“La mia musica è selvatica”: intervista a Marta Del Grandi

In occasione del suo concerto all’Arci Bellezza di Milano, abbiamo intervistato Marta Del Grandi, cantautrice e musicista. Il suo «Selva», uscito sul finire del 2023, continua a collezionare successi ed è riuscito a farsi ascoltare in tutto il mondo. Sospesa tra avant-pop e jazz, tra i synth e le chitarre, la musica di Marta Del Grandi è una splendida anomalia.

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"La mia musica è selvatica": intervista a Marta Del Grandi - Matteo B Bianchi49 - Gay.it
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La title track di Selva, l’ultimo album di Marta Del Grandi, è l’unico brano di tutto il disco a essere stato scritto e cantato in italiano. La canzone, una sorta di madrigale che arriva dal futuro, è in realtà costruita intorno a un unico verso, ripetuto incessantemente: «Sentieri tortuosi s’intrecciano stretti, in forme mai viste, il cuore si perde». Eccola, la selva, il folto inestricabile, il giardino alla fine del mondo. È da lì, o almeno sembra, che arriva Marta Del Grandi, da quel luogo magico, luciferino e miracoloso, che si pone a metà strada tra ciò che appartiene a questo mondo e ciò che, invece, dimora altrove. Se non la conosci, infatti, non sapresti dire da dove viene, Del Grandi. Il nome tradisce la sua origine italiana, certo, ma lei scrive in inglese e suona che sembra Beth Gibbons. Mentre ti chiedi dove sia, è già partita, già andata via.

Selva di Marta Del Grandi: una splendida anomalia

Noi siamo riusciti a sederci con lei, all’Arci Bellezza di Milano, qualche minuto prima del suo concerto, l’ennesima data di un tour molto lungo. Selva – le dico subito – è una splendida anomalia. È un giardino abitato da specie incredibili, è un bestiario immaginario e prodigioso. Ti ci perdi dentro, in questi sentieri tortuosi che si intrecciano stretti. Imbocchi una strada e non sai dove andrai a finire. Come Alice, non sai se uscirai. Selva è un album di fatto inclassificabile. È pop, ma solo a suo modo, anche se mette le radici nel jazz. Marta ha studiato, in effetti, canto jazz al Conservatorio di Milano, dove è nata. Cresce così: mentre canta Nina Simone e si innamora di Norma Winstone, ascolta anche l’alternative, il grunge, i Nirvana, i primi REM.

Vive a lungo nella musica e, poi, inizia a lavorarci. Prima con il nome di Martarosa; più tardi in band con i Fossik Project o i Mos Ensemble. Infine torna al suo nome, Marta Del Grandi, e viene scoperta dalla Fire Records, un’etichetta discografica con sede a Londra. Con loro pubblica Until We Fossilize e, appunto, Selva, che riassume tutti i sui viaggi, quelli nello spazio e quelli nella musica. Si tratta di un disco composito, che unisce l’avant pop alle sonorità tribali di Snapdragon, una canzone quasi propiziatoria, un rituale d’accoppiamento; le tastiere ai synth; i bassi e le chitarre a fiati, clarinetto e sassofono. Un album sospeso tra il tono elegiaco di Marble Season e il pop più lieve di Mata Hari, che apre l’album, tra le ballate e il folk, l’elettronica e i richiami jazz.

Di seguito, la nostra intervista.

"La mia musica è selvatica": intervista a Marta Del Grandi - marta del grandi2 - Gay.it
In occasione del suo concerto all’Arci Bellezza di Milano, abbiamo intervistato la cantautrice Marta Del Grandi, splendida anomalia della musica italiana.

Intervista a Marta Del Grandi.

Quanto è difficile fare musica fuori dal genere?

È sempre stato difficile, direi che era più difficile prima. Nel 2016 ho pubblicato il mio primo album da solista, che aveva quel problema, cioè non aveva un genere: non era jazz, non era pop. Era scritto in inglese, ma si capiva che io non ero inglese. Era suonato in presa diretta, in band, ma non era un progetto rock. Sono passati quasi dieci anni, forse è ancora un problema per l’industria, ma crescendo io ho capito che per me conta che un album sia credibile in sé, pur essendo eterogeneo. Ti faccio un esempio.

