L’Italia si conferma anche quest’anno come il paese dell’Unione Europea più pericoloso per le persone trans. Secondo i dati del Trans Murder Monitoring (TMM), un progetto curato da Transgender Europe (TGEU), il nostro Paese condivide con la Turchia il triste primato per il numero di omicidi di persone trans registrati nel continente. A livello globale, tra il 2008 e il 2024, sono stati documentati ben 5000 omicidi a sfondo transfobico, di cui 49 solo in Italia — un dato allarmante che ci colloca ai vertici di questa drammatica classifica.
Un confronto con altre nazioni europee rende il quadro ancora più inquietante: sommando i dati di Francia, Spagna, Germania e Regno Unito, non si raggiungerebbe comunque il tragico bilancio italiano. Questo nonostante le evidenti lacune nei sistemi di monitoraggio, che spesso non riescono a documentare con precisione la portata reale della violenza transfobica a causa dell’assenza di normative specifiche e di un sottodimensionamento delle denunce.
Con l’avvicinarsi del Transgender Day of Remembrance domani, 20 novembre, è necessario riflettere sulle radici di questa emergenza, analizzando le cause profonde di una violenza che continua a colpire le persone trans in modo sistematico e devastante.
TDOR, la violenza sistemica che porta alla tragedia
È l’ultimo rapporto di Omofobia.org – “Cronache di ordinaria omofobia da maggio 2023 a marzo 2024“ – a denunciare come la violenza contro le persone trans non sia un semplice insieme di eventi sporadici, ma un costante promemoria della marginalità sistemica che avvolge le loro vite.
Le donne trans si confermano le vittime più vulnerabili alla violenza omotransfobica. Anche quest’anno, l’unico caso di omicidio documentato ha coinvolto una di loro, e il 26% delle aggressioni personali registrate ha avuto come bersaglio proprio donne trans: un totale di 13 attacchi in soli dodici mesi.
Corpi senza vita o agonizzanti, lasciati sul ciglio di una strada o occultati tra le ombre di lugubri pinete, relegati all’oblio da un mondo che si ostina a tracciare una linea netta tra ciò che è considerato ordinario e ciò che è ritenuto scomodo, torbido, da ignorare. Le sex workers sono le più vulnerabili alla violenza.
Ma come si arriva, piano piano, alla tragedia? Gli scenari sono i più vari — il luogo di lavoro, la strada, persino le relazioni personali — ma il messaggio resta lo stesso: una violenza che non si accontenta di ferire, ma che cerca di cancellare l’esistenza stessa di ciò che non si conforma al rigido paradigma eteropatriarcale promosso e incentivato oggi dalle nostre istituzioni.
Aggressioni, omicidi, suicidi indotti, violenze sessuali. Una donna trans uccisa a Rimini, un’altra accoltellata a luglio 2023, sopravvissuta ma irrimediabilmente segnata. Un’altra statistica inquietante emerge dal rapporto: le donne trans hanno una probabilità dodici volte superiore rispetto agli uomini cisgender omosessuali di subire violenze.
“Si conferma che la vittima prediletta dall’omofobo è il maschio che devia dallo stereotipo maschile – si legge nel comunicato di Omofobia.org – il che rende particolarmente vulnerabili le donne trans, le quali, agli occhi del bullo come dell’assassino, è un “uomo” che ha deviato al massimo dal proprio ruolo di genere”.
Violenza che penetra nei meandri della quotidianità, nell’umiliazione pubblica, nell’esclusione sistematica dagli spazi condivisi. A Bari, una donna trans è stata fermata e strattonata per aver rimosso un volantino misogino, racconta il rapporto. A Manduria, Rebecca è stata insultata e costretta a scendere da un autobus da un gruppo di adolescenti, troppo giovani per capire la portata del loro odio, ma già abbastanza formati da perpetuarlo in assenza di programmi scolastici che insegnino a valorizzare la diversità, non a demonizzarla.
Poi c’è la violenza psicologica, che spesso si cela dietro uno schermo o una telefonata anonima. Minacce di morte, diffusione di dati personali, persecuzioni che distruggono vite dall’interno. Come il caso di Torino, dove una donna trans è stata perseguitata fino a quando non è stato emesso un ordine di custodia cautelare per i responsabili. O nel caso di Ostia, dove una donna trans è stata perseguitata e brutalizzata per giorni prima che il suo aguzzino venisse arrestato. Una vittoria tardiva, certo, ma che non cancella l’ombra lunga della paura, né il trauma di essere diventate, ancora una volta, il capro espiatorio di una violenza legittimata dalle istituzioni stesse.
Italia, il maggior numero di aggressioni a sfondo omobitransfobico è in Abruzzo
Geograficamente, la mappa della violenza omobitransfobica si frammenta in modo curioso, anche se non esistono dati specifici su quella transfobica. Regioni come Calabria e Basilicata, una volta epicentri di episodi transfobici, oggi non compaiono nel rapporto. Silenzio positivo o omertà radicata? Difficile dirlo, secondo il comunicato diffuso da Omofobia.org.
“Questo induce a pensare che i dati dell’ultimo anno siano poco attendibili o almeno piuttosto sottostimati. Essi derivano infatti, per la maggior parte, da fonti dirette e, in misura minore, da fonti mediatiche. Si ha il sospetto che il fenomeno omofobia sia “passato di moda” nell’agenda politica e nei media, sempre più al servizio di una maggioranza di governo che non brilla certo per apertura nei confronti delle tematiche LGBT. Non si hanno elementi per supporre fenomeni di vera e propria censura delle informazioni ma sicuramente è calata l’attenzione da parte degli informatori”.
Al contrario, regioni come l’Abruzzo (9.83 vittime ogni centomila abitanti) e la Valle d’Aosta (7.88 vittime ogni centomila abitanti), con un rapporto di vittime altissimo rispetto alla popolazione, raccontano una storia diversa, quella di una violenza diffusa anche dove le dimensioni ridotte delle comunità potrebbero far pensare a un maggiore controllo sociale.
Seguono poi la Sardegna e il Piemonte, rispettivamente con 4.84 e 4.10. Le altre regioni Vanno da un indice compreso tra 3,06 e 3,82 (Emilia, Toscana, Molise, Puglia e Veneto), tra 2.00 e 2.82 (Trentino, Sicilia, Lombardia), tra 1.02 e 1.71 (Campania, Marche, Liguria e Lazio), tra 0 e 1 (restanti regioni).
E poi c’è il branco, il simbolo per eccellenza della violenza collettiva. A Salerno, una donna trans è stata riconosciuta e spinta a terra da un gruppo di giovani. A Rimini, una scena simile, ma con un epilogo ancora più crudele: un cliente che accoltella la sua vittima. Non è solo violenza: è deumanizzazione, è la trasformazione della vittima in oggetto del disprezzo collettivo, un pretesto per legittimare l’annullamento.
Infine, la discriminazione sistemica. Il lavoro, quella fragile illusione di emancipazione, si trasforma spesso in un’arma contro chi osa vivere apertamente la propria identità. A Pontedera, una giovane trans ha perso il lavoro dopo aver dichiarato l’intenzione di iniziare un percorso di transizione. Una decisione che non dovrebbe riguardare il datore di lavoro, ma che invece diventa pretesto per negare il diritto al sostentamento, all’autonomia, alla dignità.
Il quadro che emerge non è solo di violenza, ma di una società che ancora fatica a riconoscere l’umanità di alcune delle sue componenti più vulnerabili. Una società che, anziché proteggere, sembra legittimare chi considera l’odio una risposta accettabile alla diversità. Con conseguenze tragiche e un bilancio di vittime sempre più alto.
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