L’arte del “Sodoma” riscoperta a Budapest

“Ecce homo” di Giovanni Antonio Bazzi detto “Il Sodoma” è esposto con Da Vinci e Tiziano in una mostra di capolavori italiani a Budapest. Un pittore tardo rinascimentale gay da riscoprire.

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È un pittore tardo rinascimentale poco noto ma è arrivato il momento di riscoprirlo: Giovanni Antonio Bazzi detto “Il Sodoma" visse a cavallo tra ‘400 e ‘500 e il suo splendido quadro “Ecce Homo” col languido Cristo sofferente in primo piano sorvegliato da due gendarmi ha l’onore di comparire insieme alla Dama con l’ermellino di Leonardo e gli studi del Parmigianino nella notevole mostra “Da Botticelli a Tiziano – capolavori di due secoli della pittura italiana” allestita fino al giorno di San Valentino al Museo delle Belle Arti di Budapest sulla celebre Piazza degli Eroi (bisogna recarsi prima possibile – apre alle 10 – perché c’è una doppia coda, esterna e interna, piuttosto rallentata).  

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“Il Sodoma” si può giustamente annoverare come uno dei primi artisti italiani dichiaratamente gay della storia, una sorta di Brunetto Latini della pittura, divenuto celebre più per il suo orientamento sessuale ostentato che per la sua produzione artistica, oscurata da contemporanei più influenti quali Michelangelo e Raffaello. A fianco di quest’ultimo appare tra l’altro nel celebre affresco “La scuola di Atene” conservato nella Stanza della Segnatura dei Palazzi Vaticani.
Il Vasari, nel suo “Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori” del 1550, una sorta di “Who’s who” dell’arte rinascimentale, spiega che il Sodoma amava indossare abiti appariscenti corredati da collane e accessori vistosi. Lo descrive, certo non con molta simpatia, in questo modo: “Uomo allegro, licenzioso, e teneva altrui in piacere e spasso, con vivere poco onestamente; nel che fare, però, che aveva sempre attorno fanciulli e giovani sbarbati, i quali amava fuor di modo, si acquistò il sopranome di Soddoma, del quale, non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava, facendo sopra esso stanze e capitoli e cantandogli in sul liuto assai commodamente”.

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I critici sono sempre stati abbastanza imbarazzati nel trattare del Sodoma e della sua omosessualità, avanzando ipotesi anche abbastanza bizzarre: Ezio Carli sostiene infatti che “Sodoma” deriverebbe invece dall’intercalare piemontese ‘su’nduma’ (‘su andiamo’) – Bazzi era nato a Vercelli anche se studiò a Milano con Martino Spanzotti, stabilendosi poi a Siena dove visse e lavorò – oppure “so domà” (“so domare”) per la sua passione dei palii a cui amava partecipare con un cavallo, anch’esso chiamato “Sodoma”. Un altro soprannome affibbiatogli fu “Il Mattaccio” perché nel 1505 fece un brutto scherzo ai monaci del Monte Oliveto di Chiusuri affrescandone le pareti con donne nude danzanti rassicurandoli poi che le avrebbe coperte con vestiti adeguati. I religiosi apprezzarono il risultato finale ma l’appellativo di “Mattaccio” non gli fu risparmiato.

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Giovanni Antonio Bazzi divenne poi una sorta di modello artistico per le linee guida di quello che sarebbe diventato il manierismo senese. Tra le opere più celebri del Sodoma, in cui è evidente una sorta di contemplazione adorante per il corpo maschile, ricordiamo il San Sebastiano conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze e un San Gerolamo Penitente esposto alla National Gallery di Londra.
Il Sodoma meriterebbe di essere riscoperto nella sua nazione: ma, si sa, “nemo (omo) propheta in patria”.

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