Pierre Seel aveva solo 17 anni quando la sua vita cambiò per sempre. Un adolescente di Mulhouse, Francia, etichettato come “sospetto omosessuale” dai nazisti, fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Schirmeck-Vorbruck, nei pressi di Strasburgo, dove venne violentato, pestato, degradato nella sua umanità. Il suo compagno, l’amore della sua vita, fu sbranato vivo dai cani delle SS davanti a lui.
Quando uscì dall’inferno del lager, la sopravvivenza fu solo l’inizio di un altro tipo di prigionia. La Francia del dopoguerra non era pronta a riconoscere la sofferenza delle persone come Pierre. L’omosessualità continuava a essere uno stigma, un marchio infamante. Per anni, visse nascosto: sposò una donna, tentò di conformarsi, di seppellire i ricordi e con essi la sua identità. Fu solo negli anni ’80, quando il movimento LGBTQIA+ iniziò a guadagnare lo spazio che meritava, che Pierre trovò il coraggio di parlare.
La sua storia ci parla dunque di memoria, ma non di una memoria astratta o neutra. Ci parla di chi decide cosa ricordare e cosa dimenticare, di chi stabilisce quali vite contano e quali no. Perché la memoria, come ogni cosa, è politica, ed è uno specchio delle priorità e dei valori di chi ha il potere di raccontarla.
E oggi, in Italia, chi racconta sembra avere le idee fin troppo chiare su ciò che vuole escludere. Per il secondo anno consecutivo, la circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito in occasione della Giornata della Memoria non fa alcun cenno all’omocausto. Un silenzio assordante, una scelta che non può essere liquidata come una svista. Si legge nel comunicato ministeriale:
“La celebrazione del Giorno della Memoria, secondo la legge 20 luglio 2000, mira dunque, a distanza di ottanta anni dall’abbattimento dei cancelli dei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau, a preservare il ricordo della “Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”, in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa in modo che simili eventi non possano mai più accadere”
Quest’anno, dunque, il ricordo è ancora più generico: nessuna menzione a rom, sinti, persone con disabilità, testimoni di Geova. E, naturalmente, nessuna menzione alle migliaia di persone deportate per il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere.
Pierre Seel non avrebbe accettato questo silenzio. E nemmeno noi possiamo permettercelo, in un momento storico in cui la scuola si è trasformata nel campo di battaglia ideologico preferito, dove l’educazione viene manipolata e ridotta per aderire a narrazioni che escludono deliberatamente chi non rientra nei confini di una visione eterocisnormata della società.
Non è solo il Giorno della Memoria a ricordarcelo, lo vediamo ogni giorno: dagli attacchi istituzionali contro qualsiasi tematica LGBTQIA+ nei programmi di educazione affettiva – prima promossi dall’esecutivo stesso, con la risoluzione Sasso, e poi replicati a cascata da amministrazioni locali – fino all’invisibilizzazione più insidiosa che si consuma tra le mura scolastiche. Solo pochi giorni fa, un insegnante è stato aggredito fisicamente da una collega durante la proiezione del film Il ragazzo dai pantaloni rosa e, subito dopo, minacciato di morte.
Di fronte a questo clima di ostilità e cancellazione, la resistenza non può che partire dal basso. L’unico modo per opporci all’invisibilizzazione istituzionale è continuare a raccontare, a condividere la memoria della nostra comunità e delle tragedie che ha subito. Leggendo libri, guardando film, diffondendo queste storie con ogni mezzo possibile. Perché il rischio di dimenticare non è solo quello di perdere il passato, ma di ripetere gli stessi orrori nel futuro.
