Non esistono sentimenti di nicchia: intervista a Goran Stolevski regista di “Of An Age”

Il regista dell'acclamatissimo film Of An Age ha parlato a Gay.it di rappresentazione queer e cosa significa connettersi all'altro, oltre il tempo e la sessualità.

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of an age
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Of An Age è il film queer che ancora non avete visto ma dovreste conoscere. 

La storia d’amore tra un ballerino di 17 anni e il fratello di un amico, ambientata nel 1999, è considerato un piccolo gioiello del cinema indipendente americano. Non solo una storia d’amore canonica, ma un salto nel tempo, quando la tecnologia e i social non avevano ancora preso piede, e per le persone queer creare una connessione era più difficile del previsto.

Hattie Hook, Elias Anton, e Thom Green in Of An Age
Hattie Hook, Elias Anton, e Thom Green in Of An Age

È un sentimento che sboccia in ventiquattro ore e ricompare dieci anni dopo, due giornate in epoche diverse che evolvono insieme ai suoi protagonisti – due fenomenali Elias Anton e Thom Green – in grado di creare una tale intimità sullo schermo, da poterli quasi toccare.

Ma quella magia instantanea e inspiegabile è parte del meticoloso lavoro che Goran Stolevski – regista australiano al suo secondo film dopo l’horror Non sarai sola (disponibile in Italia su Google Play e Apple TV) –  cura con grazia e sensibilità, tra improvvisazione, cura del dettaglio, e il desiderio di superare quei cliché a cui la rappresentazione queer ci ha abituato per troppo tempo.

Ne abbiamo parlato insieme, in attesa di poterlo vedere il prima possibile anche nel nostro paese.

 

 

Congratulazioni con Of An Age. Mi racconti un po’ la genesi di questo film?

Stavo leggendo una racconto breve, e a metà storia c’era questo ragazzo adolescente entrava ad una festa per la prima volta in vita sua. E ho avuto un ricordo istantaneo dell’unica festa a cui ho partecipato quando ero al liceo. Non solo quel momento, ma anche le sensazioni che provavo a sedici anni: com’era la mia vita, come sarebbe stata, cosa pensavo fosse l’amore.

È un periodo della mia vita a cui non penso tanto: all’epoca pensavo che tutto quello che contava era lontano da dove vivevo, e immagino sia un pensiero molto comune nella maggior parte dei teen ager. Quello che vivevo non contava, e pensavo più a quello che stavano facendo Isabelle Huppert o Julianne Moore. Ho ripensato a tutto questo osservandolo dal contesto in cui mi trovo ora.

È stato messo insieme molto rapidamente, perché ho scritto la sceneggiatura in circa una settimana.

Il tuo film è stato paragonato a Prima dell’alba o Weekend, e altri film dove i protagonisti creano un legame nel giro di una giornata. Cosa c’è di così intenso, secondo te, in una storia d’amore che dura 24 ore?

Per me non era solo una storia d’amore, volevo trasportare la vita di questa persona il più possibile attraverso una giornata. Penso che se hai un tempo limitato, la storia è ancora più intensa perché sai già come andrà a finire, e la posta in gioco è alta. Il primo giorno è solo la prima parte del film che poi si sposta nella seconda parte in un’altra giornata, svolta in un contesto completamente diverso. Penso che il focus principale di questo film è il tempo, come ci evolviamo nel tempo, non solo per quanto riguarda i sentimenti ma in generale. Per me era importante osservare che persona ingenua ero dalla prospettiva che ho oggi, e cosa significasse essere una persona gay in quel periodo prima che il college lo rendesse molto più semplice.

Inoltre, nel 1999 senza tecnologia a distrarti, se passi del tempo in macchina con qualcuno sei forzato a parlarci di più, anche se inizialmente sembrate non andare d’accordo. Le circostanze ti forzano a passare più tempo insieme, e le connessioni possono diventare più profonde quando la nostra soglia dell’attenzione dura di più. Penso che i sentimenti possono sbocciare più intensamente nel 1999, per ogni persona, ma soprattutto le persone queer. Perché era difficile trovarsi.

Goran Stolevski
Goran Stolevski

Com’è stato lavorare con Elias Anton e Thom Green, e come siete riusciti a creare una tale chimica e intimità sul set?

Cerchi persone che ancora prima di mettersi a recitare sono aperti. Quando si sono incontrati per la prima volta era fondamentale per entrambi che l’altro fosse a suo agio. Si è creata quel tipo di connessione, quando ti senti al sicuro con altro e sai che può prendersi cura di te. Facilita molto di più il lavoro. Abbiamo lasciato tempo e spazio per improvvisare quanto volessero: quando dico ‘azione’ non significa che devono subito cominciare a recitare, hanno bisogno che il sentimento arrivi quando lo sentono. Possono esserci anche sei minuti di silenzio, ma penso parti da lì e la costruzione di quell’energia sul set. Inoltre, monto i miei film e se sul set cerco sempre momenti imprevedibili, e nella testa mi chiedo come mostrare quell’elettricità attraverso il montaggio. Sembra davvero naturale e improvvisata, ma richiede davvero tanto lavoro.

Dagli anni Novanta ad oggi la rappresentazione queer sta fortunatamente cambiando, ma ancora ci stiamo lavorando. Cosa ti ha stufato delle storie queer sullo schermo e vorresti mantenere nel tuo lavoro?

Il trauma dell’omosessualità e la violenza verbale e fisica. Cerco di evitarla. La senti nel contesto, ma non voglio che sia il focus principale. Sono molto stufo di guardare persone che si innamorano ma sono in conflitto con la loro sessualità, non ne posso più. Non è sempre un male, poi, ci sono anche tanti film bellissimi.

Recentemente ho letto un’intervista con Celine Sciamma, regista di Il Ritratto della Giovane in Fiamma, dove spiegava che vediamo così tanta violenza verso le persone queer che non c’è bisogno di enfatizzarla ulteriormente.

Ho ricevuto qualche critica perché uno dei protagonisti di Of An Age è un ragazzo immigrato e alcune persone hanno notato che non mi ci soffermo più di tanto nella storia. Accolgo le loro prospettive, ma personalmente non sento il bisogno di farlo. Non vedo il motivo di sentirmi inserito in una ‘nicchia,’, proprio perché questi sentimenti non sono di nicchia. Voglio onorare quel contesto, che può essere complicato per chiunque, ma non significa che quell’amore non può essere vissuto o rappresentato in maniera altrettanto profonda e vasta.

Cosa speri di trasmettere al pubblico che guarda questo film?

È successo più volte che le persone al cinema, dopo aver visto il film, mi chiedessero: come conoscevi la mia storia? E non le avevo mai incontrate prima. Molte di loro sono uomini gay, alcuni di vent’anni o cinquanta, ma è successo anche con donne etero. È facile connettersi con questa storia se sei gay, perché è un film queer senza rimorsi, un’esperienza queer vera e senza compromessi. Ma sono felice che anche chi non ha vissuto questa esperienza, possa connettersi con la storia. Sono felice che faccia sentire le persone gay vive e viste, ma che riesca ad arrivare anche a persone diverse. Sono determinato a far capire che i miei sentimenti sono universali.

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