Marianne Mirage sembra appartenere a un tempo lontano, eppure sembra muoversi con grazia anche su questo mondo sgangherato. La ascolti cantare e ti sembra di tornare all’Olympia di Parigi. La guardi, invece, e per un attimo sembra che Monica Vitti sia tornata qui, su questa terra che non l’è mai stata lieve. Come lei, ha un che di tragico e di irriverente, una tempra spassosa e profondissima.
Teatro è il suo nuovo album, disponibile ovunque dal 17 gennaio per Peer Music. Nove tracce che le ascolti, una dopo l’altra, e ti sembra subito di aver baciato una stella, di riemergere da un sogno dolce, lunghissimo, da una fantasia post-orgasmica. A produrlo è Marquis ed è un album che suona come fosse un live. Suona benissimo, intendiamoci, ed è suonato benissimo, eppure sembra non ci sia alcuna orpello, nessun inutile soprappiù. Lo ascolti in cuffia e ti ricorda i migliori lavori di Lucio Battisti. Ricorda subito Anima Latina, per esempio, ma anche un po’ i Matia Bazar di Antonella Ruggiero e brani più belli di Weyes Blood. Al centro c’è il cuore, ci sono la voce e le parole. C’è il racconto di un corpo nudo, che è il simbolo e la metafora di una ricerca: di un senso, di un altrove, di una speranza e di una liberazione.
Marianne Mirage e io ci siamo incontrati a una settimana dall’uscita dell’album, in un bar nel centro di Milano. Faceva freddissimo, per quanto possa far freddo al tempo del cambiamento climatico, e un sassofonista molto mediocre ha iniziato a suonare, all’improvviso, Puttin’ on the Ritz. Le ho subito chiesto se fosse superstiziosa, l’album esce di venerdì, il 17. Lei mi ha detto che sì, lo è, di tutto. Lune piene, lune nuove, numeri. «Come Valeria Bruni Tedeschi», dice.
Di seguito, la nostra chiacchierata.
L’intervista a Marianne Mirage.
Partiamo dal titolo, Teatro. Perché?
Il teatro è un grido di vittoria, il primo passo per sconfiggere paure e timidezze. Il teatro è liberazione. E queste canzoni raccontano la liberazione: dalle paura, appunto, da ogni catena. Anche dall’amore.
Come il teatro, infatti, questi brani mi sembrano intimi, immediati. Sono come corpi nudi, mi sembra.
Non ci sono maschere né sovrastrutture. Al produttore, Marquis, piace tenere le tracce così come sono, senza editarle. Prendi La canzone del vampiro, per esempio.
Solo chitarra e voce.
Esatto, solo chitarra e voce. E così è nata, tutta d’un fiato. Manca questo modo di fare dischi, oggi.
In effetti, è un disco super contemporaneo che però sembra provenire da un altro tempo. Sai chi mi ha ricordato?
Chi?
Alcuni album di Milva, di Ornella Vanoni, di Patty Pravo.
Loro ci sono nel mio viaggio, sì. Ma c’è anche tanto della musica francese, di una certa musica francese.
Quale musica francese?
Quella di cinquant’anni fa: una cantante, a teatro, davanti al suo microfono, che guarda alla platea e racconta tutte le sue emozioni. Con eleganza, con sfacciataggine. Milva, Ornella Vanoni, Patty Pravo erano così: eleganti e sfacciate.
Cosa ti manca di quel passato musicale?
Mi manca proprio quel passato, un certo attaccamento alle radici. Ora vogliamo essere a tutti i costi americani, dobbiamo essere tutti trapper o, nel migliore dei casi, dobbiamo fare il soul. E invece avevamo tutto qui in casa, ma non siamo stati capaci di vederlo.
Per esempio?
Abbiamo avuto i migliori compositori del mondo. Piero Umiliani, per esempio. Abbiamo avuto Alberto Sordi, Monica Vitti, Anna Magnani. Sono dentro di noi, nel nostro cuore, nella nostra anima.
C’è Alberto Sordi nel tuo cuore?
