Leggende del rock lgbt – #6 – Frankie Goes To Hollywood

La band extracult anni 80 capitanata dal mitico Holly Johnson: trasgressione ed estasi!

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Gay.it continua il suo viaggio musicale alla scoperta delle icone del rock dall’orientamento omosessuale e bisessuale, un lato poco esplorato ma non secondario nella cultura LGBT. Questa serie di contenuti è offerta dal nostro partner Antony Morato, che nella collezione fall winter 2015 racconta un uomo capace di innovare lo stile italiano e di viverlo con spirito cosmopolita e metropolitano, per sua natura viaggiatore, curioso e con un mood raffinatamente rock.
Le puntate precedenti sono state dedicate a Janis Joplin, Lou Reed, Freddie Mercury, Morrissey e k.d. lang.

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È possibile realizzare una delle canzoni più romantiche degli anni ’80 e, nello stesso tempo, la più trasgressiva e provocante? Sì, è successo ai Frankie Goes To Hollywood, gruppo extracult che entrò nell’immaginario edonista grazie a Relax e fece commuovere un’intera generazione con la divina The Power Of Love. E pensare che con soli due album in studio – Welcome To The Pleasure Dome e Liverpool – sono arrivati alla vetta della celebrità disco-pop del decennio dell’Intrattenimento (tre top singles, Relax, Two Tribes e proprio The Power of Love, come solo Gerry and the Pacemakers), si pensa al miracolo. C’è un’altra dualità, nella chiave del successo dei Frankie Goes To Hollywood: da una parte il gruppo, composto da Mark O’Toole al basso, Peter Gill alla batteria e Brian Nash/Jed O’Toole alla chitarra; dall’altra la superstar Holly Johnson, nato William, che iniziò la carriera come bassista dei Big in Japan e prese il nome dalla leggendaria Holly Woodlawn, attrice warholiana deceduta un mese fa. Star assoluta.

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Sì, perché Holly è sempre stato Frankie (ma chi era? Sinatra? Vaughan?), festaiolo ante litteram – e ante Leigh Bowery: ecco i mercati degli schiavi della sexyssima Welcome To The Pleasure Dome, con pitoni e damine in bagni di latte come nemmeno Poppea, oppure riecco l’eccitante Relax – ah, quell’arrivo in calesse, giacca, cravatta e voglia di divertirsi! – rievocazione delle feste scatenate che ricordano l’imbuto umano dell’estremo Dimensione Violenza, o più semplicemente le orge romane con imperatori panzuti (e arrapati).

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“When you wanna… come!!!”. È tutto lì: baffoni e barbette in pelle, quindi leather style alla Castro – vedi San Francisco, e poi godi – tonalità alcoliche da sballo stupefacente, drag piumate, l’imperatore romano con schiuma da barba, bestioline in gabbia, la barista punk che ricorda Alannah Currie dei Thompson Twins e lui, sul palco, col tigrotto da coccolare. Pum, ecco il brindisi coi getti di idranti! Poi pezzi politici – Two Tribes, Rage Hard – corredati da splendidi video che sono rimasti nella storia della musica.
È proprio il mix straordinario di trasgressione e tenerezza che ha fatto di Holly Johnson una delle più grandi star della musica queer anni ’80, e non si è certo fermato lì: ha continuato una carriera da solista all’insegna del pop naif, con ben cinque album (Blast, Hollelujah, Dreams That Money Can’t Buy, Soulstream ed Europa di due anni fa). I singoli più spumeggianti restano Love Train e Americanos, all’insegna dell’easy pop ma di non grande successo.

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Holly si è poi dato alla pittura, facendo una rivelazione che ha del coraggioso: nel 1993 dichiara di essere stato infettato dall’HIV.
Ha esposto parecchio a Londra – Alexander Palace, Contemporary Art Fair, eccetera – e ha anche realizzato una personale, The House of Holly, presso The Gallery, curata da Wolfgang Kuhle e Kate Chertavian. Realizza anche litografie – due sono state esposte durante il Summer Show presso la Royal Academy of Art: insomma, un artista a tutto tondo.
Ma dei Frankie Goes To Hollywood resterà la forza espressiva queer del piacere glam, e The Power Of Love, ovviamente: “Flame on burn desire – Love with tongues of fire – Purge the Soul – Make love your goal”.

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