La notte tra giovedì 16 e venerdì 17 luglio, davanti al carcere di San Vittore a Milano si è svolto un presidio notturno organizzato da Europa Radicale, Associazione Enzo Tortora, Certi Diritti, Nessuno Tocchi Caino e Cellula Coscione di Milano. All’iniziativa hanno preso parte anche i consiglieri comunali Daniele Nahum e Alessandro Giungi, rispettivamente presidente e vicepresidente della Commissione Carceri del Comune di Milano.
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San Vittore è al collasso: 200% di sovraffollamento
I dati presentati durante la conferenza stampa che ha aperto la veglia restituiscono la fotografia di un istituto al collasso. Il tasso di sovraffollamento a San Vittore sfiora il 200%, contro una media nazionale già critica del 139%. Nahum, riportando gli esiti di un sopralluogo compiuto con l’associazione Antigone, ha parlato di celle da 5 posti occupate da 9 persone e celle da 2 posti con 5 presenti, in un edificio ottocentesco. Su una popolazione detenuta che supera le 1000 unità, circa 700 persone risultano tossicodipendenti e l‘80% presenta patologie o disagi psichiatrici.
Giungi ha aggiunto alla lista delle criticità la presenza di cimici da letto e condizioni igienico-sanitarie “degradanti”, oltre al dato dei 91 suicidi registrati in un anno tra la popolazione detenuta a livello nazionale, cui si somma un tasso di suicidi tra gli agenti di Polizia Penitenziaria fino a tre volte superiore alla media. In termini di garantismo il dato più agghiacciante è stato spiegato da Federica Valcauda, tesoriera di Europa Radicale: un detenuto su tre si trova in custodia cautelare, dunque presunto innocente in attesa del primo grado di giudizio.
Cosa fare?
Gli interventi hanno delineato un perimetro di richieste comuni: amnistia e indulto, sostegno alla proposta di legge Giachetti sulla liberazione anticipata, rifiuto della costruzione di nuove carceri o moduli container come soluzione al sovraffollamento. È stato citato anche il tasso di recidiva italiano, tra i più alti in Europa (circa il 70%, contro il 28-50% di altri paesi europei), come indicatore del fallimento del modello attuale rispetto alla funzione rieducativa della pena sancita dall’articolo 27 della Costituzione.
Il presidio, definito dagli organizzatori un tentativo di rompere il “muro di silenzio” attorno al mondo penitenziario, ha riunito dunque denunce su condizioni materiali, salute mentale, custodia cautelare e diritti delle persone LGBT+ detenute, in un quadro che i promotori descrivono come una questione di tenuta dello Stato di diritto. Qualcosa del genere sarà organizzato anche a Torino il prossimo 27 Luglio (ne abbiamo parlato con Chiara Squarcione di “Certi Diritti” nell’intervista a seguire in basso.
Persone LGBT+ in carcere: marginalizzazione aggravata per le persone trans*

Sul fronte LGBT+, proprio Chiara Squarcione, presidente di Certi Diritti, ha denunciato una condizione di marginalizzazione aggravata per le persone trans*, costrette a un doppio livello di segregazione. Le sezioni protette dedicate, ha ricordato Squarcione, sono solo tre in tutto il territorio nazionale: dove mancano, le persone trans* vengono spesso collocate in sezioni disomogenee insieme a sex offenders (stupratori, abusatori, adescatori), con conseguente perdita di accesso alle attività trattamentali e rieducative previste dalla Costituzione.
In Italia il criterio di assegnazione resta legato al sesso biologico, non a quello anagrafico, come spiega il Rapporto Antigone: senza intervento chirurgico, le donne trans finiscono negli istituti maschili e gli uomini trans in quelli femminili. Cambia però il trattamento interno: gli uomini trans vengono inseriti nelle sezioni femminili ordinarie insieme alle altre detenute, mentre le donne trans sono di norma separate dal resto della popolazione maschile.
Squarcione ha inoltre segnalato l’interruzione ricorrente delle terapie ormonali e del supporto psicologico al momento dell’ingresso in carcere. Raggiunta da Gay.it, Squarcione (da poco nominata presidente di Certi Diritti) ha risposto ad alcune domande.
Intervista a Chiara Squarcione di ‘Certi Diritti’: protocollo nazionale urgente per le persone trans in carcere
Squarcione, quali sono i 3 istituti italiani che prevedono sezioni protette dedicate alle persone trans?
