Nessun laboratorio che “sforna baby trans“, nessun indottrinamento gender. Proprio come avevamo ipotizzato in prima battuta, il “Laboratorio per bambini trans e gender creative” organizzato da UniRoma3 con la partecipazione dell’associazione GenderLens, non era altro che un’iniziativa parte di un progetto di ricerca.
Un progetto che sarebbe servito a combattere la disinformazione sull’incongruenza di genere in giovane età, proprio perché, come ha spiegato il rettore Massimiliano Fiorucci – che è anche presidente della Società Italiana di Pedagogia – in un’intervista a Repubblica, si tratta di un ambito ancora poco esplorato.
“Siamo un’università e un gruppo di ricerca ha avviato una piccola attività di ricerca di tipo qualitativo. Un’assegnista ha presentato un progetto per l’ascolto di un gruppo di bambini-adolescenti che nutrono dubbi sulla loro identità di genere. Un progetto, sottolineo, di ascolto, senza alcun tipo di forzatura. Non è un corso e neppure un esperimento e la parola laboratorio gli ha regalato un’aura di mistero che ha fatto esplodere le contestazioni”.
La disinformazione, tuttavia, è esattamente il terreno su cui organizzazioni come Pro Vita e diversi esponenti dell’attuale governo costruiscono la loro crociata ideologica contro la comunità LGBTQIA+, alimentando rabbia e timori infondati e sfruttando proprio quelle lacune di conoscenza che non è nel loro interesse colmare.
La cronaca di questo caso è emblematica: una locandina essenziale, scarna di informazioni, diventa il detonatore di una valanga di fake news, ingigantite e amplificate da una stampa compiacente e da politici che cavalcano l’onda della paura e del pregiudizio.
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Il volantino del “Laboratorio per bambini trans e gender creative” e la genesi della polemica: tutto parte da Pro Vita
Tutto parte il 23 settembre 2024, quando Pro Vita scova un volantino provvisorio, destinato a rimanere interno all’associazione, e lo trasforma nell’innesco per l’ennesima campagna d’odio, tramite un post sul proprio blog dal titolo : “Arriva il laboratorio per bambini ‘trans’ con il supporto dell’Università di Roma Tre“.

Inizia così una narrativa che parla di “indottrinamento gender“ ai danni dei bambini, suggerendo quasi che il progetto miri a insegnare loro come “diventare trans”. La locandina del laboratorio è però estremamente semplice, con poche informazioni: una data, un luogo e la menzione di un’attività condotta da ricercatori con l’approvazione della Commissione Etica dell’ateneo.
“Nell’incontro non doveva esserci, e non c’è stata, alcuna domanda intima, solo un racconto generale e spontaneo attraverso gli strumenti del gioco, vista l’età. Le attività proposte non hanno fatto riferimento diretto all’espressione di genere dei bambini e delle bambine. L’intenzione era quella di conoscere il vissuto scolastico e familiare” – spiega il rettore Fiorucci.
Tuttavia, proprio la scarsità di informazioni permette ai critici di inventare, speculare e distorcere la realtà. Pro Vita parla di “guru del gender creative”, attacca la ricercatrice Michela Mariotto, e lancia una petizione per chiedere l’annullamento del progetto, raccogliendo decine di migliaia di firme – a quanto sembra, non tutte verificabili.
La distorsione mediatica e la reazione politica
La notizia, priva di fondamenti concreti, viene immediatamente amplificata dai media cattolici e di destra, ma a unirsi alle polemiche è anche Marco Rizzo, coordinatore di Democrazia Sovrana Popolare. La stampa costruisce un caso mediatico sulle poche parole contenute nella locandina, inserendo frasi sensazionalistiche che parlano di “bambini che intraprendono iter di cambiamento di sesso“, o addirittura di “propaganda ideologica pagata con soldi pubblici“. Il tutto viene arricchito di dettagli fantasiosi e fuorvianti, che nessuno si preoccupa di verificare.
