C’è un razionale scientifico dietro all’orientamento sessuale? È una domanda che, se letta superficialmente, rischia di scivolare nell’ovvio. Certo, possiamo rintracciare nelle pieghe della biologia una serie di risposte più o meno coerenti, dati molecolari, studi genetici, eppure qualcosa sfugge sempre.
Qualcosa che, come nota Simon LeVay nel suo ultimo saggio Attrazione, amore, sesso: la parola alla scienza (Espress), ci costringe a confrontarci con il fatto che l’essere umano è molto più di un groviglio di DNA e ormoni. LeVay ci spiega che non possiamo ridurre l’identità sessuale a un semplice modello evolutivo, perché l’evoluzione, da sola, non spiega la complessità delle esperienze individuali. E così, apriamo la porta a un nuovo campo d’indagine, che mescola biologia, psicologia, sociologia, in una danza ambigua dove la scienza sembra offrire meno certezze di quanto ci aspettassimo.
Il sesso scollegato dalla sua funzione biologica
È innegabile che la sessualità abbia radici biologiche. È altrettanto innegabile, però, che quelle radici affondino in un terreno fertile di cultura, storia, e mutamenti sociali.
“Non c’è dubbio che l’evoluzione abbia disegnato il sesso per la riproduzione” spiega LeVay in un’intervista a Repubblica, “ma da allora sono passati miliardi di anni, e oggi le cose vanno diversamente”. Il sesso, nel XXI secolo, non è più semplicemente il mezzo attraverso cui garantire la sopravvivenza della specie: è diventato un territorio in cui si giocano equilibri di potere, di identità, di piacere.
C’è un parallelismo con il mondo animale che LeVay sottolinea con eleganza, e di cui abbiamo già sentito parlare: i bonobo, nostri cugini evolutivi più prossimi, utilizzano il sesso per risolvere conflitti, per costruire alleanze. Non è più solo uno strumento riproduttivo, ma un fenomeno relazionale che ci sfida a rivedere la nostra stessa visione della sessualità.
Se guardiamo ai giovani, quello che emerge con chiarezza è un rifiuto sempre più netto delle categorie rigide che hanno dominato la visione della sessualità per secoli. “I giovani,” osserva LeVay, “tendono a descriversi con termini più inclusivi come pansessuale, non binario o queer.” Ma ciò che potrebbe sembrare una semplice tendenza culturale, una moda passeggera, in realtà riflette un cambiamento più profondo.
Non si tratta solo di parole nuove per definire vecchi concetti: è una vera e propria rivoluzione nel modo in cui gli individui percepiscono se stessi. La sessualità non è più vista come una linea retta, ma come un fluido in continuo movimento, capace di adattarsi, di espandersi. In questo senso, le identità queer non appaiono come un’anomalia, bensì una naturale evoluzione, ma della società umana. Evoluzione in cui è centrale il cambiamento del ruolo femminile nella società, che ha ribaltato “le relazioni tra i sessi e il modo di vedere il sesso. (…) ha reso l’omosessualità meno trasgressiva sdoganando comportamenti che prima erano etichettati come maschili o femminili, e questo permette ai ragazzi e alle ragazze di rivendicare un’identità meno schematica e di esprimersi più liberamente“.
Orientamento sessuale e genetica: c’è correlazione?
Per quanto la scienza si sforzi di dare risposte concrete, esistono dunque ancora molti punti oscuri. I numeri, per quanto precisi, non bastano. Anche se la genetica gioca un ruolo nel 32% dei casi di omosessualità, ciò non implica che esista un gene specifico per l’orientamento sessuale. Non esiste neanche il tanto decantato “gene dell’omosessualità”, bensì, come spiega LeVay: “una serie di geni, solo in parte identificati, che interagiscono tra loro per determinare l’orientamento sessuale“.
Quello che emerge è piuttosto una complessa rete di interazioni tra fattori genetici, ambientali e sociali che sfugge a una facile categorizzazione. LeVay stesso ammette che il mistero persiste, lasciando spazio a nuove riflessioni su cosa significhi veramente “essere” eterosessuali, omosessuali, o bisessuali.
Una delle riflessioni più interessanti che LeVay solleva nel suo saggio riguarda le differenze tra maschi e femmine nell’esperienza dell’omosessualità e della bisessualità. Per gli uomini, l’attrazione verso lo stesso sesso sembra spesso essere un elemento fisso, presente fin dall’infanzia, mentre per molte donne l’attrazione omosessuale può emergere anche in età adulta. Distinzione che non è solo biologica, ma fortemente influenzata dalle norme culturali e sociali.
La pressione sociale ha costretto molte donne, per secoli, a conformarsi a un ideale eterosessuale, mentre la bisessualità – come osserva Le Vay – sembra trovare maggiore spazio tra le donne che tra gli uomini, aprendo un varco su una realtà più complessa di quanto ci piace ammettere.
Ed è proprio questo il bello della scoperta: Simon LeVay non ci offre risposte definitive. Non ci dice che esiste una formula per comprendere la sessualità umana, né ci promette una facile risoluzione delle tensioni tra biologia e cultura. Quello che ci lascia è uno spazio aperto per riflettere, ribadendo però che le identità queer non sono un capriccio moderno, né un’anomalia da correggere. Sono, piuttosto, il segnale che l’umanità si sta evolvendo in una determinata direzione, che implica una comprensione più profonda della diversità sessuale e di genere. Il futuro che ci propone non è fatto di risposte, ma di domande: e forse, proprio in questo, risiede la vera rivoluzione.
