Perugia, ragazzino insultato perché fa danza: “Finocchio”, scritta omofoba su un palo. La denuncia della madre

In provincia di Perugia un ragazzino appassionato di danza, è stato insultato con una scritta omofoba su un palo della luce. La madre denuncia: “Permetteteci di dire che siamo davanti al bullismo?”.

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Perugia, scritta omofoba contro un ragazzino
Scritta omofoba contro un bambino di 10 anni
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Una scritta su un palo della luce e che pesa come un macigno: “… finocchio”. È quanto si sono trovati davanti i genitori di un ragazzino, in provincia di Perugia, appassionato di danza. Una parola vergognosa, usata come un vile insulto omofobo contro un minore, solo perché ama ballare. La famiglia ha deciso di non tacere e di raccontare tutto con un post sui social: un messaggio in cui viene lasciato spazio al racconto, ma pieno di dolore e incredulità. Nessuna accusa diretta, solo la volontà di condividere un episodio che non dovrebbe accadere, per nessuna ragione.

 

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Perugia, “Finocchio”: la scritta omofoba contro un ragazzino che fa danza

“Parlo da madre di ragazzi dai 16 ai 10… tre figli… non poco, non troppo”, scrive la donna su Facebook – ripreso anche da PerugiaToday -, introducendo un racconto che colpisce per la sua sincerità. Descrive il figlio come un bambino “con un talento naturale per la danza”, forse “un po’ piccolo? eccentrico?” per la sua età, ma sostenuto da una famiglia che cerca di coltivare quel dono “nel miglior modo possibile”.

Poi la domanda che diventa il cuore del suo appello: “Permetteteci di dire che siamo davanti al bullismo?”. E la risposta arriva, lucida e diretta: “Parola poco carina, per noi, per voi, per tutti, ma soprattutto per chi la subisce”.

Nel post comparso nelle passate ore su un gruppo Facebook pubblico che raccoglie le segnalazioni da parte dei cittadini di Umbertide, in provincia di Perugia, oltre a denunciare l’accaduto, la madre chiama in causa il ruolo degli adulti. “Chiedo solo gentilmente a voi che state leggendo di non trarre in disparate certi bambini perché di sicuro mio figlio non ha malattie contagiose se non la sua semplicità giusta o sbagliata (come tutti)”.

A fare da contorno al post Facebook, la foto della scritta omofoba rivolto al figlio: una scritta impressa probabilmente con un pennarello su un palo della luce sulla quale, oltre al riferimento al ragazzino amante della danza, si legge chiaramente “Finocchio”

L’ondata di solidarietà: “Si chiama bullismo, senza paura”

Il messaggio ha fatto subito il giro dei social. Decine di commenti, condivisioni, reazioni di solidarietà e indignazione. La comunità locale si è stretta attorno alla famiglia del ragazzino, riconoscendo in quell’episodio un chiaro caso di bullismo e omofobia.

“Lo chiami col suo nome senza paura, perché lo è: bullismo”, scrive un utente. “La persona su cui vanno puntati i riflettori dell’attenzione in questi casi non è il nome riportato su quella sbarra, ma chi lo ha scritto”.

Un’altra persona aggiunge: “A scrivere sciocchezze su un palo sono buoni tutti, anche quelli privi di ogni dote umana. Ma tuo figlio è pieno di talento, l’ho visto danzare e incanta davvero”. “Se dei ragazzini arrivano a scrivere una cosa così degradante è perché vengono da famiglie dove si ha un’idea tossica della sessualità. Mi dispiace per loro perché venire da famiglie così non è un buon biglietto da visita per la vita”, commenta ancora un altro utente, manifestando solidarietà alla madre.

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Le responsabilità delle famiglie nel mirino

bullismo omofobico

Tra i commenti, in molti sottolineano la responsabilità delle famiglie e dell’educazione ricevuta. “Quello che è stato scritto su quel palo non è una ragazzata, è semplice mancanza di educazione e rispetto”, osserva un utente. E aggiunge: “Non sei tu a doverti scusare, dovrebbero farlo quei genitori che ignorano o fanno finta di ignorare come si comportano i loro figli”.

Un messaggio che riassume il pensiero condiviso da molti: la violenza, anche quando verbale, non nasce mai dal nulla. È il riflesso di un linguaggio, di un modello, di un silenzio adulto che tollera.

Qualcun altro nei commenti ricorda episodi tragici, come quello del ragazzo di Napoli, Paolo Mendico, che a soli 14 anni si tolse la vita dopo essere stato vittima di derisioni per il suo orientamento. “Purtroppo non è facile farsi scivolare addosso una roba simile, soprattutto a 10 anni”, scrive una persona.

Il richiamo è chiaro: la scuola, le famiglie e la comunità non possono restare a guardare. Un insulto non è mai una semplice “ragazzata”, ma un segnale da prendere sul serio.

Nelle ultime righe del post della madre, si legge tra le righe un sentimento misto di dolore e orgoglio. Dolore per la ferita subita, ma anche la forza di una famiglia che continua a sostenere il figlio nella sua libertà di essere se stesso.

Un commento, tra i tanti, riassume bene la voce collettiva che si è levata sui social: “Chi cresce un bambino con una passione autentica sta facendo un lavoro infinitamente più serio di chi lascia correre atteggiamenti da bullo”Un messaggio che ribadisce come la libertà di espressione, anche quella che passa da un passo di danza, è un valore da proteggere, non da deridere.

L’urgenza dell’educazione alle differenze

Quanto accaduto in provincia di Perugia non è soltanto un episodio di bullismo o un insulto omofobo, ma il segnale di una fragilità più profonda: quella di un Paese che ancora fatica a riconoscere la diversità come parte naturale della crescita. Cambiare rotta significa partire dall’educazione – anche per gli adulti –, dal confronto, dalla possibilità di parlare apertamente di rispetto, identità e relazioni, soprattutto nelle scuole.

L’educazione alle differenze e all’affettività – spesso ostacolata o sminuita dal governo – resta uno strumento indispensabile per prevenire episodi come questo. È lì, nelle aule e nei contesti educativi, che si formano le basi per una società più consapevole, capace di riconoscere la dignità di ogni persona.

Ignorare o ridicolizzare questi percorsi significa, di fatto, lasciare che stereotipi e discriminazioni continuino a radicarsi. E allora quella scritta, tracciata su un palo della luce, rischia di rappresentare non solo un gesto isolato, ma il risultato di ciò che si è scelto di non insegnare.

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