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Michela Murgia, il queer, la famiglia, le relazioni, le madri, la GPA. Abbiamo letto “Dare la vita”

Ho sempre creduto che la letteratura e lo scrivere non debbano fornire risposte certe, bensì interrogativi spalancati e dubbi inesausti.

Michela Murgia, il queer, la famiglia, le relazioni, le madri, la GPA. Abbiamo letto "Dare la vita" - Sessp 21 - Gay.it
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Ho sempre creduto che la letteratura e lo scrivere non debbano fornire risposte certe, bensì interrogativi spalancati e dubbi inesausti. Approcciarsi a un testo ha a che fare con il posizionarsi sull’uscio di una casa che è dimora di incertezza e di crisi. Ogni scritto, se possibile, dovrebbe sorgere da una frattura e frattanto generare nuove fratture. Questo Michela Murgia lo ha sempre saputo e Dare la vita il pamphlet uscito postumo – è addirittura esemplificativo di questa postura autoriale. Se spesso – e per necessità  – durante la sua carriera la scrittrice ha occupato ubicazioni del pensiero precise con toni assertivi, qui alla sicurezza del ragionamento affianca la certezza della sua complessità e, tristemente, la consapevolezza della fine.

Foto di Alec Cani

Murgia avrebbe dovuto scrivere questo libro in sei mesi. Pare fosse questa, in origine, la scadenza che si era imposta per consegnare il dattiloscritto all’editore Rizzoli. In mezzo, però, come ben sappiamo, ci si è messa la vita con le sue tragedie, persino accelerate, e lei si è trovata a dover sigillare il libro in meno di sei settimane, dettandolo a Raphael Luis Truchet e a Riccardo Turrisi, due dei suoi quattro figli d’anima. Il tempo era poco, troppo poco, per scandagliare questo abisso tematico con un polso più fermo di quello che Murgia è riuscita miracolosamente a tenere. Ma anche se di tempo ce ne fosse stato ancora – mettiamo pure che fosse stato infinito – non ci sarebbero stati procedimenti più consoni o codici più puntuali per gestire queste argomentazioni delicate. Dare la vita è una prima crepa, il primo segno di gesso sull’ardesia: fa rumore, ma non esaurisce il discorso. Non è un caso che sul finire di quella che potremmo leggere come un’introduzione l’autrice scrive: «Vi chiedo di portare pazienza. Quando qualcosa non vi torna datemi torto, dibattetene, coltivate il dubbio per sognare orizzonti anche più ambiziosi di quelli che riesco a immaginare io». È tutto qui, mi sembra, il senso di un testo così breve e prezioso: porre interrogativi per il domani, mettere sul tavolo tutte le sillabe, o le lettere addirittura, per costruire insieme le parole, come nello Scarabeo, e insieme procurare un discorso nuovo o, al limite, ampliare i confini di quello già esistente.

Dare la vita - Rizzoli Libri

L’orazione in questione, tra l’altro, è delle più antiche e delle più urgenti: Dare la vita indaga e mette in discussione la mistica famigliare e quella materna, poi fa il punto in merito alle questioni biopolitiche, etiche ed economiche connesse alla gestazione per altri e osserva tutto da una prospettiva dichiaratamente queer.

Il queer

Partiamo da un presupposto importante: la parola queer è scivolosa, perché indica di fatto tutto ciò che di per sé sfugge dalle maglie della categorizzazione. È una parola ribelle, che fa del significante il suo significato. Non solo indica un’obliquità dell’esistere, ma è essa stessa obliqua. È una parola che sta sulla soglia facendosi essa stessa soglia. Come il libro di cui stiamo discorrendo, come la letteratura tutta quando è fatta bene, questo lemma esiste per generare una crisi, per rendere gli interrogativi inesauribili. A fronte di una confusione direi a oggi ancora inevitabile circa l’estensione di questo significato, Murgia dà una sua personale definizione della queerness:

«Una scelta radicale di transizione permanente, attraverso la quale chiunque può di non confinare in sé e chi ama in alcuna definizione finale […]. Non necessariamente noi persone queer dobbiamo dirci gay o bisessuali per esistere nella soglia salvifica e sempre un po’ selvatica della queerness».

