Cosa fa un Diversity Editor, intervista a Pasquale Quaranta: “Temo per la sicurezza delle nostre vite”

"Non mi faccio maestro. Anche se scrivo da vent’anni di diritti, il linguaggio si evolve e anche io commetto errori."

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pasquale quaranta diversity editor la stampa rappresentazione lgbtqia+ sui media
pasquale quaranta diversity editor la stampa rappresentazione lgbtqia+ sui media
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Da qualche giorno esiste un Diversity Editor in un grande giornale italiano nazionale.

La Stampa di Torino, quotidiano diretto da Massimo Giannini e di proprietà del Gruppo GEDI (Repubblica), è il primo quotidiano in Italia ad istituire al proprio interno questo ruolo, necessario e urgente, in un paese nel quale la comunità LGBTQIA+, e più in generale le minoranze marginalizzate per orientamento affettivo, disabilità, genere, etnia, identità di genere, si scontrano, oltreché con la pulsione reazionaria di alcune frange politiche, anche con diffusa mancanza di preparazione nell’affrontare argomenti ad esse inerenti. Una inadeguatezza diffusa persino in quelle aree culturali del paese solitamente ben disposte a supportare le battaglie di progresso in tema di diritti e lotta alle discriminazioni.

Spesso, troppo spesso, sono proprio i giornalisti a non utilizzare i termini esatti, indifferenti al distinguo tra “transizione di genere” e “affermazione di genere“, poco informati sul significato di un Pride, incredibilmente ancora confusi sulla differenza tra coming out e outing, troppo spesso tentati dalla scorciatoia allarmistica della “cancel culture”. In definitiva lontani – ancora troppo lontani – dal cogliere quanto sia rivoluzionaria la spinta intersezionale delle minoranze che si vanno autodeterminando in quello slancio politico comune che fronteggia lo status quo patriarcale.

A La Stampa di Torino il ruolo di Diversity Editor è stato assegnato al giornalista salernitano Pasquale Quaranta, classe 1983.  Dal 2013 con il Gruppo GEDI, Quaranta da sempre ha dedicato il proprio lavoro e il proprio attivismo alle battaglie dei diritti e della visibilità della comunità LGBTQIA+. Fin da ragazzo attento alla rappresentazione queer sui media, nel 2011 a 28 anni fondò OMO (Osservatorio Media e Omosessualità). Già collaboratore di Babilonia, Gay.it e Gay.tv,  Pasquale si è sovente dedicato anche alla complessa, quanto importante nel nostro paese, intersezione tra l’essere queer ed avere una fede religiosa (nel suo caso cristiana cattolica), curando il libro “Omosessualità e Vangelo” (Gabrielli Editori, 2008 qui tutte le storie) e collaborando a “Sodoma” di Frédéric Martel (Feltrinelli, 2019), libro inchiesta sull’omosessualità nella Chiesa cattolica.

Ci facciamo raccontare direttamente da Pasquale Quaranta alcuni aspetti del suo nuovo ruolo di Diversity Editor, un passaggio simbolicamente importante in Italia.

 

Dunque sei Diversity Editor de La Stampa. In breve: cioè che lavoro fai?

Intanto, mi emoziona il fatto che questo lavoro, finalmente, abbia un nome e un riconoscimento, in particolar modo all’interno di un giornale per cui mi onoro di lavorare. È un incarico che ha sprigionato nuove energie ed entusiasmo, quindi permettimi di ringraziare il direttore Massimo Giannini e la direzione per la fiducia.
Come Diversity Editor, continuerò da un lato a produrre contenuti inclusivi e rappresentativi, dall’altro a sensibilizzare la redazione e aumentare la consapevolezza su questi temi. La sfida è dare voce alle persone che per alcune caratteristiche – come ad esempio il genere, l’identità di genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, la disabilità, solo per citarne alcune – sono ancora oggi ingiustamente discriminate.

 

Considerando gli strafalcioni di molt* collegh*, immagino che il tuo ruolo sia anche quello di insegnare qualcosa internamente?

Non mi faccio maestro. Anche se scrivo da vent’anni di diritti, il linguaggio si evolve e anche io commetto errori. Quelli dei magistrati finiscono in carcere, quelli del medico sottoterra, quello dei giornalisti in prima pagina! O peggio ancora sui social, dove le persone puntano il dito e ti riempiono di insulti. Insomma, siamo tutti sulla stessa barca, ma bisogna impegnarsi per migliorare. Bisogna aggiornarsi e studiare. Il mio approccio è quello di porsi in ascolto delle comunità, delle esperte e degli esperti, di imparare dal vissuto di ciascuna/o e dai propri errori. Tuttavia, non possiamo tacere che ce ne sono alcuni frequenti sui media che si possono evitare, se sai come farlo.

