Renee Nicole Macklin Good aveva un’età in cui la vita dovrebbe ancora permettersi l’illusione del “poi”.
Poetessa, scrittrice, una voce riconosciuta in ambito universitario, è stata uccisa durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Le ricostruzioni pubbliche parlano di un intervento degli agenti, di concitazione, di secondi che precipitano: il corpo colpito, la fine che arriva con la freddezza burocratica di chi chiamerà tutto questo “procedura”. Nuovi video rilasciati dalla Casa Bianca nelle ultime ore mostrano come Good sia stata gentile verso le milizie ICE:
“È tutto ok, non sono arrabbiata con te. Non sono arrabbiata con te”
Queste le ultime parole di Renée Nicole Good prima di essere freddata. “Fottuta stronza” ha mormorato un agente dopo il colpo di fucile. Appena 24 ore dopo il vicepresidente americano JD Vance ha rincarato la dose: “L’agente ha fatto il suo lavoro, lei era una pazza fanatica di sinistra che voleva investirlo“. Una ricostruzione sbugiardata dai video.
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È la morte di una donna queer voluta da un apparato che, quando entra nelle città e nelle vite, porta con sé l’arroganza armata del controllo e di quella violenza che negli Stati Uniti sembra animal spirit fondante della Nazione. Una morte che lascia dietro di sé famiglie, comunità, amici a contare i buchi nel mondo. I morti. E una democrazia nel caos.

Nicole aveva avuto due mariti. Uccisa dagli Stati Uniti d’America, lascia la sua attuale moglie Becca Good. Straziante il grido di disperazione di quest’ultima davanti agli spari delle milizie USA che hanno ucciso Renée. Madre queer di una figlia di 15 anni, di un figlio di 12 e di un bambino di 6. Per i fanatici una delle sue colpe era quella di indicare i pronomi nella sua biografia. E una bandiera arcobaleno LGBTIAQ+.
Un altro video mostra un suprematista bianco esibire con fierezza l’esecuzione dell’ICE: l’uccisione a freddo di Renée vibra con vigore sulle labbra infervorate di un giovane ragazzo in pieno delirio MAGA. “La tempesta è iniziata” dice l’uomo, occhi azzurri iniettati di sangue e vuoto “e nessuno può fermarla. Ieri abbiamo fatto fuori uno di voi” blatera rivolgendosi ai cittadini che per le strade di Minneapolis protestano contro l’ICE.
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La letteratura, quando è vera, non consola: ci riporta la realtà sotto gli occhi. Ce la conficca nel cervello e nel cuore. Con il lessico e la sintassi peculiari dell’artista che abbiamo la fortuna di incontrare. E oggi la rabbia è soltanto una forma minima di rispetto. Contenerla significa camminare sul filo che pericolosamente i neofascismi vorrebbero spezzare. E su quale, anche grazie alla letteratura, riusciamo forse a restare in equilibrio. Come quell’equilibrio che Renée cercava tra fede e scienza.
La poeta: tappe e tracce di una carriera interrotta
Renée Nicole Good era passata anche attraverso il nome Renée Nicole Macklin negli anni universitari. Aveva studiato scrittura creativa alla Old Dominion University e nel 2020 aveva ricevuto un riconoscimento dell’Academy of American Poets. La sua poesia più citata in queste ore, On Learning to Dissect Fetal Pigs, è un testo che fa una cosa rarissima: mette il corpo sul tavolo (in senso quasi letterale) e poi rifiuta la comoda distanza di chi finge che conoscenza e violenza non si tocchino.
Un testo che quei MAGA che vorrebbero far tacere anche Platone, stanno nelle ultime ore infangando, bollandolo di apologia di aborto. Ma nei versi di Good la meraviglia è soltanto una stanza che qualcuno tenta di sgomberare, e che lei invece continua a difendere, con ostinazione, come si difende un’infanzia che non vuole diventare cinismo.
L’8 gennaio è circolato su X lo screenshot di On Learning to Dissect Fetal Pigs, accompagnato dall’insinuazione che “inneggiasse allo squartamento dei feti”. Si tratta di disinformazione: il testo è la poesia con cui Good vinse il premio dell’Academy of American Poets nel 2020, e non esorta alla violenza sui feti. Il giudice del concorso, come riferisce il New York Times, disse che il pezzo si distingue per come confronta brutalità e meraviglia, esplorando il rapporto tra dissezione scientifica e comprensione infantile di fede e memoria. Si legga il fact checking di Facta News.
La poesia di Renée Nicole Good (traduzione fedele)
Imparare a sezionare feti di maiale
ridatemi le mie sedie a dondolo,
tramonti solipsisti,
e suoni di giungla costiera che vibrano come terzine di cicale e pentametri delle zampe irsute degli
scarafaggi.
ho dato via le bibbie ai negozi dell’usato
(le ho sbattute in sacchi di plastica con una lampada di sale himalayano acida—
le bibbie post-battesimo, quelle strappate dagli angoli delle strade dalle mani carnose dei fanatici, quelle
semplificate, facili da leggere, quelle buone per i parassiti):
ricordo più di tutto l’odore di gomma liscia delle immagini patinate dei libri di biologia; mi hanno bruciato i peli
dentro le narici,
e il sale e l’inchiostro pasticciati sui miei palmi.
sotto quarti di luna alle due e quarantacinque del mattino studiavo e ripetevo
ribosoma
endoplasmatico—
acido lattico
stame
all’IHOP all’angolo tra Powers e Stetson Hills—
ripetevo e scarabocchiavo, fino a quando non si è infilato e conficcato da qualche parte che non so più indicare, forse
nel mio intestino—
forse lì, tra il pancreas e l’intestino crasso, c’è il rigagnolo misero della mia anima.
è il righello con cui ora misuro ogni cosa; duro e scheggiato da una conoscenza che un tempo
si posava come un panno sulla fronte febbricitante.
posso lasciarli esistere entrambi? questa fede capricciosa e questa scienza universitaria che strepita da in fondo
all’aula
ora non riesco a credere—
che la bibbia e il corano e la bhagavad gita mi stiano sistemando i capelli lunghi dietro l’orecchio come faceva mamma
e soffiando dalle loro bocche “fate spazio alla meraviglia”—
tutta la mia comprensione cola dal mento sul petto e si riassume così:
la vita è soltanto
ovulo e sperma
e il punto in cui quei due si incontrano
e quanto spesso
e quanto bene
e ciò che muore lì.
