Marocco, in carcere per la maglietta “Allah è lesbica”: l’attivista Ibtissame Lachgar rischia l’amputazione del braccio

Arrestata nel 2025 per una maglietta con la scritta “Allah è lesbica”, l’attivista marocchina Ibtissame Lachgar è detenuta a Salé in gravi condizioni.

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Ibtissame "Betty" Lachgar
5 min. di lettura

Le condizioni di salute dell’attivista femminista e per i diritti LGBTQIA+ Ibtissame Lachgar stanno peggiorando mentre è detenuta nel carcere di Salé, vicino Rabat. La cinquantenne marocchina, arrestata nell’agosto 2025 e condannata a due anni e mezzo di reclusione per aver indossato una maglietta con la scritta “Allah è lesbica”, rischia ora di perdere un braccio a causa della mancanza di cure mediche adeguate.

Secondo quanto riportato dal Daily Mail, la donna avrebbe subito una frattura al gomito durante la detenzione e la sua protesi al braccio sinistro si sarebbe spostata. Senza un intervento chirurgico complesso e tempestivo, la situazione potrebbe portare all’amputazione dell’arto.

L'attivista Ibtissame Lachgar
L’attivista Ibtissame Lachgar

Ibtissame Lachgar, la condanna per la maglietta “Allah è lesbica”

Ibtissame ‘Betty’ Lachgar è una delle poche figure pubbliche marocchine apertamente atee e da anni è impegnata nelle campagne femministe e per i diritti LGBTQIA+. La sua vicenda giudiziaria nasce da un post pubblicato sui social media il 31 luglio 2025, in cui appariva con una maglietta con la scritta “Allah è lesbica”.

Nel messaggio che accompagnava la fotografia, l’attivista scriveva: “In Marocco vado in giro con magliette che riportano messaggi contro le religioni, l’Islam, ecc. Ci stancate con il vostro moralismo e le vostre accuse. Sì, l’Islam, come qualsiasi ideologia religiosa, è fascista, fallocratica e misogina”.

Il post ha provocato una forte reazione online. Lachgar ha raccontato di essere stata bersaglio di una campagna di odio sui social, con minacce di violenza e di morte. In seguito ha scritto sulla sua pagina Facebook di aver ricevuto “cyberbullismo, migliaia di minacce di stupro e di morte, appelli al linciaggio e alla lapidazione”, per via di una “maglietta con uno slogan femminista ben noto”.

Le autorità marocchine hanno aperto un’indagine e successivamente arrestato Lachgar, accusandola di aver offeso l’Islam attraverso una manifestazione pubblica considerata blasfema.

Il peggioramento della salute in carcere

Le condizioni di salute di Lachgar sono diventate uno degli aspetti più preoccupanti della vicenda. È sopravvissuta in passato a tumore alle ossa e vive con una protesi tra la spalla sinistra e il gomito.

Secondo i suoi legali, durante la detenzione la protesi si sarebbe spostata e la donna avrebbe riportato anche una frattura al gomito. Nonostante la gravità della situazione, le cure ricevute sarebbero minime.

“Il peggioramento delle condizioni di salute di Ibtissame Lachgar è allarmante”, ha dichiarato una delle sue avvocate, Ghizlane Mamouni al Daily Mail. “La sua protesi si è completamente spostata e le viene somministrato solo paracetamolo per questo e per la frattura al gomito subita durante la detenzione, nonostante abbia urgentemente bisogno di un intervento chirurgico complesso”.

I familiari e i legali temono che, senza un intervento specialistico, la lesione possa portare all’amputazione del braccio.

Le accuse di detenzione arbitraria

Il team legale dell’attivista sostiene che la detenzione violi gli obblighi internazionali del Marocco in materia di diritti umani. Un’altra avvocata di Lachgar, Chirinne Ardakani, ha dichiarato: “Da sei mesi, in flagrante violazione del diritto internazionale, Betty è detenuta arbitrariamente, sottoposta a condizioni di detenzione disumane e degradanti e privata delle cure mediche, semplicemente per aver esercitato la propria libertà di espressione e di opinione”.

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Secondo Ardakani, la repressione nei confronti dell’attivista sarebbe legata non solo alle sue dichiarazioni ma anche alla sua identità e al suo impegno pubblico.

“Viene repressa tanto per ciò che è, una donna indipendente e impegnata per i diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+, quanto per le sue convinzioni”.

L’allarme della famiglia

La famiglia dell’attivista teme per le sue condizioni di salute. La sorella Siham Lachgar ha dichiarato che la situazione è diventata estremamente preoccupante. “La sua salute è seriamente a rischio”, ha affermato. “È estremamente preoccupante per lei e per la nostra famiglia. Ha bisogno di cure molto specialistiche in Francia e senza queste le conseguenze potrebbero essere catastrofiche”.