 

Quindi ora ti sei messo a vendere corsi?

Un corso per Diversity Editor dici? Perché no. Mi piacerebbe avviare corsi di formazione in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti, con cui già collaboro da qualche anno attraverso l’associazione Gaynet fondata da Franco Grillini. Mi frullano in testa tante altre iniziative sul linguaggio e sulle parole, ma vedremo man mano come evolverà questa nuova avventura. Intanto, proverò ad attivare una newsletter per aggiornare chi vorrà restare in contatto, aldilà dei canali social.

 

Dal punto di vista editoriale, la creazione di un Diversity Editor cosa introduce ne La Stampa di Torino?

Il lavoro del Diversity Editor, come quello di ogni giornalista che lavora nella cucina di un giornale, è spesso invisibile. È un compito di lettura e correzione dei pezzi, di confronto con chi li ha scritti, di scrittura di titoli, scelta delle foto, organizzazione e gestione dei contenuti in pagina, insomma è un lavoro che resta un po’ in ombra o si ritiene forse automatico. Quello del Diversity Editor è un lavoro che non svolgerò in modo esclusivo, ma che si integrerà a quello di desk nella redazione digitale, dove mi occupo insieme ad altre colleghe e colleghi dell’aggiornamento costante del sito web. Inoltre, per comunicare con lettrici e lettori, terrò una rubrica intitolata proprio Diversity Editor – sono uscite già alcune puntate – perché credo sia fondamentale l’ascolto del pubblico, delle comunità e delle associazioni per ridurre il gap tra rappresentazione mediatica e vissuto reale delle persone.
Personalmente, solleciterò il gruppo editoriale ad avviare percorsi il Diversity & Inclusion anziendali con organizzazioni che si occupano da anni di questi temi. (continua…)

 

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Pasquale Quaranta – Diversity Editor

Il tuo direttore Giannini compie mai qualche errore e tu lo correggi?

Lo scorso anno La Stampa ha partecipato per la prima volta al Torino Pride con un carro della redazione. Il direttore, che ha marciato per la prima volta a un Pride, parlava di “Gay Pride”, così ho condiviso l’idea secondo la quale bisogna parlare di Pride e basta, i pro e i contro. Gli ho raccontato l’etimologia di parole come “outing” e “coming out” e perché non è corretto usarle come sinonimi. Infine, abbiamo parlato di come declinare il genere delle persone in transizione.

È strano che a Repubblica, dello stesso gruppo, non ci sia la stessa analoga figura, non trovi?

Il mio auspicio è che in ogni redazione ci sia un/a Diversity Editor, o una figura analoga. C’è spazio per tutte e tutti.

Come ti sei guadagnato una così pionieristica “job description” in questo paese che non ne ha mai avuto sinora (in verità l’Italia è in ritardo in questo ambito)?

C’è chi pensa che occuparsi di questi temi sia limitante, autoghettizante. Più volte mi è stato suggerito di non occuparmi esclusivamente di informazione lgbtq+ perché altrimenti non avrei fatto carriera, o i capi mi avrebbero considerato solo per questo aspetto, come se fossi incapace di scrivere altro. C’è chi mi ha rimproverato di fare troppe proposte sui diritti delle persone omosessuali e transessuali. C’è chi mi ha suggerito anche di eliminare la parola “attivista” dal mio curriculum perché bisogna essere “obiettivi, imparziali, neutrali”.
Non avevo ancora un contratto giornalistico a tempo indeterminato, e ammetto di essermi interrogato su questi aspetti, ma sono giunto alla conclusione che le segnalazioni che facevo erano notizie, notizie che altrimenti sarebbero state ignorate, e che fosse nel superiore interesse di lettrici e lettori ricevere un’informazione corretta anche su questi temi. Chi ci legge, poi, non è solo etero, cisgender, bianco, ecc. Inoltre, credo che dichiarare la propria partigianità aiuti lettrici e lettori a capire quale acqua stanno bevendo. Infine, non potevo negare il mio passato: sono fiero di aver fondato l’Arcigay a Salerno nel 2003, di essere stato portavoce del primo Salerno Pride, di aver collaborato con Pride, Babilonia, Gay.tv ecc. E se proprio vogliamo dirla tutta: si darebbero gli stessi consigli a un vaticanista che per tutta la vita scrive del Papa? O a un collega che scrive per tutta la vita di due o quattro ruote? O ancora, a un ricercatore che per tutta la vita studia una sola specie di formiche in Amazzonia?
Per rispondere alla tua domanda, ho cercato di tenere la barra dritta considerando il mio orientamento non come una tara, ma come un valore.

