Licorice Pizza, la recensione: Un trionfo di amore e vita nell’ennesimo capolavoro di Paul Thomas Anderson

Licorice Pizza è pura energia cinematografica, è la vita con tutte le sue sfaccettature e complicazioni che prende forma, è vertiginoso caos, è l'irruenza dell'adolescenza, è euforia, è un microchip emozionale dall'ineccepibile meccanismo a orologeria. È il film dell'anno.

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51 anni e fino ad oggi 9 film realizzati, Paul Thomas Anderson, tolti i giganti Scorsese e Spielberg, si può nonché deve reputare il più grande regista americano vivente. Otto volte nominato agli Oscar e mai uscito vincitore, il padre di Boogie Nights e Magnolia è riuscito a compiere un’altra impresa, realizzando ancora una volta il film dell’anno. Licorice Pizza, in arrivo nei cinema d’Italia il 17 marzo, è una straordinaria, abbagliante, divertente, commovente, trascinante storia d’amore adolescenziale ambientata nella California degli anni ’70. Un coming-of-age che trasuda bellezza, ironia, vitalità, facendoti innamorare dei suoi due magnetici protagonisti sin dal primo frame che li vede guardarsi, studiarsi, iniziare a conoscersi e a rincorrersi.

Licorice Pizza, titolo bellissimo che all’interno del film non ha alcun significato se non il dolce e curioso suono che produce, è ambientato nel 1973 e ruota attorno a Gary, 15enne ex bimbo prodigio della tv a stelle e strisce, ed Alana, 25enne insoddisfatta della vita che non vede l’ora di lasciare il nido famigliare. In 130 minuti che vorresti non finissero mai Paul Thomas Anderson li fa crescere, correre, scappare l’uno dall’altro, ritrovarsi, innamorarsi, nel pieno della San Fernando Valley. Trainato da una sublime colonna sonora, che spazia da David Bowie a Paul McCartney passando per Nina Simone e The Doors, Licorice Pizza segna l’esordio su grande schermo di due giovani attori che da oggi in poi impareremo a conoscere.

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Il sorprendente, sfacciato e così incredibilmente naturale Cooper Hoffman, 18enne figlio di quell’indimenticato Philip Seymour Hoffman che a lungo è stato attore feticcio di Anderson, e l’ipnotica nonché eccezionale Alana Haim, chitarrista della band Haim che punta da subito alla sua prima strameritata nomination agli Oscar. L’alchimia tra i due è sbalorditiva, così come è enorme come Anderson li segua come un’ombra, insinuandosi tra i loro sguardi che non riescono a fare l’uno meno dell’altro, i sorrisi mancati, le sfuriate, le scenate di gelosia, i potenti abbracci di due personaggi così profondamente complicati, e proprio per questo credibili nella loro disarmante spontaneità.

Tra i due appare impossibile immaginare qualsiasi cosa che non sia un’amicizia, vista i 10 anni di differenza e la minore età di Gary, ma per chiunque sarà impossibile non fare il tifo per quell’amore apparentemente ingestibile, che personaggi chiaramente comprimari proveranno a far vacillare. Anderson si è infatti concesso cameo da applausi. C’è Sean Penn,  qui leggenda di Hollywood che fa la corte alla sensuale Alana per poi farsi travolgere dal proprio ego; c’è un’irresistibile Bradley Cooper, sciupafemmine sboccato e violento, parrucchiere delle dive che vive la propria esistenza con il pensiero fisso della vagina; c’è il fascinoso Benny Safdie, candidato sindaco di LA che parrebbe essere interessato alla 25enne se non fosse che la sua vita privata nasconda un enorme scheletro nell’armadio; ed infine il mitico Tom Waits, nei panni di un regista che sotto i ponti di Hollywood ha visto passare di tutto e di più, e una fantastica Harriet Sansom Harris, agente di giovani attori che con una singola scena strappa applausi a scena aperta.

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Nel mezzo Anderson infila storie, aneddoti, ricordi, episodi che segnano il tortuoso percorso di Gary ed Alana, protagonisti di una storia d’amore apparentemente sfortunata, due anime che parrebbero essersi incontrate nel momento sbagliato. Gli anni ’70 di Licorice Pizza, così meravigliosamente nostalgici, riportano alla mente American Graffiti di George Lucas, con l’insensato boom dei materassi ad acqua e i flipper che tornavano finalmente legali dopo quasi mezzo secolo di divieto statale a riempire una sceneggiatura onestamente incredibile, dove nulla è casuale anche se tutto parrebbe esserlo.

Perché Licorice Pizza è pura energia cinematografica, è la vita con tutte le sue sfaccettature e complicazioni che prende forma, è vertiginoso caos, è l’irruenza dell’adolescenza, è il volto solare di due protagonisti fino ad oggi mai attori che buca lo schermo, è euforia e totale libertà, mancata accettazione di sè causa omofobia e non a caso dolorosa realtà, è un  favoloso juke-box segnato da indimenticati pezzi e dalle dolci musiche di Jonny Greenwood, è un microchip emozionale dall’ineccepibile meccanismo a orologeria, dove tutto funziona meravigliosamente perché scritto, diretto, intepretato e montato in questo specifico modo. Licorice Pizza è una corsa continua a perdifiato, che coinvolge tutti indistintamente, protagonisti o spettatori che siano, trainati da un’opera che è onestamente di una bellezza abbacinante. “Io non ti dimenticherò e tu non dimenticherai me“, sottolinea da subito Gary ad una scettica Alana. Ma la verità è che noi non dimenticheremo mai entrambi.

Con Licorice Pizza il gigantesco Paul Thomas Anderson ha realizzato il suo film più umano, esilarante e sognante dai tempi del mai dimenticato per quanto tendenzialmente sottovalutato Ubriaco d’Amore, esattamente 20 anni fa premio alla regia a Cannes. Molto banalmente, e senza ombra di dubbio, la miglior pellicola degli ultimi 12 mesi. Se ci fosse giustizia ad Hollywood e in casa Academy Award,  il prossimo 27 marzo al Dolby Theatre di LA ci dovrebbe essere un unico trionfatore. PTA, qui anche produttore, sceneggiatore e direttore della  fotografia, ovvero il più grande regista della sua generazione.

 

Voto: 9.5

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