Vai.

Prendi i Jockstrap, hanno realizzato un album completamente folle, molto eterogeneo appunto, che però è talmente on point da essere convincente. È un album da Grammy Award.

Le cose sono un po’ cambiate, dunque.

Abbiamo già sentito tutto, si è già sperimentato moltissimo. La produzione di musica si è decuplicata, è più facile produrre musica da sé e affidarla ai distributori digitali, evitando gli intermediari. Il mercato è saturo, quindi se esce qualcosa di diverso, è più facile oggi che riesca a trovare la sua strada.

A proposito di eterogeneità, non hai paura di non essere abbastanza riconosciuta?

Mi fa paura il contrario. Odierei l’idea di finire dentro a un’etichetta e di doverla mantenere per sempre. Essere solo la versione migliorata dello stesso suono non è quello che voglio. La musica è infinita. Come dice il mio idolo, Stevie Nicks dei Fleetwood Mac, spero di suonare per altri quindici anni. Lei ha settantacinque anni, però, io spero di farlo per almeno altri trenta. La musica non dovrebbe essere un brand.

È un prodotto, però.

Bisogna fare, a questo proposito, un po’ i conti con il sistema in cui siamo, secondo me. Io vengo dai collettivi del liceo, dalle manifestazioni ogni venerdì, sono sempre stata anti-tutto, sempre contro il sistema. All’inizio è stato molto difficile avere a che fare con tutti gli interlocutori dell’industria, poi però ho provato a capirlo il sistema, ad adattarmici mantenendo un distacco fondamentale a custodire una certa necessità artistica.

Torniamo a Selva, già il titolo dà l’idea di un corpo eterogeneo, di un luogo quasi selvatico, poco addomesticabile.

La mia musica è un po’ selvatica, sì. Fin quando rimarrà tutto così spontaneo, sarò certa che le cose stanno andando bene.

Il progetto discografico precedente, invece, si intitolava Until We Fossilize: dalla fossilizzazione dell’umano al suo contrario, alla fioritura più indomita. Cosa è successo?

Until We Fossilize era un album più chiuso, più freddo, più difficile da accedere. Anche più breve e direi più ostico. Selva, invece, è sicuramente più caldo, volevo fosse un album più aperto, più invitante, anche confortante.

Da dove viene quel titolo?

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Until We Fossilize è il verso di un brano contenuto in quell’album, Swim to me. Parla di certi luoghi del mondo, quasi magici, vicini alle catene montuose, dove è possibile trovare dei fossili marini. Luoghi che sono il risultato dell’unione tra l’acqua e la roccia. È un simbolo incredibile di armonia, per me. Quel disco era nato proprio dall’osservazione di fenomeni di questo tipo, dal mio sguardo sul mondo, su ciò che succede fuori.

In Selva, invece, ti guardi dentro.

È più personale, sì. Mi sono guardata dentro e ho cercato di tradurre quello che ho visto attraverso immagini comprensibili anche all’esterno. È un album che non vuole nascondersi, Selva. Vuole essere visto.

Gent, Katmandu, India, Irlanda, Cina, poi di nuovo a Milano, dove sei nata: che ruolo ha il viaggio nella tua musica?

Ha un ruolo molto importante. Sono tornata in Nepal, ultimamente. Sono stata sull’Himalaya, a 4000 metri. Un’esperienza fisica estremamente provante, nuova. In viaggio ci sono sempre momenti in cui qualcosa dell’esterno risuona internamente.

Cosa colpisce la tua attenzione mentre sei in viaggio?

Soprattutto il mondo animale. In Georgia ho fatto amicizia con tutti i cani del Caucaso, ho visto gli yak in Nepal. E un sacco di muli. Anche la mitologia mi interessa molto. C’è questa statua incredibile in Georgia, che è una raffigurazione di Prometeo. Ha il fuoco in mano, ed è tra due cascate. Mi dà un’idea di forza.

Come si concilia l’irrequietezza del viaggio alla stasi della scrittura?

È difficile. Non tutti hanno bisogno di calma per scrivere, io tendenzialmente sì. Solo quando mi annoio riesco a canalizzare immaginazione e creatività. Infatti adesso sto scrivendo, perché ho poche date del tour sparse nei prossimi mesi.

