Il Festival Cinemamed di Bruxelles, conclusosi il 6 dicembre, ha annullato la proiezione del documentario francese “La Belle de Gaza”, diretto da Yolande Zauberman, a seguito di forti pressioni da parte di attivisti pro-palestinesi. Il film, presentato a Cannes e accolto in numerosi festival internazionali, era stato all’inizio inserito nella programmazione. La pellicola narra la storia di una donna trans che fugge dalla Striscia di Gaza per cercare una vita migliore a Tel Aviv, affrontando ostacoli legati alla sua identità e al contesto socio-politico. Tuttavia, è stato accusato dai critici di promuovere il “pinkwashing” e di contribuire alla “narrativa coloniale genocida” di Israele.
Di cosa parla il film “La Belle de Gaza”
È un film crudo quello di Yolande Zauberman, che non guarda in faccia a Israele, né alla Palestina, a quanto si legge dalle cronache dei cinefili sui media di mezzo mondo. È stato proiettato in diversi festival indie, come il Gender Bender di Bologna: uno spazio franco insospettabile. La pellicola segue la traiettoria di una donna trans palestinese che attraversa i confini della paura e della discriminazione per cercare una nuova vita a Tel Aviv. Segnata dall’infanzia violenta nella Striscia di Gaza, un luogo dove i divieti religiosi e sociali soffocano ogni forma di identità non conforme, la donna insegue la promessa della libertà a Tel Aviv, dove in verità si scontra con una realtà brutale: marginalizzazione, sfruttamento e sopravvivenza come sex worker in una città che accoglie, ma al tempo stesso respinge. È la società dei consumi, bellezza. Il documentario si inoltra nei vicoli oscuri delle oppressioni intersezionali.
La decisione del Cinemamed
Gli organizzatori del Cinemamed, nonostante abbiano dichiarato di non condividere le accuse di “pinkwashing”, hanno giustificato la cancellazione spiegando che le mobilitazioni previste fuori dal Cinema Palace avrebbero potuto compromettere la serenità e la sicurezza del festival, rischiando di oscurare il lavoro degli altri autori in programma. In un comunicato ufficiale, il festival ha sottolineato di voler mantenere uno spazio culturale dedicato al dialogo e non a conflitti politici.

Le critiche alla scelta
La decisione ha sollevato interrogativi sia da parte della produzione del film, sia di chi difende la libertà di espressione artistica. Il produttore Bruno Nahon si è chiesto quale reale minaccia abbia portato a tale scelta, ricordando che il documentario, pur affrontando temi controversi, è stato accolto in diversi paesi come stimolo per un dibattito autentico e aperto.
L’esempio dl Gender Bender di Bologna che ha proiettato “La belle de Gaza”
Il festival Gender Bender di Bologna, lo scorso ottobre, aveva deciso di includere “La Belle de Gaza” nella sua programmazione, accanto ad altri lavori come “From Ground Zero”, opera corale che acconta la vita quotidiana nella Striscia di Gaza attraverso gli occhi di 22 registi palestinesi. Una scelta, come spiegato dal direttore del festival bolognese Mauro Meneghelli a Gay.it, motivata dalla volontà di promuovere uno sguardo intersezionale che abbracci le diverse oppressioni subite dalle comunità queer, donne, bambini e altre minoranze in contesti di guerra e occupazione.

Raccontare storie come quelle di “La Belle de Gaza” significa superare le narrazioni polarizzate che riducono le vite umane a pedine di conflitti politici. Racconti che mettono in luce non solo le difficoltà, ma anche la resilienza di chi lotta per affermare la propria identità in contesti ostili. Sono storie singolari, e da un lato hanno la forza della mediazione artistica per ascendere a valore universale, dall’altro mantengono peculiarità e individualità della singola storia. In un momento di forte polarizzazione, offrire spazi di ascolto a queste voci è un atto poetico e politico per resistere alla tentazione di semplificare le complessità della realtà.
