Il presunto movente dell’omicidio di Luigi “Luca” Esposito, il giornalista sportivo 53enne ucciso e bruciato vivo la notte tra il 18 e 19 luglio in un terreno agricolo in località Cioffi, a Eboli (Salerno), arriverebbe dalla voce di chi lo ha ucciso.
Ridha Rahmouni, tunisino di 26 anni, reo confesso, ha raccontato agli inquirenti di aver agito perché infastidito dalle attenzioni sessuali che il giornalista gli avrebbe rivolto. Nella sua versione, Esposito intratteneva rapporti a pagamento con alcuni connazionali di Rahmouni e avrebbe cercato lo stesso tipo di rapporto anche con lui.
È bene chiarire subito i limiti di questa ricostruzione. Si tratta del racconto dell’indagato, reso durante un lungo interrogatorio, non di un fatto accertato dalla Procura di Salerno, guidata da Raffaele Cantone, che parla genericamente di una lite scoppiata per motivi ancora al vaglio. L’avvocato di Rahmouni, Giovanni Mauri, ha indicato ai media le frequentazioni della vittima e l’ambito religioso del suo assistito come i due nodi centrali dietro il gesto. Davanti alle attenzione sessuali di Esposito, la cultura religiosa di Rahmouni avrebbe indotto il ragazzo alla reazione violenta: questa la tesi della difesa.
Rodha Rahmouni è un cittadino tunisino presente in modo irregolare sul territorio italiano e destinatario di un provvedimento di rimpatrio. È accusato di omocidio volontario e distruzione di cadavere.
Luigi Esposito, che si faceva chiamare Luca, sarebbe stato ripetutamente colpito da Ridha Rahmouni a mani nude, il suo corpo sarebbe poi stato dato alle fiamme dopo essere stato sepolto sotto materia plastico e coperte. Secondo quanto filtrato, Esposito sarebbe ancora vivo quando è stato bruciato.
Nella ricostruzione del 26enne, i due si sarebbero incontrati sabato pomeriggio dopo settimane di contatti telefonici sempre più fitti. Ricostruzione confermata dall’analisi del traffico telefonico operata dagli inquirenti. Alla lite sarebbe seguito il pestaggio a mani nude, poi l’incendio del corpo. Rahmouni ha aggiunto un secondo elemento, dicendosi musulmano praticante e sostenendo di aver voluto interrompere quello che descrive come un giro di pressioni economiche su alcuni suoi connazionali, spinti da Esposito verso rapporti che la sua fede condanna.
È bene ricordare che l’unica fonte di questi dettagli è l’uomo che ha confessato l’omicidio, con un evidente interesse a costruire una narrazione che ne attenui la responsabilità o la inquadri come reazione a una provocazione. Le indagini, finora riscontrate da tabulati telefonici e geolocalizzazione, non hanno confermato né smentito pubblicamente gli aspetti relativi alla vita privata della vittima, sebbene sia stato accertato il frequente scambio di messaggi tra vittima e assassino. Rahmouni è comparso oggi davanti al gip per l’udienza di convalida del fermo, conclusa con la misura cautelare in carcere.
Arcigay ha reagito con durezza alla piega presa dal racconto mediatico, segnalando il rischio che si costruisca un processo pubblico sulla vita privata di Esposito partendo dalle sole parole di chi lo ha ucciso.
Sui media si è sviluppato un dibattito sulla legittimità dei giornalisti di ripotare fatti attinenti alla vita privata della vittima. Il tema è controverso. Secondo quanto emerso, Luigi Esposito si faceva chiamare Luca. Raccontava di avere una laurea in biologia, in realtà inesistente. Raccontava di avere una moglie, ma anche questa notizia si è rivelata non vera. Negli ambienti calcistici in cui lavorava come giornalista, si presentava con una fede al dito, ma non era mai stato sposato. Il quadro che si va delineando potrebbe essere quello di una persona costretta, forse dal contesto omofobico del giornalismo sportivo, alla narrazione di una condotta che nascondesse la propria identità affettiva. Se confermato questo scenario, saremmo davanti a un delitto ancora più atroce di come appare già nella sua cruda e violenta esecuzione.
Pasquale Quaranta, giornalista da sempre impegnato sui temi LGBTIAQ+, diversity editor de La Stampa, scrive sui social:
Se i rapporti intimi entrano nel movente, come si raccontano senza fare outing?
Nella versione resa agli inquirenti, il 26enne fermato per l’omicidio di Luca Esposito avrebbe parlato di rapporti intimi a pagamento, di pressioni ricevute e avrebbe richiamato anche la preghiera e i precetti religiosi musulmani.
Sono elementi che possono aiutare a ricostruire il rapporto tra i due e il possibile movente, quindi vanno raccontati. Ma restano, al momento, elementi della versione dell’indagato.
Raccontarli non significa automaticamente definire Esposito gay, parlare di una sua “doppia vita” o trasformare il richiamo alla religione in un’accusa all’Islam.
Alla luce di tutto ciò, pur comprendendo le prese di posizione di associazioni, attivist* e persone della comunità LGBTIAQ+, è doveroso dare notizia della vicenda, facendo luce sul contesto nel quale questo delitto è maturato.
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