Mentre l’Occidente assiste, talvolta incredulo e talvolta complice, all’ondata reazionaria che dai palazzi del Congresso americano dilaga fino ai villaggi più remoti dell’Africa subsahariana, passando per il Parlamento ungherese e le aule istituzionali italiane, anche la Romania si sta silenziosamente trasformando in un nuovo laboratorio di conservatorismo nel cuore dell’UE. Un laboratorio meno vistoso di quello ungherese, meno esplicitamente autoritario di quello russo, ma non per questo meno pericoloso.
Qui, a un mese dalle presidenziali del 4 maggio, si respira un’aria tesa, come sospesa tra il ritorno di un passato mai risolto sotto la pesante influenza di Mosca, e la possibilità di un futuro ancora contendibile. Le ultime elezioni, annullate a dicembre dalla Corte Costituzionale per sospette interferenze russe a favore del candidato ultranazionalista Călin Georgescu, hanno lasciato il Paese in una crisi istituzionale senza precedenti. Contrariamente a quanto alimentato dalla propaganda del Cremlino, l’Unione Europea – pur manifestando preoccupazione per i processi democratici in Romania – non ha influito né provato a influenzare la decisione della Corte di Bucarest che ha autonomamente deciso per l’annullamento del voto che aveva visto vincere Georgescu.
Oggi, a guidare i sondaggi per il primo turno è George Simion, leader dell’estrema destra di AUR interceduto a Georgescu, con un consenso oscillante tra il 30% e il 35%. Una cifra che inquieta, ma che potrebbe non bastare a garantirgli la vittoria al ballottaggio del 18 maggio: il sindaco centrista di Bucarest, Nicușor Dan, raccoglie simpatie trasversali e viene dato favorito in caso di secondo turno. Intanto, l’establishment centrista si lecca le ferite, mentre una parte dell’elettorato progressista spera ancora che la democrazia trovi un argine nel voto moderato. Ma l’incertezza regna sovrana.
E in questa ambiguità si fa strada, giorno dopo giorno, una narrazione che ha già fatto scuola altrove: quella che identifica nella comunità LGBTQIA+ non solo una minoranza da silenziare, ma un nemico da additare, per catalizzare consensi e costruire identità collettive basate sulla paura. “Quello che stiamo vivendo” racconta Victor Ciobotaru, portavoce di ACCEPT Romania, principale ONG LGBTQIA+ del Paese, “non è soltanto odio contro le persone queer. È un attacco frontale alla democrazia. Un’erosione lenta, mascherata da difesa dell’identità nazionale”.
Romania, la “normalizzazione dell’odio” come strumento di consenso politico
Il punto di rottura non è stato netto, né improvviso. È accaduto tutto gradualmente: un meme virale, un titolo sensazionalistico, una dichiarazione lasciata scivolare senza replica. Ma oggi la fotografia è chiara. L’estrema destra dell’AUR (Alleanza per l’Unione dei Romeni), nata come fenomeno minoritario e folkloristico, è diventata il secondo partito del Paese, con un consenso costruito anche grazie a una narrazione tossica che trasforma le persone LGBTQIA+ in minaccia esistenziale per la “famiglia tradizionale” e l’integrità della nazione.
“Che si sposino a casa loro, in Olanda, in Francia, in Italia, non in Romania” aveva dichiarato Simion nell’ottobre 2024 in risposta alle esortazioni dell’UE per legalizzare le unioni civili. “La famiglia è composta da un uomo e una donna” ha aggiunto, escludendo esplicitamente ogni possibilità di adozione da parte di coppie omosessuali. Una linea di pensiero perfettamente in continuità con quella del co-fondatore Claudiu Târziu, già volto della Coalizione per la Famiglia e promotore del referendum costituzionale anti-LGBTQIA+ del 2018 – un tentativo, promosso da ambienti ultraconservatori con il sostegno diretto della Chiesa Ortodossa e di diversi partiti politici, di modificare la Costituzione per vietare il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
La retorica del partito non si è però fermata alla politica interna: nel 2021 AUR ha persino scritto una lettera al Ministero degli Esteri britannico per protestare contro la partecipazione dell’ambasciatore del Regno Unito al Pride di Bucarest, definendola un’interferenza negli affari sovrani del Paese: “Sì, ci aspettiamo pienamente che i partiti conservatori e di estrema destra strumentalizzino il Pride di Bucarest durante la prossima campagna elettorale, proprio come hanno fatto in passato. Abbiamo già visto chiari segnali di ciò“.
Ma se da AUR ce lo si poteva aspettare, ciò che più preoccupa è come questa retorica abbia ormai contagiato anche i partiti mainstream. “I Socialdemocratici e i Liberali, che hanno sostenuto nel 2018 il referendum per vietare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, oggi non prendono più posizione. Si limitano a tacere, o peggio: a strizzare l’occhio all’elettorato conservatore” denuncia ACCEPT.
Il risultato è un discorso pubblico sempre più polarizzato, dove l’odio non è più una deriva ma un linguaggio legittimo. “Nella sola settimana successiva al primo turno delle elezioni presidenziali del 2024, abbiamo registrato oltre 30.000 contenuti online a tema LGBTQIA+, molti dei quali ostili, che hanno generato più di 33 milioni di visualizzazioni. C’erano caricature degradanti, appelli alla violenza, perfino richiami alla ‘difesa della Romania da influenze demoniache’” spiega ancora il Ciobaru. Riferimenti che evocano direttamente la propaganda di Mosca e Budapest.
