nei ringraziamenti scrivi: «Infine, grazie a Teo: ti è toccato caricarti di cose pesanti, e mi hai salvato». Da cosa ti ha salvato?
Dal senso di colpa, che è sempre il motore della mia scrittura. C’è poco di autobiografico in questo libro, ma i panorami emotivi di Teo sono molto simili ai miei. Le cose per cui mi sento in colpa io sono diventate materiale narrativo: le cose per cui si sente in colpa Teo non sono le stesse per cui mi sento in colpa io, ma le sensazioni, gli stati d’animo, sì.
Tutti i tuoi personaggi tradiscono sé stessi, quello che sognavano da piccoli: crescere vuol dire tradirsi?
Sostituisco la parola «tradimento» con «compromesso». Ho imparato a scendere a patti con la vita. In parte, anche io ho tradito i sogni che sognavo da ragazzino, ma l’ho fatto perché ho attraversato cose che non avrei mai immaginato. Crescere vuol dire trovare il compromesso tra i tuoi sogni e la vita. Vuol dire saper accettare.
Hai imparato ad accettare?
Sto imparando, sono sempre stato molto battagliero, ma ora ho capito che devo imparare a lasciare andare. Teo ha imparato prima di me, con la sua alzata di spalle. Alza sempre le spalle davanti alle cose che gli accadono.
Abbiamo parlato di famiglia poco fa. Nel tuo ecosistema narrativo, le famiglie sono sempre l’origine della catastrofe. Tutte le ferite, tutti i traumi, discendono da lì. Come si sopravvive all’inevitabilità della famiglia?
Come sopravvivono quelle formazioni rocciose che sono circondate dall’acqua. Si lasciano erodere lentamente, conservando un nucleo compatto. Tra l’altro, io ho avuto una famiglia assolutamente funzionante, due genitori che si amano, che hanno lottato per stare insieme. Nulla, però, mi toglie dalla testa che una famiglia è composta da quattro sconosciuti costretti a vivere insieme. E più tempo trascorrono insieme più segreti nascondono l’uno all’altro. Il senso di colpa di cui parlavo, poi, ha inevitabilmente a che fare con gli insegnamenti della famiglia. Come fa un genitore a sapere di star facendo la cosa giusta? Di essere mosso genuinamente dal desiderio di insegnare qualcosa, senza essere influenzato dalle proprie paure, dal proprio vissuto, dalle proprie vergogne? Narrativamente, questa cosa qua, è una cosa potentissima, un’esplosione.
Leggendo i tuoi libri, davanti agli occhi si configura una scacchiera di vinti e vincitori, di vittime e carnefici. Tutti agiscono o subiscono la violenza. Perché la violenza è così efficace nello svelare certe dinamiche relazionali?
La violenza, sia che la subisci sia che la adoperi, ti rende nudo. Scrivere, per me, significa osservare i personaggi nel loro punto più profondo, e la violenza è utilissima in questa operazione di scavo. Io, poi, sono sempre stato molto rabbioso, almeno fino ai miei 27 anni, fino alla scrittura di Cieli in fiamme. La mia rabbia era uno strumento di difesa e quando ho smesso di essere arrabbiato mi sono sentito vulnerabile, incapace di rispondere a chi avevo davanti.

A proposito di rabbia, di violenza, La vita giovane è anche un romanzo sulla maschilità. Tutti i maschi in questo libro si chiudono in un silenzio impenetrabile, in un atteggiamento rabbioso.
È sempre molto complesso per me parlare di maschilità, perché nella vita ho compiuto, a questo proposito, due movimenti opposti. Partivo da una struttura del maschile buona, giusta. Crescendo, però, ho dovuto destrutturarmi per cercare di diventare il maschio che non ero, che non si deve essere. Mi guardavo attorno, vedevo i miei compagnetti e mi accorgevo di non essere come loro. Ho fatto di tutto per imitarli. Solo al liceo ho capito di indossare una maschera che non mi apparteneva, ho cercato di diventare un maschio più consapevole.
Come si lega questo tuo vissuto al romanzo?
Tutti i maschi del romanzo sono maschi che sono stato o che ho conosciuto. Maschi sbagliati.
Teo è bisessuale e hai deciso – finalmente, grazie – di non raccontarne il coming out. La tensione narrativa in questo romanzo è tutta altrove.
Non ho mai pensato di inserire il coming out di Teo in questa storia. Non ho mai pensato dovesse essere un centro. Quando ho intervistato Andrew Sean Greer (Premio Pulitzer per la narrativa grazie al romanzo Less, ndr), gli ho chiesto perché avesse scelto di scrivere una storia con un protagonista gay così felice. Lui mi ha detto che nella nostra vita c’è tanta felicità insieme a tanta tristezza, a tanto dolore. Eppure, ci concentriamo sempre sull’aspetto drammatico. Ci tenevo, però, questo sì, a descrivere un protagonista bisessuale, perché non ho memoria di molti personaggi maschili bi nella storia della letteratura. Ho anche avuto un po’ paura, a un certo punto.
Paura?
Che i lettori non credessero agli amori di Teo. Lui nel libro si innamora due volte; una volta di un uomo, una volta di una donna. Avevo paura che uno di questi amori finisse in secondo piano, che venisse delegittimato.
Perché questo accade alle soggettività bisessuali: non vengono prese troppo sul serio.
Soprattutto gli uomini, credo. Si fatica a credere alla bisessualità maschile, perché ci sembra impossibile conciliare una presunta virilità all’attrazione per gli altri uomini. Avevo paura, come ti dicevo, poi mi sono convinto, non ho cambiato idea. Mi viene semplice, tutto sommato, descrivere personaggi bisessuali.
Perché semplice?
Banalmente perché sono bisessuale anche io. Tra l’altro, questo è il primo romanzo che esce dopo il mio coming out con la famiglia. È stata una grande liberazione, è come se avessi oliato un ingranaggio e tutto, a un certo punto, avesse assunto una velocità diversa.
Un’ultima cosa: se chiudi gli occhi e pensi alla tua vita giovane cosa vedi?
Vedo il pub dove io e miei amici andavamo tutti i venerdì e tutti i sabato, negli anni del liceo. Tutte quelle serate, nella mia memoria, si sono fuse in un grande magma e sono finite nella Vita giovane. Il pub che descrivo nel romanzo è il pub della mia adolescenza.
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