Il caso del bambino di 8 anni di Ischia che ha deciso di lasciare la danza classica dopo essere stato preso di mira dai compagni di scuola, finisce anche nel dibattito televisivo. La vicenda, che già aveva messo al centro i temi del bullismo e degli stereotipi di genere, è stata discussa durante una puntata di Bar Centrale, il programma di Rai1 condotto da Elisa Isoardi.
In studio, il confronto tra Rosanna Lambertucci e Serena Bortone ha messo in luce due letture opposte del fenomeno: la prima ha ridimensionato con forza la matrice omofoba dell’episodio, mentre la seconda ha individuato chiaramente il pregiudizio che associa la danza all’omosessualità.

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Il caso del bambino di Ischia
Secondo quanto emerso nei giorni scorsi, il bambino avrebbe confidato alla sua insegnante di danza di voler smettere perché deriso dai compagni di scuola. Gli insulti avrebbero riguardato proprio la sua passione per la danza classica, disciplina ancora oggi spesso bersaglio di stereotipi di genere.
Dopo l’intervento dell’insegnante Barbara Castagliuolo, che ha denunciato l’accaduto sia sui social che in un’intervista e dopo quello del coreografo Luciano Cannito, che ha difeso il bambino vittima di bullismo (subito anche da lui nel corso della sua carriera) e lanciato un messaggio diretto ai giovani ballerini e a chi continua ad alimentare stereotipi di genere, il tema è stato ripreso in studio, dove il dibattito si è subito acceso.
Lambertucci e la sua idea di ‘diverso’
Commentando la notizia, Rosanna Lambertucci ha esordito con parole che hanno immediatamente suscitato reazioni forti in studio: “Io credo che un ragazzo a Ischia che fa danza classica è diverso perché è più fine, è più elegante, è più magro, anche più sensibile. Lo vedono un diverso, però questo non lo deve scoraggiare, anzi! Questo ‘diverso’ significa che lui emergerà”.
Un’affermazione che ha spostato l’attenzione sulle caratteristiche attribuite ai ragazzi che scelgono la danza, più che sulla natura degli insulti ricevuti dal bambino.
Quando Serena Bortone ha provato a ricondurre la discussione al tema del pregiudizio, Lambertucci ha ribadito la sua posizione: “No, io non ci vedo non ci vedo l’omosessualità. Quando ero piccola, se c’era un ragazzino che faceva la danza classica, lo vedevamo diverso da noi e non c’era il concetto dell’omosessualità, non ci si pensava proprio. L’omosessualità non c’entra niente in questo caso”.
Una lettura che interpreta la diversità percepita come elemento neutro, slegato da qualsiasi riferimento all’orientamento sessuale.
Oggi gli studi di #BarCentrale hanno registrato un terremoto di grado 8.9 della scala Serenissima ✈️✈️✈️ pic.twitter.com/W2yUcr3Ayi
— Prossimi Congiunti (@ProssimiC) February 14, 2026
Bortone: “È un bullismo che si basa su un pregiudizio”

Di segno opposto l’intervento di Serena Bortone, che ha cercato di allargare il discorso al contesto culturale in cui si inseriscono questi episodi. “Io sogno un paese nel quale si possa andare in giro con le borse di qualunque colore, uomini o donne, e che nessuno debba dire cosa devi portare o cosa non devi portare come borsa. Qui c’è un non detto, perché questo non è solo bullismo, perché è un bullismo che si basa su un pregiudizio, cioè il fatto che chiunque faccia danza sia omosessuale. E che essere omosessuale sia una vergogna. E’ questa la vergogna assoluta che dobbiamo denunciare e che si chiama omofobia”.
Secondo la conduttrice, il punto centrale non è l’orientamento del bambino – “chissenefrega”, come ha sottolineato – ma lo stigma che colpisce i maschi che scelgono attività considerate “non conformi” alle aspettative tradizionali.
Il confronto si è fatto più teso quando Lambertucci ha continuato a intervenire sopra la collega, ribadendo il concetto di “sensibilità”. Quando la Bortone ha fatto notare che lo avrebbero chiamato con il nome da femmina, Lambertucci ha replicato: “Perché è delicato, perchè non fa il calciatore. Io non ci vedo l’omosessualità. Quel ragazzino è soltanto molto delicato che è stato bullizzato perché ha una finezza e una delicatezza anomala. Ma non è omofobia!”. Nonostante le interruzioni, Bortone è riuscita a completare il suo ragionamento:
“A me non importa dell’orientamento di questo ragazzino, chissenefrega. Ma lo stigma sui ballerini, che racconta anche De Martino, è che ti chiamano ‘femminuccia’. Ti ‘accusano’ di una cosa, che ovviamente non è una colpa, cioè di essere omosessuale. Questo bambino viene chiamato con il nome al femminile. E’ l’offesa che prende l’omosessualità come parametro! Si basa su un pregiudizio secondo il quale se fai il ballerino sei una femminuccia”.
Un passaggio che individua chiaramente il meccanismo alla base dell’insulto: l’associazione tra danza e omosessualità, utilizzata come arma per colpire e umiliare.
Bullismo, stereotipi e omofobia: il nodo culturale
Il dibattito televisivo riflette una questione più ampia che riguarda il contesto culturale italiano. Gli episodi di bullismo legati alla non conformità di genere sono frequentemente alimentati da stereotipi radicati: il maschio che pratica danza, il ragazzo che mostra sensibilità, l’adolescente che non aderisce ai modelli tradizionali di mascolinità.
In questo quadro, la distinzione tra “bullismo” e “omofobia” non è solo terminologica. Come evidenziato da Bortone, quando l’insulto si fonda sull’idea che “fare danza significhi essere omosessuale” e che questo sia motivo di vergogna, il pregiudizio diventa il cuore stesso dell’aggressione.
Al di là del confronto televisivo, resta il dato di partenza: un bambino di 8 anni che ha rinunciato alla danza perché preso in giro. Che si scelga di definire l’episodio “bullismo” o “omofobia”, il punto resta la necessità di contrastare il pregiudizio.
La danza, come qualsiasi altra disciplina artistica o sportiva, non dovrebbe essere caricata di significati identitari o giudizi morali. Il dibattito tra Lambertucci e Bortone ha mostrato quanto il tema sia ancora divisivo, ma anche quanto sia urgente affrontarlo con chiarezza.
Perché quando l’insulto utilizza l’omosessualità come parametro di offesa, il problema non è la sensibilità di chi danza, ma la cultura che continua a considerare una colpa ciò che colpa non è.
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