Scrivi a casa tua, quindi?

Ultimamente sono stata in Sicilia, mi sono fermata lì, ho scritto lì. Anche gli spazi, dopo un po’, esauriscono le energie. Until We Fossilize, per esempio, sì, l’ho scritto tutto a casa. Selva, invece, tra casa e la tournée.

La opening track di Selva è ispirata a Mata Hari. Cosa ti ha colpito di lei?

È una figura molto sottovalutata. Di lei si dice che è stata ballerina, precorritrice del burlesque. In realtà, è stata molto più di tutto questo. La sua storia parla di una donna che a inizio Novecento decide di divorziare dal marito, alla quale era stata affibiata in una sorta di matrimonio combinato, e di abbandonare la figlia per seguire il suo istinto creativo più radicale. Di lei mi colpisce lo spirito di sopravvivenza: quando scoppia la guerra, si re-inventa spia. Dicono che fosse una escort per non dire che invece era un’abile imprenditrice che nel 1910 doveva riuscire a sopravvivere in qualche modo.

Selva è stato paragonato ai film di David Lynch e a testi come la Commedia di Dante o i romanzi di Márquez. Cinema e letteratura influenzano la tua musica?

Certo. I nomi che fai sono nomi che ha fatto la critica. Dante credo per il titolo dell’album, Marquez perché, in effetti, lo cito spesso.

Il tuo immaginario è simile al suo.

Márquez mi ha creata. Ho letto i suoi libri al liceo, è stato faticoso e bellissimo. Menomale che li ho letti allora.

Ultimo film visto?

Challengers di Guadagnino, bello. Voglio citare una serie tv, però, posso?

Puoi.

Tales from the Loop. È di una bellezza incredibile: sci-fi, ma molto poetica, molto umana. Stupenda.

Ultimo libro letto?

Il guardiano notturno di Louise Erdrich, che è una discendente nativa. È un romanzo e parla proprio di una tribù di nativi nel periodo in cui vengono varate le prime leggi volte a cancellare la loro esistenza.

Ultimo album ascoltato, invece?

Humanhood, l’ultimo album di The Weather Station. Lei sempre bravissima, questo forse non il suo miglior progetto.

Marta Del Grandi - Stay (Official Video)
Marta Del Grandi, qui in un frame del videoclip di «Stay», è una cantautrice e musicista che ha vissuto tra Milano e il mondo. La abbiamo intervistata.

Sempre in Mata Hari – scusa se ci torno – canti: «But if not for love, what is it we live for?». Se non per amore, per cosa viviamo? 

Per amore.

Cos’è amore per te?

Il sentire dell’amore, la pulsione, la spinta. Una fiamma che rimane.

Ci vuole, mi sa. Di sti tempi, dico.

Stanno tentando di polarizzarci, di dividerci. Stanno tentando di farci odiare, di allontanarci gli uni dagli altri. Sono molto preoccupata, ma dobbiamo ricordarci che c’è sempre spazio per un’azione spinta dall’amore. È l’unica cosa che forse può salvarci. Se non ci salva l’amore, siamo spacciati.

In The End of the World, pt. 1 scrivi: «I had nowhere to go, so I dived into the isles of obsession». Ti sei calata nelle isole delle ossessioni. Quali ossessioni? Cosa ti ossessiona?

Tutto (ridiamo, ndr). A parte gli scherzi, posso ossessionarmi molto facilmente.

Fammi degli esempi.

C’è stato il periodo Vinted: dovevo aggiornarlo compulsivamente. Poi mi ossessiono per i giochini del cellulare, per le serie tv. Soprattutto per le serie tv. Se ne inizio una e mi piace, devo finirla. Un sacco di cose.

In Two Halves canti: «And wish nothing more than what I have». Non desideri nient’altro?

Sono molto fortunata, e questo voglio ricordarmelo. Quella canzone l’ho scritta in un momento di grande cambiamento, ed ero terrorizzata. I cambiamenti avvengono, spesso non ne abbiamo neanche il controllo. Allora, preferisco guardare poco avanti. Cerco di desiderare solo quello che è poco più in là. Faccio un passo alla volta, poi quello che deve succedere succederà.

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