Mi sento molto più vicina a lui che non a quel pazzo di Kanye West, per esempio. Siamo bellissimi, noi italiani. Perché dobbiamo vergognarci delle nostre radici?
È snobismo?
Sì, che peccato. Snobismo di che? Vergogna di che? Siamo quella sfacciataggine e quella genialità, siamo quel divertimento e quella tragedia. Dove siamo finiti?
Dove?
Non lo so, ma so dove dovremmo tornare.
Cioè?
Al teatro, appunto. Il mio disco è un invito a tornare al teatro, che è la nostra natura. Tornare su quella poltrona, al buio, per guardarsi dentro. E piangere anche, perché no?
Tra le altre cose, mi sembra che Teatro sia anche un disco sul sogno, sul potere del gesto onirico.
Chiudi gli occhi, la traccia che apre il disco, non ci crederai, ma l’ho sognata. Mi è venuta in sogno. Mi sono svegliata e l’ho incisa.
In quel brano canti, tra l’altro, «Se chiudi gli occhi non c’è nessuno che ti farà male».
Sognare è un rifugio, spesso. Una via di fuga.
Te li ricordi, i sogni che fai?
Ieri sera ho fatto un sogno assurdo: c’era un compagno, un fidanzato, che mi tratteneva con la forza in casa sua. Mi sono svegliata con una sensazione di claustrofobia incredibile. Sognare, però, di solito, per me è uno sfogo. È liberatorio, appunto.
È la prima volta che una canzone ti appare, così, come d’incanto, in sogno?
Così, sì. Mi era già capitato, ma erano brutte canzoni. Chiudi gli occhi è una canzone così bella, invece. Ho sognato tutto, persino l’armonia e le risposte degli archi. Così non succede mai, non credo ricapiterà. Mi capita spesso, invece, di sognare delle sensazioni che poi porto a lungo con me e che, ovviamente, finiscono nella mia musica.
A proposito di sogni, il brano Cielo mi sembra voglia essere un collegamento tra qui e un altrove. È quasi una preghiera laica.
È la storia di una suora che ha perso la fede. Quando nel brano canto «E se la mia vita non fossi più tu? Se quegli angeli appesi, dietro l’altare non mi servissero più?» mi immagino che lei si rivolga a Dio. È una tragedia, questa canzone: racconta la perdita della fede.
È tragico non avere fede?
Oggi ci affidiamo ai soldi, ci affidiamo al giudizio degli altri su di noi, al mito della bellezza. E se ci affidassimo al cielo, invece? Se ci affidassimo agli amici, alle piante, all’amore e alle emozioni?
Tu preghi?
Sono panteista: non credo in dio, credo negli dei. Dio è in tutte le cose.
Pregare è sperare: in Baci, canzone che racconta la fine di un amore, canti: «Il mio futuro mi sorride». Così come in Tramontana dici: «Non ho perso la speranza» e in Senza ridere: «Qualcuno ha spento il sole, ma il sole ho dentro, sì». Sei sempre così ottimista?
Certo, la più grande meraviglia è sapersi rinnovare nel dolore, nelle sfighe. Mi piace l’immagine dell‘araba fenice, che fa di tutto per rinascere e cercare la felicità. La felicità va cercata, bisogna mettercisi dentro.
Ti sei mai sentita così, come un’araba fenice?
Quando ho partecipato a Sanremo Giovani nel 2017, tutti mi davano per vincitrice. Poi è successo, invece, che sono stata subito eliminata e tutti mi hanno dato per spacciata. Ma basta davvero una gara per far finire la musica?
Te lo chiedo io: basta una gara per far finire la musica?
Certo che no. A Sanremo non è finito nulla, è iniziato tutto, semmai. Quando tutto sembrava finito, è arrivata Patti Smith. Ho aperto i suoi concerti. Poi sono arrivati i David di Donatello per la colonna sonora di The Place (il film di Paolo Genovese, ndr).
A questo proposito, in Tramontana canti: «La speranza è l’ultima a morire, ma la prima a sparire quando si ha paura». Qual è la tua paura più grande?
Volare, anzi cadere. E perdere l’amore, soprattutto.