I tre istituti penitenziari storicamente individuati in Italia per ospitare sezioni detentive “omogenee” o dedicate alle persone trans (in grandissima maggioranza donne trans/M-to-F) sono: la Casa Circondariale di Firenze Sollicciano (dove è presente la sezione trans più strutturata e numerosa a livello nazionale); la Casa Circondariale di Roma Rebibbia Nuovo Complesso; la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale (a cui si affianca la realtà della Casa Reclusione di Pozzuoli per le persone detenute di sesso femminile e in alcuni casi sezioni di attenuata custodia).
In realtà oggi non è più corretto parlare di tre istituti. Negli ultimi anni il sistema si è evoluto: sono 12 gli istituti che ospitano persone trans e 7 dispongono di sezioni protette dedicate, generalmente a custodia aperta, come l’ultimo report di Antigone descrive.
Questo, però, non significa che il problema sia risolto. Le sezioni dedicate sono nate per garantire sicurezza a persone particolarmente esposte a violenze e soprusi, ma non possono trasformarsi in luoghi di segregazione. Il punto non è soltanto dove collocare una persona trans, ma assicurarle pari accesso al lavoro, alla formazione, alle attività trattamentali, alla salute e alle relazioni affettive, evitando che la protezione diventi isolamento.
Il vero nodo, quindi, è che queste sezioni “dedicate” o “protette” sono nate con l’intento teorico di tutelare l’incolumità delle persone trans dai rischi di violenza e discriminazione nella popolazione generale. Nei fatti, però, si trasformano quasi sempre in un isolamento sistemico: sezioni ghetto con scarsissima offerta formativa, lavorativa e ricreativa rispetto al resto dell’istituto.
A San Vittore ci risulta esista una sezione per persone LGBT incluse le persone trans: qual è il punto?
Sì, ma c’è una precisazione importante da fare: a Milano San Vittore è presente una sezione (il V Raggio) storicamente destinata alle cosiddette “categorie protette” o a custodia attenuata, in cui vengono posizionate anche persone omosessuali e persone trans. Ma anche qui il tema non è l’esistenza della sezione in sé.
Intanto, da un punto di vista pratico, il dato critico è che il modello San Vittore soffre dello stesso paradosso nazionale: un modello di promiscuità istituzionalizzata – dove si mettono insieme contesti, bisogni ed esigenze del tutto differenti, cosa che finisce per azzerare la specificità di bisogni e quindi mette in difficoltà anche il personale che a questi bisogni deve far fronte e dare risposte; essere ristretti a San Vittore, un istituto storicamente afflitto da un sovraffollamento cronico, significa incontrare barriere enormi nell’accesso alla terapia ormonale sostitutiva (TOS), nel diritto alla privacy durante le visite mediche e nella continuità dei percorsi psicologici ed endocrinologici; e da ultimo, ma non per importanza, va detto che spesso il personale carcerario non è formato: si assiste al fenomeno del misgendering continuo, alla perquisizione effettuata non tenendo conto dell’identità di genere della persona perquisita e al rispetto formale della sola anagrafica biologica. Il micropolitrauma continuo in un contesto già traumatizzante ed afflittivo come il carcere, producono una successione di umiliazioni quotidiane che incidono profondamente sulla dignità della persona, costituendo un’altra forma di violazione dello stato di diritto e dei diritti umani.
Per le persone trans cosa possiamo fare concretamente, senza attendere che si risolvano i problemi “a monte” del sistema carcerario?
La storia dei Radicali ci insegna che le grandi riforme passano anche dalla tutela dei singoli diritti, che la difesa dello Stato di Diritto è la chiave per mettere lo Stato davanti alle sue stesse violazioni e, attraverso questo metodo, nonviolento, laico, libertario, portare alle riforme necessarie per ripristinare la legalità. Non ci dimentichiamo che l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il sovraffollamento carcerario con la storica sentenza Torreggiani, che ha riconosciuto l’esistenza di trattamenti inumani e degradanti. È significativo che, dopo quella sentenza, i Tribunali di sorveglianza abbiano accolto oltre 30.000 ricorsi per trattamenti inumani o degradanti: un numero enormemente superiore ai circa 4.000 ricorsi che portarono alla condanna dell’Italia davanti alla Corte di Strasburgo. È la dimostrazione che il problema strutturale denunciato dalla Corte europea non è stato superato.
A distanza di oltre dieci anni, siamo di fronte a una situazione altrettanto critica, con il tasso reale di sovraffollamento che supera il 139%, decine di istituti che sono ben oltre la loro capienza e migliaia di persone che continuano a vivere in condizioni incompatibili con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Le persone trans*subiscono una discriminazione ulteriore, ma la verità è che l’intero sistema penitenziario continua a mettere l’Italia in contraddizione con gli standard europei e in aperta violazione delle normative europee sui diritti umani.
