In Marocco dove l’omosessualità è ancora un reato punito dall’articolo 489 del codice penale, la vita della comunità LGBTQ+ si sviluppa in una zona grigia fatta di silenzi, codici e luoghi nascosti. Tra controlli, denunce familiari e app di incontri usate come trappole, chi ama una persona dello stesso sesso è costretto a vivere tra paura costante e strategie di sopravvivenza quotidiana.
A Marrakech, come in tutto il Paese, gli spazi realmente “sicuri” sono pochi, mutevoli, nascosti dietro voci basse e parole in codice. Qui, amare può significare perdere tutto: la libertà, la famiglia, il lavoro, la casa.
In questo articolo
- 1 Marocco, dove l’amore può costare il carcere
- 2 La “chasse”: incursioni, pestaggi, denunce familiari
- 3 La caccia sui social: outing forzati e minacce
- 4 Vivere nel segreto: tra isolamento familiare, violenze e reti sotterranee
- 5 Parole in codice, luoghi segreti e procedure di sicurezza
- 6 Il futuro sospeso di una generazione
Marocco, dove l’amore può costare il carcere
Elisabetta Rosso ha raccolto sul campo per Fanpage.it le storie di Ahmed, di Ismael e di tante altre persone, che mostrano quanto sia complesso vivere quando la libertà può essere negata in qualsiasi momento. Il suo racconto comincia dal primo incontro con Ahmed (nome di fantasia, ndr), fissato dopo settimane di messaggi. Il giovane rifiuta l’idea di vedersi in un riad, in un hotel o in qualunque luogo chiuso che possa attirare attenzioni indesiderate. “No, non è sicuro”, scrive. “Non mi fido del personale dell’hotel, ti farò sapere io posto e ora”. Quando la giornalista lo incontra finalmente su una terrazza poco distante dalla Medina di Marrakech, il motivo di tanta cautela diventa evidente. “Qui se sei omosessuale finisci in prigione”, dice Ahmed.
Nel Paese, l’articolo 489 del codice penale continua a rappresentare una minaccia concreta: prevede da sei mesi a tre anni di carcere e una multa fino a 1.000 dirham, poco meno di cento euro. Una norma sufficiente a stravolgere l’intera vita di chiunque venga scoperto.
Ahmed ha 25 anni e convive da undici con la consapevolezza della propria omosessualità. “Quando mi sono venuti i primi dubbi ho provato a scacciarli. A scuola ti dicono che è un peccato, che è innaturale. Ma poi ti innamori e non puoi farci più nulla”. Nessuno, dalla famiglia agli amici, sa della sua omosessualità. “Amo mia madre, ma non penso che capirebbe. Alla fine puoi dirlo solo a chi è come te”.
La “chasse”: incursioni, pestaggi, denunce familiari
Come spiega ad Elisabetta Rosso, la paura non è mai lontana. Ahmed chiama questa dinamica la chasse, la caccia. “La polizia fa irruzione nei locali, ti picchiano finché non vedono il sangue. Se va bene ti lasciano andare, se no finisci in carcere”.
Ma le minacce arrivano spesso anche da casa: gran parte delle denunce, infatti, arrivano proprio dalla famiglia o dai vicini. Basta un sospetto per scatenare conseguenze drammatiche. E luoghi apparentemente neutrali, come un riad, possono trasformarsi in un rischio.
Un esempio su tutti, raccontato dal 25enne, vede come protagoniste due amiche lesbiche: “Una sera si incontrano di nascosto su un tetto, si scambiano un bacio. Un vicino le vede, chiama la polizia. Le hanno arrestate. Quattro mesi di prigione. Per un bacio”, racconta.
Negli ultimi anni la persecuzione ha trovato terreno fertile anche online. Ahmed ricorda l’episodio avvenuto durante il lockdown, quando la modella e influencer transgender Sofia Taloni invitò le donne marocchine a creare falsi profili su app di incontri gay.