Oh, parliamo d’amore, ecco. In Venere c’è il mio verso preferito di tutto l’album.
Qual è?
«Senza cuore il mondo cade». Mi ha fatto pensare a un verso di Patrizia Valduga che scrive: «Tutto nel cuore e tutto il cuore in tutto / sarà così alla fine delle fini? Il cuore sparpagliato dappertutto / senza più notti, senza più mattini». Il cuore sparpagliato dappertutto – che verso incredibile – vale anche per te?
Certo, guarda, sto piangendo (si commuove davvero, ndr). Mi hai letto questi versi e ho capito che non ho più paura di niente, perché l’amore è dappertutto. Oddio, questo verso mi sa che sintetizza tutto l’album.
Venere è un inno d’amore universale, no?
È una canzone con cui chiedo alle persone di dedicarsi all’amore. E di tornare a chiedere, di tornare a desiderare.
Iride è un altro brano-ponte: osservi l’universo attraverso un dettaglio minuscolo.
Nell’antica Mesopotamia si osservava il mutare del colore degli occhi perché si sosteneva che ciò che succedeva nel cosmo fosse visibile nel corpo, in particolare nell’iride. Per me nell’iride c’è l’inizio dell’universo, l’inizio di tutto. Osservo molto spesso le iridi delle persone a cui voglio bene. Negli occhi ci sono mondi interi, ere geologiche, isole, pietre. Hai mai guardato l’iride di un coccodrillo?
No.
Sembra di entrare in un’altra dimensione, quasi fantascientifica, ma anche giurassica.
La scrittrice Anaïs Nin nei suoi diari scrive: «L’erotismo è alla base della conoscenza di sé e degli altri. È indispensabile tanto quanto è indispensabile la poesia». Mi sembra questo concetto sia molto vicino a quello di cui parli in Due anime.
Amo Anaïs Nin, ma siamo lontani anni luce da lei in questa società terribile. Ci stiamo precludendo il godimento, stiamo ostacolando la nostra felicità. Pensiamo di essere più progressisti, ma abbiamo fatto molti passi indietro. Ci censuriamo sempre, censuriamo i corpi, censuriamo il desiderio. La pornografia ha ucciso l’erotismo.
Ci siamo imborghesiti, mi sa. Prima abbiamo citato Milva e Patty Pravo. La prima nel 1991 indossava i panni di una prostituta, cantando Uomini addosso a Sanremo. La seconda, sul finire degli anni Settanta, cantava in Rai con i seni scoperti. Oggi se mostrate le gambe vi linciano.
Bisogna fregarsene, bisogna lottare.
Si può lottare con la musica?
Certo, si può cantare d’orgasmo per esempio. Tutto può essere lotta, ce lo insegna il mondo animale.
Che canzone è Due anime?
È una canzone nata per gioco, avevo messo giù il testo, non pensavo sarebbe diventata davvero una canzone. Grazie a Marquis lo è diventata. È una canzone che descrive l’erotismo come un portale, come un viaggio che termina con un incontro. È una canzone che racconta l’orgasmo, appunto.
A proposito d’amore, ce n’è tanto anche in La canzone del vampiro, il brano che chiude l’album.
C’è tanto amore anche lì, sì. E c’è tanta natura. È la storia di un amore che sopravvive alla fine del mondo, persino allo scioglimento dei ghiacciai.
Chi è quel vampiro?
È una canzone per mio padre. È lui il vampiro. Lui è un marinaio e il vampiro rappresenta la consapevolezza che purtroppo l’alba arriverà e che lui, ancora una volta, dovrà partire. Dovrà andare via. Non riesco a cantarla.
Perché?
Piango sempre, mi viene da piangere anche ora. Che tragedia.
Cosa?
La vita, dico, è una tragedia. Bisogna ridere, altrimenti si impazzisce come Monica Vitti.
Abbiamo parlato tanto di sogni e di speranze: qual è il tuo sogno più grande ora?
Vorrei far resuscitare Gigi Proietti e andare in vacanza con lui per ridere in continuazione, per ridere di gusto. Mi manca ridere, voglio ridere senza aver paura di niente.