Nel concreto?
Senza necessariamente aspettare la riforma complessiva delle carceri, possiamo e dobbiamo pretendere subito tre azioni concrete:
- chiediamo innanzitutto protocolli nazionali vincolanti che garantiscano la continuità delle terapie ormonali e l’accesso alle cure senza disparità territoriali. Emanare linee guida nazionali stringenti per garantire la continuità terapeutica ormonale e l’assistenza endocrinologica in cella. Non è ammissibile che l’accesso ai farmaci o agli ormoni dipenda dalla sensibilità del singolo medico penitenziario o dal provveditorato regionale.
- In secondo luogo, serve che ogni decisione sull’assegnazione della persona detenuta sia realmente individualizzata, fondata sulla sicurezza ma anche sull’identità della persona, evitando che la protezione coincida automaticamente con l’isolamento. Si tratta, ad esempio, di applicare il principio dell’autodeterminazione consentendo, previa valutazione di sicurezza, l’assegnazione in sezioni femminili per le donne trans, evitando che la “protezione” si traduca in una condanna alla solitudine e alla privazione dei servizi trattamentali (lavoro, studio, teatro).
- Infine, è indispensabile investire nella formazione della Polizia penitenziaria e di tutto il personale, affinché il rispetto dell’identità di genere e della dignità delle persone diventi una prassi ordinaria e non dipenda dalla sensibilità dei singoli operatori.
Cosa accadrà a Torino il 27 luglio e qual è il disegno più ampio della vostra mobilitazione?
Il 27 luglio, dalle 22.30, saremo in presidio davanti al carcere Lorusso e Cutugno di Torino: questo è il terzo anno consecutivo che, con l’Associazione radicale Adelaide Aglietta, mettiamo in atto un presidio notturno di vicinanza alla popolazione carceraria, dei detenuti e degli operatori, che quest’anno si sostanzierà di una maratona oratoria cui parteciperanno rappresentanti istituzionali, politici, associazioni e operatori del diritto e del mondo carcerario. Un’iniziativa radicale che anche quest’anno, nei mesi più difficili dell’anno, vuole portare all’attenzione pubblica la violazione dei diritti e della legalità costituzionale nelle carceri italiane: sovraffollamento, aumento e difficoltà di presa in carico delle fragilità psichiatriche e delle tossicodipendenze, difficoltà di accesso al lavoro, alla formazione, alle attività trattamentali, alla salute e alle relazioni affettive, condizioni invivibili strutturali per detenuti e lavoratori e operatori che non possono essere ignorate. Invitiamo tutte e tutti ad esserci, a venire ad ascoltare, a far sentire la propria voce, anche solo per rivolgere un saluto ai ragazzi e alle ragazze che “da dentro” ci sentiranno, e che conoscono il nostro impegno per la legalità, i diritti e lo stato di diritto. Questa iniziativa segue le nostre visite negli istituti non solo torinesi, ma di tutto il territorio nazionale, volte a verificare direttamente le condizioni di detenzione, ascoltare le persone recluse e riportare all’attenzione pubblica ciò che troppo spesso resta invisibile. Il nostro obiettivo è ricordare che la tutela dei diritti fondamentali non riguarda soltanto alcune categorie, ma rappresenta la misura della qualità della nostra democrazia. In questo quadro, le persone lgbti+ detenute sono tra quelle che rischiano maggiormente discriminazioni e marginalizzazione.
Chi voglia unirsi per questa estate di mobilitazione, cosa può fare?
La prima cosa è non considerare il carcere un tema che riguarda soltanto chi vi è detenuto. Le condizioni delle carceri parlano dello stato di salute della nostra democrazia. Chi vuole partecipare può sostenere e aderire alle campagne di Certi Diritti iscrivendosi all’Associazione (tutte le informazioni al sito www.certidiritti.org), prendere parte alle nostre iniziative pubbliche e anche alle visite organizzate negli istituti penitenziari che abbiamo in programma con altre realtà radicali già da agosto, diffondere i nostri contenuti, i report, e i dossier sulle nostre campagne che riguardano i diritti lgbti+ e i diritti umani universali, seguire la nostra rassegna stampa settimanale Fuor di Pagina su Radio Radicale, tutti i martedì alle 23.30. Abbiamo bisogno di persone che scelgano di trasformare l’attenzione ai diritti in partecipazione concreta: nessuna battaglia per la dignità si vince restando spettatori.
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