L’omosessualità animale è “vantaggiosa” per le specie sociali: la ricerca di Nature sui primati

"The evolution of same-sex sexual behaviour in mammals": paradosso darwiniano o selezione naturale?

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Da secoli gli scienziati tentano di scoprire l’origine dell’omosessualità non solo tra gli esseri umani, ma anche nelle altre specie. Si stima infatti che siano circa 261 le specie di mammiferi che mostrano comportamenti omosessuali – con prevalenze simili tra soggetti di sesso biologico maschile o femminile.

Esistono oggi due correnti di pensiero volte a “giustificare” la queerness animale, che raccolgono a loro volta infinite ipotesi: la corrente adattiva, e quella non adattiva.

Secondo la corrente non adattiva, l’omosessualità negli animali è una “anomalia”, un paradosso Darwiniano determinato da condizioni esterne sfavorevoli. Questo perché, tenendo conto dei “costi” della riproduzione – tempo, risorse e salute -, l’outcome è nullo. Non vi è progenie, quindi non serve.

Eppure, in netta contrapposizione all’ipotesi precedente, abbiamo la corrente adattiva, secondo la quale l’omosessualità non sia altro che un comportamento dettato e altresì favorito dalla selezione naturale.

Questo poiché, almeno secondo diversi studi condotti su mammiferi di vario tipo, i rapporti non strettamente legati alla filiazione sono utili a stabilire e mantenere relazioni sociali positive all’interno di un gruppo.

Inoltre, il comportamento omosessuale all’interno di queste specie contribuisce alla diminuzione dei comportamenti aggressivi e del conflitto, in particolare in quelle specie che dimostrano corteggiamenti aggressivi, fintanto letali.

Entrambe le ipotesi non sono state né scartate, né validate. Eppure, i dati tendono ad avvalorare la seconda, poiché l’omosessualità è più prevalente nelle specie “sociali”, ovvero quelle che tendono a fare gruppo e ad avere complesse dinamiche interne, come i primati.

Almeno secondo lo studio “The evolution of same-sex sexual behaviour in mammals, pubblicato su Nature Communications da un team di ricercatori dell’Estación Experimental de Zonas Áridas (EEZA-CSIC) e di Universidad de Granada (UGR) del Centro de Investigaciones sobre Desertificación (CIDE) di CSIC, la Universitat de València (UV) e Generalitat Valenciana (GVA).

 

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Il fenomeno dell’omosessualità nei mammiferi è abbastanza diffuso: è stato identificato in circa il 5% delle specie e nel 50% delle famiglie di mammiferi. Le informazioni raccolte mostrano che questa pratica non è distribuita in modo uniforme tra le diverse linee evolutive dei mammiferi; piuttosto, è più comune in determinati gruppi, come i primati. Vedremo perché a breve.

In questo ordine, almeno 51 specie – che vanno dai lemuri alle varie specie di scimmie – mostrano comportamenti omosessuali. Mentre in alcune specie tale comportamento è incidentale e si manifesta in contesti molto specifici, nel 40% dei casi risulta essere una pratica moderata o anche frequente durante il periodo riproduttivo.

Ma non finisce qui. Sembra infatti che il comportamento omosessuale, dati i suoi vantaggi, sia un’evoluzione, poiché si stima che si sia sviluppato anche in specie dove primariamente non veniva riscontrato.

Gli studiosi hanno dedotto che i precursori dei principali gruppi di mammiferi attualmente esistenti, come i primati o i felini, molto probabilmente non manifestavano comportamenti omosessuali. Tuttavia, con la progressione evolutiva e la divergenza in nuovi lignaggi, alcuni tra essi iniziarono a esibire tali comportamenti.

Prendendo le scimmie come esempio, queste si sono differenziate da altri membri del gruppo dei primati circa 25 milioni di anni fa. Da quel momento, hanno registrato una frequenza di comportamenti omosessuali notevolmente superiore rispetto a specie che fanno parte di lignaggi primatologici più antichi, come i lemuri.

Se vita in una comunità presenta numerosi vantaggi per i mammiferi, tra cui una protezione più efficace dai predatori, l’organizzazione sociale introduce infatti anche nuove complessità.

Ad esempio, all’interno delle società di mammiferi, possono emergere gerarchie in cui individui di rango più alto controllano quelli di rango più basso attraverso l’uso della violenza. Questi conflitti interni possono portare alla disgregazione del gruppo, con conseguenze negative per tutti i suoi membri.

Secondo quanto dichiarato dal dottor Josè Gómez – biologo evoluzionista della Stazione Sperimentale delle Zone Aride di Almería, in Spagna, e autore del nuovo studio – il comportamento sessuale omosessuale potrebbe rappresentare una delle strategie attraverso cui i mammiferi gestiscono le instabilità dei loro contesti sociali.

Questo comportamento potrebbe fungere da meccanismo per stabilire legami e alleanze, per facilitare la riconciliazione a seguito di dispute o per canalizzare l’aggressività in modi meno distruttivi, come il corteggiamento.

È importante sottolineare tuttavia come la ricerca su specie diverse dalla nostra non presupponga una teoria universale sul funzionamento dell’omosessualità in tutte le specie compresa la nostra, anche perché lo studio in questione si concentra principalmente su specie “sociali”, in cui i comportamenti omosessuali sono più prevalenti, ma non spiega invece il loro insorgere in specie non “sociali”.

In un’altra ricerca, condotta questa volta sui grilli – una specie non sociale -, sono infatti state riscontrate tendenze omosessuali tra i maschi, riconducibili però all’istinto di approfittare di quante più opportunità di accoppiamento potessero insorgere.

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