“Sulla parola laboratorio è partita la crociata e, dietro, il massacro mediatico: hanno scritto che volevamo ipersessualizzare i bambini, li spingevamo a essere trans. Una vera sperimentazione nazista sui minori. L’accusa, fin qui durata sei giorni, è diventata via via più aggressiva” – continua il rettore.
A questo punto interviene Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera dei deputati, che non perde tempo nel presentare un’interrogazione parlamentare. Rampelli accusa l’Università di Roma Tre di voler “condizionare” bambini di cinque anni e di espropriare le famiglie del loro diritto all’educazione.
Le sue parole sono cariche di retorica: parla di una minaccia alla libertà dei minori e attacca duramente il team di ricerca, dipingendolo come un gruppo di “esaltati con neuroni bruciati dall’ideologia gender“. La senatrice Lavinia Mennuni si unisce al coro, chiedendo l’annullamento immediato del laboratorio.
La ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, presenta richiesta di informazioni formale all’Università di Roma Tre, esprimendo la necessità di verificare se il progetto rispettasse i criteri previsti dal bando che ha permesso all’ateneo di ottenere fondi pubblici. Il rettore chiarisce in seguito che “zero euro” di fondi pubblici erano stati destinati all’iniziativa.
La difesa di Roma Tre
Di fronte a questa campagna d’odio, l’Università Roma Tre, tramite il suo rettore, difende più volte, e con fermezza il progetto. Ribadisce che il laboratorio è un’iniziativa di ricerca qualitativa, approvata dalla Commissione Etica, e destinata a studiare il vissuto di bambini e adolescenti con identità di genere non conformi.
Non si tratta di un’attività aperta al pubblico, ma di un incontro rivolto a famiglie che hanno dato il consenso per partecipare. L’obiettivo è raccogliere dati per comprendere meglio le dinamiche sociali e familiari legate all’identità di genere, con un approccio scientifico e non ideologico.
Fiorucci sottolinea che “l’università è un luogo di ricerca indipendente, libero da pregiudizi e condizionamenti, e che il progetto rispondeva a una necessità scientifica, non politica”. Tuttavia, la velocità con cui la disinformazione si diffonde, compie il danno e la propaganda in malafede dell’estrema destra vince: il laboratorio si trasforma presto in una presunta “minaccia” ideologica, nonostante le evidenze contrarie. Il rettore viene definito “un pedofilo, un pervertito, che deve marcire in galera”.
Il laboratorio si tiene, ma il danno è fatto
Si arriva al 28 settembre. ProVita organizza una misera contestazione – appena una decina di militanti – davanti all’ateneo. Nessuno è lì per accogliere il documento, che riporta firme non verificate di oltre 35.000 persone, Fiorucci lo riceverà solo in seguito e commenterà “l’ho vista, molti nomi sono gli stessi ripetuti due o tre volte“.

Il laboratorio, nel frattempo, si tiene in un luogo sicuro e lontano dalle polemiche che non possono e non devono raggiungere le vittime designate di questa spietata campagna di disinformazione. L’Università non perderà i propri fondi, e le attività di ricerca proseguiranno come da programma.
Tuttavia, ciò che resta di questa vicenda è un caso emblematico di come la disinformazione possa dilagare in un contesto già carico di tensioni politiche e sociali. Una locandina con poche informazioni è bastata per generare una tempesta mediatica di enormi proporzioni, arrivata fino alle aule parlamentari. Il rettore dichiara del resto che Pro Vita non ha mai cercato un contatto, per approfondire e chiarire. La lobby catto-estremista si è focalizzata sulla manipolazione della realtà, ignorando i fatti ed evitando pericolosi approfondimenti che avrebbero sbugiardato le proprie armi propagandistiche.
Un perfetto esempio di fake news curata ad arte che, nonostante le smentite e le difese istituzionali, lascia una scia di danni, soprattutto quando il dibattito pubblico viene dominato dalla paura e dall’ignoranza.
“Rampelli, di Fratelli d’Italia, fa un comunicato al giorno – spiega Fiorucci – Ha detto cose pesanti anche Salvini. L’ateneo è stato oggetto di una vera e propria campagna diffamatoria”.
