Primark passa dalla parola ‘maternità’ a ‘genitorialità’, ed è subito bufera social

In questa epoca di indignazioni flash, il post sulla collezione raccoglie commenti di utenti allarmati da un'imminente cancellazione delle donne e della maternità. E' la distorsione del politcally correct.

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Nei giorni scorsi l’azienda di abbigliamento irlandese Primark ha presentato la parenthood collection introducendola come “una nuova collezione permanente per i genitori in attesa e i neogenitori con tutti i capi e gli accessori di cui avrai bisogno per stare comoda durante la gravidanza e dopo il parto“.

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In questa epoca di indignazioni flash, il post con cui è stata presentata la collezione ha raccolto numerosi commenti di utenti allarmati da un’imminente cancellazione delle donne e della maternità.

“Parenthood collection? You mean MATERNITY collection….”

Why are you erasing women!! It’s maternity wear!

Questi sono solo alcuni dei commenti indignati dall’uso della parola parenthood, scelta dall’azienda per abbracciare una community inclusiva e diversificata.

La vicenda assume un risvolto tragicomico nel momento in cui le uniche affermazioni possibili, davanti al concetto di genitorialità, sembrano riguardare l’affermazione ottusa del ruolo della donna all’interno della famiglia. La gravidanza e il parto spettano solo alla donna! Bisogna chiamarla maternità! Da quando i padri possono partorire? Così dal semplice uso di un termine inclusivo, per chi non si determina all’interno di un genere specifico, si finisce nel solito calderone che svela l’arcano di questa società patriarcale e cristallizzata in categorie opprimenti.

A riprendere la notizia, tentando come sempre di confondere le acque e spargere panico collettivo, sono stati i soliti quotidiani che fanno della lotta al politically correct la loro bandiera. Certo più che una battaglia ideologica la si può intendere come una corsa sfrenata contro la crisi contemporanea dell’editoria. Si sa, spargere paura e preoccupazione tra i lettori è la soluzione migliore per avere un seguito maggiore e un clic sfrenato.

Questo atteggiamento ricorda molto la nascita stessa del concetto di politically correct, quando negli anni ’80 la destra americana ha tentato di combattere una certa direzione più inclusiva all’interno delle università, spargendo terrore sull’impossibilità futura di esprimersi liberamente. L’eterno ritorno. Lo stesso discorso lo possiamo riflettere nel tempo presente, dove reazioni a catena nascono da singoli libri o articoli in cui si tenta di mettere in guardia da una improbabile dittatura, da strane lobby oscure, da complotti contro la libertà individuale (c’è da domandarsi anche se ha senso parlare di libertà individuale).

Intanto, la polemica attorno alla campagna di Primark sembra già essere sparita. Ma ci sarebbe da chiedersi fino a che punto riusciremo a reggere questa corsa all’indignazione istantanea e all’esasperazione di una community sempre più distratta e arrabbiata.

 

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