“Diceva di voler mostrare l’ipocrisia della società marocchina, far vedere quanti uomini vivano la propria vita in segreto”, racconta. Le conseguenze furono pesantissime. “Le foto di molti uomini hanno iniziato a circolare ovunque, con insulti e minacce. Molti vivevano chiusi in casa con familiari che avevano scoperto tutto. È stato terribile”.
Vivere nel segreto: tra isolamento familiare, violenze e reti sotterranee
Per approfondire il lavoro delle reti di supporto presenti nel Paese, Rosso incontra Ismael, 29 anni, attivista dell’associazione Akaliyat. Da nove anni offre sostegno legale, psicologico e logistico a persone LGBTQ+ che si trovano in situazioni di pericolo.
“La situazione è terrificante”, afferma. “Oltre alla criminalizzazione, c’è l’isolamento familiare, la perdita del lavoro, la violenza domestica. Molti finiscono per strada. Chi viene scoperto perde tutto: casa, amici, dignità”.
Sono tante le storie di emarginazione e soprusi raccolte dall’associazione locale a supporto della comunità LGBTQIA+, tra cui quella di Leila. Ismael racconta che un familiare aveva letto i messaggi di Leila e scoperto la sua relazione con un’altra ragazza. A quel punto la giovane era stata picchiata, rinchiusa in casa e minacciata di matrimonio forzato. Solo grazie ad alcuni amici era riuscita a fuggire e mettersi in contatto con l’associazione. Non tutte, sottolinea l’attivista, riescono a salvarsi in tempo.
Le conseguenze psicologiche sono spesso devastanti. “Molti soffrono di depressione, ansia, disturbi post-traumatici. Vivere nel segreto ti logora”. Perfino rivolgersi a un medico diventa complicato: chi teme di essere giudicato o denunciato spesso rinuncia alle cure.
Parole in codice, luoghi segreti e procedure di sicurezza
Dal lavoro di Rosso emerge quanto sia complesso anche solo organizzare un incontro. Ismael racconta che la paura attraversa ogni passaggio: loro temono che chi si avvicina possa essere un infiltrato, mentre le persone che chiedono aiuto hanno il timore costante di essere tradite o scoperte.
Ogni incontro passa, così, attraverso un processo di verifica: controlli sui documenti, sui profili social, videochiamate preliminari. “Il luogo cambia ogni volta. È segreto. Non puoi dirlo a nessuno, nemmeno agli amici. Usiamo parole in codice”.
L’associazione Akaliyat fornisce rifugi temporanei, supporto psicologico, consulenze legali e accompagnamento medico quando possibile. “Documentiamo le violazioni dei diritti umani, sensibilizziamo a livello locale e internazionale e facciamo advocacy per l’abolizione dell’articolo 489”.
Il futuro sospeso di una generazione
In questo contesto, le storie di Ahmed e di tante altre persone raccontano un presente senza tutele e un futuro sospeso. La legge resiste da decenni e nessun governo ha mai tentato di modificarla, lasciando la comunità LGBTQ+ in un limbo di criminalizzazione permanente.
Il reportage di Fanpage.it si chiude con le parole di Ahmed: “Io lo so che sono davanti a un bivio”, dice. “Dovrei sposarmi e far finta di avere una vita normale. Ma non è quello che voglio. E quali alternative ho?”.
Il matrimonio eterosessuale, per molti uomini e donne queer in Marocco, rappresenta un rifugio forzato: una protezione apparente che però richiede la rinuncia totale alla propria identità. Ahmed lo sa e non riesce a immaginarsi in un futuro costruito sulla menzogna, pur riconoscendo quanto il sistema lo spinga in quella direzione.
Poi il 25enne aggiunge: “Spero che la legge cambi, che essere omosessuale non sia più un reato. Forse non farò in tempo a vederlo, ma non smetto di crederci”. Le sue parole chiudono il racconto con un misto di rassegnazione e ostinata fiducia, rappresentando il sentimento condiviso da chi, nonostante tutto, continua a sperare in un Marocco diverso.
Visualizza questo post su Instagram