È sacrosanta, certo, e utopisticamente anche esatta, ma ho l’impressione che questa enunciazione fatichi a tenere conto di come la realtà che ci circonda sia ancora assolutamente impermeabile, e anzi repellente, al fascino della queerness. Se tutto diventa queer, allora niente è queerCosì come se tutto è femminismo, oggi, allora niente più lo è davvero. Sul versante opposto, se tutto fascismo, niente è fascismo. Quanto le parole siano importanti lo ha sempre ribadito anche Michela Murgia, che ha fatto di questa convinzione la sua lotta. Proprio per questo motivo, vorrei utilizzare questa parola con più cautela, vorrei tornare a circoscriverla e circostanziarla: l’appropriazione totale del termine porterebbe con ogni probabilità al suo annacquamento e non è, per quanto fondamentale sia e sempre sarà la visione di Murgia, quello di cui la comunità queer ha oggi bisogno dal punto di vista culturale e socio-politico.

Foto via Twitter
Foto di Chiara Pasqualini

La famiglia, le relazioni

Sempre a proposito di queerness, nelle settimane che hanno preceduto la sua morte, la scrittrice sarda si è dedicata diffusamente – sui social e nei pochi interventi pubblici prima del ritiro – a creare consapevolezza intorno ai termini e alle potenzialità della (sua) famiglia queer. Per questioni legali ha sposato, in articulo mortis, Lorenzo Terenzi, affetto di lunga data, ma la loro unione è stata poi celebrata, almeno simbolicamente, da un moltiplicazione dei legami. Quella che solitamente è un’istituzione binaria – dunque patriarcale e anti-queer – nella pratica di Murgia è diventato un dispositivo di emancipazione, un esercizio relazionale che amplia i confini della coppia e recupera una concezione della famiglia, che è ancestrale e futuribile. La famiglia è un villaggio, una somma continua, il luogo ideale dove non contano i legami di sangue né i ruoli. Contano solo le relazioni, che non prevedono fissità (sono queer, appunto) e fedeltà, bensì affidabilità, reciproca indipendenza e cambiamento perpetuo.

Le madri

L’argomento della maternità è uno dei più ricorrenti nell’opera di Michela Murgia. La sua idea del materno è, infatti, spiegata, seppur con i codici della narrativa, nei suoi romanzi più celebri, Accabadora Chirùche, ciascuno a proprio modo raccontano la filiazione d’anima e la maternità d’elezione. Michela non ha mai portato a termine una gravidanza né ha mai adottato figliə. Per la legge, insomma, non è stata, non è, una madre. Eppure lei di figli ne ha quattro. Si chiamano Alessandro, Riccardo, Raphael e Francesco. Non discendenti e consanguinei, ma segni di una scelta reciproca. Quella dei fillus de anima è una pratica antichissima in Sardegna: le famiglie contadine, più povere, affidavano ə propriə figlə a nuclei più abbienti e più sicuri. È la dimostrazione del fatto che il nostro tessuto sociale, così familista ed eteronormato, potrebbe rinunciare a quella che considera la sua cellula primigenia (la famiglia tradizionale) per fare spazio a nuove forme di affiliazione e a relazioni inconsuete e scardinare così i meccanismi sclerotizzati e claustrofobici sui quali abbiamo costruito la nostra vita intima e la partecipazione collettiva.

Michela Murgia con il romanziere Alessandro Giammei
Michela Murgia e Alessandro Giammei, figlio d’anima e curatore di “Dare la vita”

GPA

Ed è cominciando dalla sua esperienza personale e dalla queerness insita nel folklore sardo che Murgia finisce per offrire aə suoə lettorə una riflessione lucidissima sulla gestazione per altri e su quello che in Tre ciotolel’ultima raccolta di racconti pubblicata in vita, lei definisce utero in affido. Le intenzioni sono chiare, ma il procedimento non può che essere complesso: quello intorno alla GPA è senz’altro il discorso più delicato in materia di diritto riproduttivo, ed è anche il più mistificabile. È, direi, un discorso manchevole: la pratica sopravvive, sì, ma le leggi mancano e manca una regolamentazione chiara e precisa, che tenga conto dell’etica e dei diritti, della biopolitica e della questione di classe. Dunque, come si diceva, la pratica sopravvive, ma lo fa nell’ombra. Appellandosi alla necessità di un cambiamento netto e di un’azione legiferante decisa, l’autrice decostruisce il significato della maternità e offre traiettorie inedite, mai battute.

Colpisce e commuove la trasparenza del pensiero con cui Michela Murgia è arrivata viva fino alla morte consegnando alle mani dei suoi figli questo testo, che diventa esso stesso frutto di una gestazione per altri e figlio dell’anima. Dare la vita è un pamphlet di chiara vocazione politica, che nasce nella crisi e genera una crisi. Ora sta a noi proseguire il discorso. A noi tuttə, alla politica e aə intellettuali. Quali però? Quale politica e soprattutto quali intellettuali? L’ultima che avevamo è morta.

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