E proprio come negli altri “paesi satellite” del soft power russo — dalla Georgia alla Serbia, dalla Bulgaria all’Ungheria — anche in Romania la retorica dei “valori tradizionali” si è trasformata in cavallo di Troia per introdurre un modello illiberale: autoritario nei toni, selettivo nei diritti, paternalista nel controllo dei corpi. Il discorso sull’ideologia gender non nasce a Bucarest, ma vi attecchisce perfettamente, cavalcando le insicurezze post-comuniste, l’influenza della Chiesa Ortodossa e la cronica assenza di un’educazione sessuale adeguata.
Una narrazione che riesce a prosperare anche grazie alla scarsa consapevolezza collettiva: nel 2024, oltre il 40% dei cittadini rumeni non conosceva il significato del termine “eterosessuale”, e appena il 13% aveva familiarità con concetti come “non-binario”. In questo contesto, il vuoto informativo diventa terreno fertile per il pregiudizio. E mentre una parte crescente della popolazione giovane, urbana e istruita si dice favorevole al riconoscimento delle unioni civili (tra i 18 e i 27 anni, il 48% è favorevole o neutrale; a Bucarest si sale al 59%), la maggioranza rimane prigioniera di una retorica che equipara la visibilità LGBTQIA+ a una minaccia sociale. Il 56% degli intervistati, ad esempio, desidererebbe che i Pride venissero vietati, e il 69% degli studenti queer riporta episodi di bullismo o discriminazione a scuola.
Romania, la comunità LGBTQIA+ sotto assedio
Dietro le statistiche e le retoriche, ci sono però corpi. Corpi che resistono, ma che spesso tremano. Nella Romania del 2025 essere visibili può significare esporsi a insulti, minacce, aggressioni. “Abbiamo documentato un aumento preoccupante di violenze verbali e fisiche — molte delle quali nemmeno vengono denunciate. Le persone LGBTQIA+ hanno paura, e non si fidano delle autorità” racconta ACCEPT. Le leggi contro i crimini d’odio esistono, ma sono raramente applicate: “Molti casi vengono derubricati a semplici discussioni, oppure ignorati del tutto”
Per rispondere a questa lacuna istituzionale, ACCEPT ha lanciato la piattaforma Report Hate, che raccoglie e segnala episodi di violenza alle autorità. Ma è un lavoro di supplenza, non di sistema. “La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2024 su Buhuceanu e altre 20 famiglie contro la Romania è stata inequivocabile: negare qualsiasi forma di riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso è una violazione dei diritti umani. Tuttavia, le autorità rumene hanno mostrato poca volontà politica di attuare la decisione. Ciò che è particolarmente pericoloso è che questa resistenza si verifica in un momento in cui la retorica estremista sta guadagnando legittimità nella politica mainstream. Invece di andare avanti e attuare la decisione della Corte, ad esempio introducendo una legislazione sulle unioni civili, i politici stanno evitando del tutto la questione o la stanno usando per ottenere punti populisti“.
E così, anche gli eventi pubblici diventano bersagli. Marce dell’orgoglio, proiezioni cinematografiche, incontri culturali: ogni espressione visibile dell’esistenza queer è potenzialmente oggetto di contestazione, quando non di attacco diretto. A Iași, nel 2022, un gruppo di estremisti ha lanciato uova e fumogeni contro i partecipanti al Pride. “Urlavano che Iași non è Sodoma. Ma quello che davvero volevano dire è: ‘Non potete esistere’”.
Eppure, quella stessa marcia ha avuto luogo. Con paura, ma anche con orgoglio. “Perché il Pride, oggi, non è soltanto una festa. È una forma di resistenza” dice Ciobataru. “È un atto di coraggio collettivo. Un promemoria, anche per noi stessi, che non abbiamo intenzione di sparire”.
La comunità LGBTQIA+ romena resiste
Nonostante il clima, la comunità LGBTQIA+ romena non è sola. Una parte della società civile si muove, costruisce alleanze, resiste. “Abbiamo partner anche dentro le istituzioni” racconta ACCEPT. “L’Ufficio dell’Ombudsman, per esempio, è sempre stato un grande alleato. Anche quando non era popolare, anche quando non conveniva”. E poi ci sono le reti internazionali: ILGA-Europe, Amnesty, le ambasciate occidentali che ogni anno sfilano al Bucharest Pride. Segnali, certo simbolici, ma importanti.
Il punto di svolta, forse, fu proprio il fallimento del referendum del 2018. “Nonostante la campagna d’odio, nonostante i fondi, la disinformazione e la propaganda, i romeni scelsero di non votare. Quel silenzio fu un atto di dissenso. Un rifiuto collettivo della manipolazione” ricordano da ACCEPT. Un precedente che oggi serve da esempio. “Ci dice che non tutto è perduto. Che il Paese può resistere”.
In vista delle elezioni del 4 maggio e del Pride 2025 — che segnerà il ventesimo anniversario dell’evento — l’ONG sta pianificando una risposta articolata: monitoraggio dei media, strategia legale, alleanze locali e internazionali, comunicazione incisiva. “Non ci faremo intimidire. Anzi, è proprio ora che dobbiamo essere più visibili che mai. Perché non è la paura a decidere se abbiamo il diritto di esistere”.
E mentre l’Europa guarda — distratta, preoccupata o complice, a seconda dei casi — dalla Romania arriva una lezione preziosa: la repressione può avere molte forme. Può non gridare, non marciare, non arrestare. Può anche solo cancellare, sviare, rallentare. Ma ogni forma di silenzio imposta va infranta. “Dopo vent’anni, il Bucharest Pride non è solo un evento. È un movimento. È un simbolo del nostro diritto di amare, di vivere liberi, di essere visti. E nessuna quantità di odio o opportunismo politico riuscirà a zittirci”.
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