Mein Liebes, la memoria delle donne lesbiche e transgender perseguitate dal nazismo rivive a Trento

Per il regime, le donne queer erano una minaccia all'ordine eteropatriarcale che le voleva subordinate al ruolo di mogli e madri.

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Una mostra per far riaffiorare la memoria delle donne perseguitate per il loro orientamento sessuale o identità di genere nella Germania nazista.
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Ci sono storie che – per strategica volontà politica ed ideologica – faticano a trovare spazio nella narrazione della memoria collettiva. Vicende che, nonostante la loro portata storica e simbolica, sono rimaste ai margini della coscienza collettiva, quasi come se l’oblio fosse una seconda condanna, postuma e definitiva. Tra queste, la persecuzione delle donne lesbiche e delle persone transgender sotto il regime nazista.

La mostra Mein Liebes (Mia cara), inaugurata il 28 gennaio e visitabile fino al 6 febbraio 2025 presso Palazzo Thun a Trento, tenta di colmare questa assenza, per restituire dignità e nome a chi è stato cancellato due volte: prima dalla brutalità della repressione, poi dalla dimenticanza collettiva.

Mein Liebes, curata dalla storica Delfina Tromboni su iniziativa di Arcigay del Trentino, è dunque al contempo archivio ed atto di resistenza contro l’amnesia storica, un recupero documentale e visivo che mette al centro le esistenze di chi ha pagato con la vita la propria identità di genere e orientamento sessuale.

Mein Liebes, storie di vite spezzate nell’invisibilità

Il percorso espositivo di Mein Liebes si snoda attraverso i diversi pannelli collocati nel cortile interno di Palazzo Thun, sui quali si alternano documenti d’epoca, immagini e testi che ricostruiscono le vicende di donne perseguitate in quanto lesbiche o transgender, colpevoli di una condotta ritenuta, dalle autorità del Reich, immorale.

La loro cancellazione non fu solo materiale, ma anche burocratica e simbolica. A differenza degli uomini gay, marchiati con il triangolo rosa, le donne lesbiche e le persone transgender venivano catalogate come “asociali” e identificate con un triangolo nero. Una definizione volutamente vaga e manipolabile, che serviva a occultare le motivazioni reali della persecuzione per rendere la loro esistenza irriconoscibile persino nei documenti ufficiali.

Il nazismo, con il suo culto della supremazia maschile e dell’ordine sociale rigidamente eteronormato, non contemplava del resto l’omosessualità femminile come una minaccia diretta: il patriarcato del Terzo Reich relegava la donna a un ruolo riproduttivo e subordinato, e proprio in questa visione distorta stava la pericolosità dell’essere lesbica. Non una semplice devianza, ma una sottrazione al dominio maschile, una rivendicazione d’indipendenza che si traduceva in un atto di insubordinazione politica.

Elli Smula e Hertha Sobietzki, i simboli della persecuzione LGBTQIA+ femminile nella Germania nazista

Alcune storie, tuttavia, sono riuscite a emergere dalle macerie della memoria – una miccia che ha permesso agli storici di indagare più a fondo sul fenomeno. Come quella di Elli Smula, giovane impiegata dell’azienda di trasporti di Berlino, la BVG. Arrestata dalla Gestapo per la sua relazione con un’altra donna e deportata a Ravensbrück, il campo di concentramento destinato alle prigioniere politiche e “asociali”, morì a soli 28 anni in circostanze mai chiarite.

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O quella di Hertha Sobietzki, una donna doppiamente perseguitata: ebrea e lesbica. Costretta a firmare una confessione forzata sulla sua omosessualità, fu dapprima incarcerata a Fuhlsbüttel, poi deportata a Ravensbrück e infine assassinata nel centro di sterminio di Bernburg, dove venivano eliminate le persone considerate “indegne di vivere“.

E come dimenticare poi la storia della nostra compianta Lucy Salani? Sopravvissuta a Dachau, è stata l’unica donna transgender italiana ad aver vissuto l’orrore dei campi di concentramento nazisti, deportata non per la sua identità di genere, ma come disertrice. Una voce che fino agli ultimi giorni della sua vita ha cercato di trasmettere il senso del ricordo, della resistenza e dell’indignazione.

Tre nomi, tre vite, tre storie che svelano la macchina di un orrore sistemico, concepito per annientare ogni forma di dissidenza e diversità. Ma rivelano anche quanto sia semplice piegare la realtà per giustificare stermini funzionali al consolidamento del potere. Una lezione imprescindibile, oggi più che mai.

Ciò che rende Mein Liebes un’esposizione così necessaria è infatti il modo in cui scoperchia una rimozione consapevole. Se la memoria della persecuzione delle persone LGBTQIA+ sotto il nazismo è stata già di per sé tardiva e incompleta, quella delle donne lesbiche e transgender è rimasta ancora più marginalizzata. Nessun riconoscimento ufficiale, nessuna cerimonia, nessun monumento.

Un vuoto che è inquietante sintomo di una narrazione storica selettiva, e che ci spinge ad interrogarci sul modo in cui la Storia viene scritta, tramandata e, talvolta, deliberatamente omessa.

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Segnali dal passato

Nel recupero di queste vicende non c’è però solo il dovere di restituire voce alle vittime, ma anche un’urgenza politica, in un periodo storico in cui l’Europa sta vivendo una nuova ondata di revisionismo e restaurazione autoritaria.

Proprio in Germania, il partito post-nazista Alternativa per la Germania è accreditato come una delle forze in ascesa nelle imminenti elezioni regionali del 23 febbraio. La sua co-leader Alice Weidel, lesbica dichiarata, è un paradosso solo apparente, perché i diritti individuali, in assenza di un riconoscimento collettivo, non sono altro che privilegi concessi a pochi.

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E dunque, se Mein Liebes ha qualcosa da insegnarci, è proprio questo: i diritti non sono mai garantiti, la memoria non è mai un atto neutrale e la Storia è sempre un terreno di battaglia.

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