Secondo la sorella, la vicenda non riguarda solo un episodio specifico ma ha un significato politico più ampio. “Questa punizione non riguarda le sue azioni, ma ciò che rappresenta. Dimostra che, ancora oggi, si può finire in prigione semplicemente per aver pensato in modo diverso”.

La mobilitazione internazionale

Il caso di Lachgar ha attirato l’attenzione di diverse organizzazioni per i diritti umani. Avaaz ha lanciato una petizione per chiedere la sua liberazione, che ha raccolto quasi 400 mila firme da decine di Paesi.

Secondo l’organizzazione, nei primi mesi di detenzione l’attivista avrebbe dormito per terra, senza materasso, in una cella fredda con una finestra rotta. Inoltre, per circa cinque mesi sarebbe stata tenuta in isolamento.

La campagna internazionale “Free Betty”, sostenuta tra gli altri da Amnesty International e Human Rights Watch, chiede alle autorità marocchine di rilasciare Lachgar e di garantire l’accesso alle cure mediche necessarie.

Anche la National Secular Society aveva chiesto il rilascio dell’attivista già al momento dell’arresto. La responsabile delle campagne, Megan Manson, aveva dichiarato: “Le leggi sulla blasfemia non dovrebbero esistere in nessun luogo. La libertà di espressione deve includere la libertà di criticare la religione, anche quando questo significa offendere i sentimenti religiosi”.

“Chiediamo che Lachgar venga rilasciata senza accuse e che il Marocco metta fine alle sue draconiane leggi sulla blasfemia”.

Libertà di espressione e leggi sulla blasfemia in Marocco

Il Marocco è firmatario di diversi trattati internazionali sui diritti umani, tra cui il Patto internazionale sui diritti civili e politici, che tutela la libertà di pensiero, coscienza ed espressione. 

La Costituzione marocchina del 2011 riconosce formalmente questi diritti. Tuttavia, nel codice penale restano disposizioni che puniscono le offese alla religione e che possono prevedere anche pene detentive.

La vicenda di Lachgar riporta sotto i riflettori le leggi marocchine sulla blasfemia e il loro impatto sulla libertà di espressione, in particolare quando la critica riguarda l’Islam.

Una lunga storia di attivismo

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Ibtissame Lachgar è una figura nota nei movimenti femministi marocchini. Nel 2013 fu tra gli organizzatori di un “kiss-in” davanti al Parlamento di Rabat, organizzato per protestare contro l’arresto di tre adolescenti accusati di violazione della pubblica decenza dopo aver pubblicato su Facebook una foto mentre si baciavano davanti alla loro scuola.

Già nel 2012 aveva promosso un’azione simbolica invitando in Marocco la nave di Women on Waves, un’organizzazione olandese che si occupa di diritti riproduttivi e che offre consulenze e aborti farmacologici. L’imbarcazione partì dai Paesi Bassi ma venne bloccata dalle autorità marocchine prima di poter attraccare.

Per i sostenitori della campagna internazionale che chiede la sua liberazione, il caso Lachgar è diventato simbolo delle difficoltà incontrate da chi difende diritti civili e libertà individuali nel Paese.

Nel frattempo, mentre il dibattito internazionale cresce e le petizioni raccolgono centinaia di migliaia di firme, la salute dell’attivista continua a peggiorare dietro le sbarre del carcere di Salé. Secondo familiari e avvocati, ogni giorno senza cure adeguate aumenta il rischio di conseguenze irreversibili per il suo braccio e per la sua salute.

© Riproduzione riservata.

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Stella cometa 5.3.26 - 18:08

Povera donna. Le auguro di venire liberata subito e che si possa curare in qualche ospedale francese. Purtroppo nei paesi dittatoriali, come gli stati africani, gli omosessuali (e tutte le persone lgbttqi+ in generale) sono pesantemente discriminati e criminalizzati, e la vita per loro è difficilissima. Perché oltre a dover affrontare e patire povertà, fame e disservizi, sono costretti a dover affrontare pure l' omofobia/transfobia che in quei territori maledetti è praticamente legge di stato. L' unica cosa da fare è lasciare per sempre questi paesi, dal momento che anche protestando per il mancato riconoscimento di diritti si rischia la vita.Totale solidarietà a questa giovane donna, le auguro veramente di uscire il prima possibile dal carcere in quanto ingiustamente arrestata e di stare in un paese europeo più democratico del maledetto Marocco.