E hai fatto bene. Ti viene in mente un tipico errore dei media (a parte coming out e outing…)?

Si parla ancora di “utero in affitto” come sinonimo di “gestazione per altri” o “maternità surrogata”, mentre è un’espressione volgare e spregiativa che contiene un giudizio negativo sia su chi porta avanti la gravidanza, sia su chi chiede di farlo.
Oltre alle parole, ci sono anche considerazioni di merito più generali. Per quanto riguarda interlocutori e interlocutrici, si cercano sempre persone note al grande pubblico mentre manca l’abitudine all’ascolto delle associazioni.
Resta ancora frequente l’uso del contraddittorio, cioè opporre chi sostiene i diritti contro chi è contro. Quando non sarà più necessario?
Anche la scelta delle immagini conta: riprendere scene di Pride, intimità tra persone dello stesso sesso, discoteche, ecc. per illustrare notizie o reportage lgbtq+ è un’altra scelta di valore e di valori, così come la scelta di pixelare i volti dei minori all’interno di famiglie omogenitoriali.

 

Arriva il Pride, parliamo di rainbow washing: non ti sembra che la questione inizi a diventare evidente, imbarazzante e piuttosto tossica? Cosa possiamo fare noi giornalisti della comunità?

Possiamo verificare che all’interno delle aziende ci siano politiche interne di Diversity & Iclusion. Possiamo chiedere se tali aziende collaborano con le associazioni, se le sostengono finanziariamente magari con donazioni. Possiamo provare a sentire sindacati e dipendenti attendibili, per capire che aria tira, se le motivazioni espresse all’esterno sono autentiche o se si tratta di campagne e azioni isolate, se c’è un impegno reale verso la diversità e l’inclusione. (continua dopo il post)

 

 

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Se un* ragazz* volesse diventare Diversity Editor può chiederti qualche consiglio?

Alcun* conoscono già bene il mio indirizzo, ci sono già valide colleghe e colleghi nelle redazioni, con cui sono in contatto, che aspettano solo di essere valorizzate/i: scrivetemi, il mio indirizzo è p.quaranta@gedivisual.it
E se non volete diventare Diversity Editor… ogni critica costruttiva è benvenuta!


Senti, in famiglia avete brindato?

Per pura coincidenza è capitato che mia sorella fosse in Italia e abbia scelto di raggiungermi a Torino proprio il 12 maggio, giorno in cui il direttore ha annunciato il nuovo ruolo in una cornice elegantissima, il Teatro Carignano, accanto al sindaco Lo Russo e davanti a 300 sindaci d’Italia intervenuti per l’iniziativa del Comune “La città per i diritti”, di cui La Stampa è stata media partner. Nello stesso giorno, all’interno di uno speciale di 4 pagine, è stata pubblicata la prima puntata della rubrica Diversity Editor. Quindi ho detto a mia madre, che vive a Battipaglia, di comprare il giornale, un grande classico. Insomma, erano entrambe orgogliose. Anche il mio compagno era contento, l’ho “ammorbato” per mesi con questa idea prima di proporla al giornale, quindi credo che per lui sia stato un parto come lo è stato per me.

Parliamo un po’ di politica, sei un attento osservatore e voglio approfittarne: riusciremo ad arginare questa persecuzione delle Famiglie Arcobaleno o pian piano il Governo Meloni riuscirà a disgregarle tutte?

Le Famiglie Arcobaleno stanno facendo un lavoro straordinario di testimonianza, sono la punta di diamante del movimento. Siamo in una fase delicatissima, dopo che il Governo ha ordinato alle prefetture di non registrare più gli atti di nascita delle famiglie omogenitoriali e ignorato gli appelli a legiferare in materia di filiazione della Corte Costituzionale per coprire il vuoto normativo in materia. Bisogna far passare l’idea che questa non è una questione di minoranze sociali discriminate, ma una questione più generale di democrazia, di rapporti tra di noi.
Con la violenza in aumento, dopo i vari report sull’omofobia, temo per la nostra incolumità fisica oltre che un arretramento culturale, vorrei dirlo chiaramente: temo per la sicurezza delle nostre vite, non mi sento al sicuro. Anche per questo dobbiamo fare rete e non isolarci. Unite e unite resisteremo, unite e uniti difenderemo i diritti costituzionali, unite e uniti potremo essere protagoniste e protagonisti del cambiamento sociale e culturale del nostro Paese.

 

Copertina: foto di Pasquale Quaranta + foto Torino Pride 

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