Chi ha ucciso Agostina Meravigli? Il cold case della “D’Artagnan” lesbica, tra silenzi e pregiudizi nella Roma del dopoguerra

Un misterioso omicidio avvenuto a Roma nel 1948 torna alla luce. Un caso dimenticato, forse ignorato, che per la prima volta mette al centro una figura lesbica, nella storia nera italiana del secondo dopoguerra.

Ascolta:
0:00
-
0:00
La copertina di "Crimen" sul caso Agostina Meravigli
La copertina di "Crimen" sul caso Agostina Meravigli
7 min. di lettura

La sera del 7 febbraio 1948, a Roma, in via Salaria, una donna viene freddata con alcuni colpi di pistola sul pianerottolo della sua abitazione. Si chiamava Agostina Meravigli, 51enne originaria di Grosseto, ed era conosciuta nel quartiere con un soprannome singolare: D’Artagnan. Il soprannome non era casuale. Agostina aveva un aspetto marcatamente mascolino, portava i capelli corti, vestiva in modo poco femminile ed era considerata da molti una figura “bizzarra”, ai margini delle convenzioni del tempo. Era una donna lesbica, in un’epoca in cui l’omosessualità femminile era totalmente rimossa dalla narrazione pubblica.

Fonogramma del Commissariato Salario con cui si comunica alla Procura della Repubblica l’avvenuto omicidio
Fonogramma del Commissariato Salario con cui si comunica alla Procura della Repubblica l’avvenuto omicidio

Un delitto dimenticato: l’omicidio di Agostina Meravigli

Il caso di Agostina Meravigli rappresenta un’eccezione nella cronaca nera italiana del secondo dopoguerra, come sottolinea Giorgio Umberto Bozzo (QUI l’intervista a Gay.it), studioso e autore de “Le Radici dell’Orgoglio”, progetto crossmediale che si occupa di ricerca e divulgazione della storia del movimento LGBT+ in Italia. Bozzo ha deciso di dedicare un lungo e certosino lavoro di ricerca incentrato proprio sul cold case di Agostina Meravigli, e dallo scorso 21 giugno, ogni settimana è possibile imbattersi in un capitolo sulla vicenda ‘true crime’ pubblicato su Substrack

Per decenni, l’unica presenza LGBTQIA+ nelle pagine di giornali e rotocalchi era stata quella degli uomini omosessuali uccisi, i cosiddetti “omocidi”, secondo il termine coniato dallo storico Andrea Pini. “È evidente come, per tutto il secondo dopoguerra, le occasioni in cui il tema dell’omosessualità finiva sui giornali popolari erano sempre legate a fatti di cronaca nera”, dice Bozzo a Gay.it.

Quello di Agostina è un unicum: una lesbica vittima di omicidio, la cui identità viene rappresentata in modo esplicito, seppur filtrato dal linguaggio e dai pregiudizi dell’epoca. “Questo caso mi è capitato mentre spulciavo i giornali, e mi è sembrato subito di una grande originalità, perché era l’unico caso che io ho trovato – non che non vi fossero altri articoli in cui si diceva, chiaramente o tra le righe, che le persone coinvolte fossero delle donna lesbiche -, ma questo fu un caso che stette a lungo sui giornali, di cui si parlò molto, e di cui si occupò tutta la stampa quotidiana”, ha spiegato il giornalista. 

Una figura “diversa”, quindi sospetta

Agostina non era solo una donna “diversa” per l’aspetto e i modi. Era anche una commerciante indipendente, trasferitasi da Grosseto a Roma nel 1942, e gestiva con un’amica un piccolo negozio di frutta secca. Viveva con una donna, Luisa Buonporto e, a quanto pare, la loro convivenza era oggetto di chiacchiere e sospetti nel quartiere Trieste.

Agli occhi dei vicini e delle forze dell’ordine, Agostina non era una vittima “perfetta”, non corrispondeva all’immagine della donna da proteggere. Al contrario, era una persona “deviante”, quindi colpevole già nel solo esistere. Il risultato? Un’indagine piena di contraddizioni, un colpevole improbabile, e una verità che ancora oggi rimane sepolta sotto silenzi e stereotipi. “Erano anni in cui la polizia era convinta che se moriva una persona omosessuale, per forza gli assassini dovevano essere persone omosessuali. La maggior parte di quegli omicidi non sono stati risolti, perché si andava a cercare il responsabile nei posti sbagliati”, aggiunge Bozzo, contestualizzando il periodo storico in cui si inserisce il giallo.

Un colpevole senza prove: il processo ad Aldo Catelli

Aldo Catelli in un articolo di Crimen
Aldo Catelli in un articolo di Crimen

Nel 1949, dopo mesi di indagini, la polizia arresta Aldo Catelli, un uomo omosessuale di 35 anni, direttore di un negozio di tessuti. L’accusa è pesante: omicidio premeditato. Eppure, Catelli ha un alibi solido, e i testimoni non lo collocano sulla scena del crimine. “È impressionante come a un certo punto tutti si coalizzino, in un certo senso, per accusarlo. È come se il desiderio sia quello di chiudere il prima possibile il caso, non importa a nessuno che venga tirato dentro un innocente, non importa agli inquirenti, perché vogliono risolvere il caso in fretta”, commenta Bozzo.

Il processo si rivela un atto più mediatico che giudiziario: l’uomo resta sedici mesi in carcere prima di essere prosciolto. L’unico motivo del suo coinvolgimento? La sua omosessualità, che lo rendeva “sospetto” per definizione. Anche in questo, il caso Meravigli racconta molto della cultura del tempo: l’orientamento sessuale non solo era motivo di stigma, ma diventava una prova indiziaria, capace di condurre un innocente dietro le sbarre.

“Quando poi questo ragazzo verrà giudicato innocente nel giro di poche udienze del processo, sui giornali romani, ancora per decenni, si cita il caso Catelli per dire quanto la polizia fosse stata incapace”, svela il giornalista.

Il ruolo di Antonietta Blending e Luisa Buonporto

Una foto di Antonietta, nei giornali dell'epoca
Una foto di Antonietta, nei giornali dell’epoca

Nel giallo entra anche un altro personaggio, la giovane 28enne Antonietta Blending, originaria del Friuli. Una sua foto con in calce una dedica – “Al suo D’Artagnan. Antonietta” -, rinvenuta dagli inquirenti nella camera di Agostina, non sfuggì all’attenzione. La ragazza venne inizialmente indicata dalla stampa dell’epoca come la nipote della vittima. Ben presto, però, fu chiara la natura del rapporto – intimo e sentimentale – tra le due donne, noto anche alla Buonporto. 

Altro ruolo cruciale, sarà giocato proprio dalla coinquilina e collega di Agostina, Luisa Buonporto, soprattutto in merito alle accuse di Catelli. Ed è ancora Bozzo a chiarirci il contesto: “Il negozio – in un quartiere borghese della Capitale – di Agostina e Luisa in realtà, a fine giornata veniva molto frequentata da omosessuali. Era un luogo di incontro ‘interessato’. Alcune donne frequentano questo posto – domestiche, signore del quartiere – con la possibilità di incontrare altre donne. Ma viene frequentato anche da altri uomini. Diciamo che era, stranamente, una sorta di luogo per persone omosessuali. Meravigli era una sorta di piccolo despota, era molto volitiva. Il movente avrà a che vedere con una storia di gelosia: emerse che la Meravigli avesse combinato in modo che una persona di cui Catelli era innamorato, in realtà stesse e potesse fare sesso in un magazzino che la donna aveva a disposizione, con un amico di Catelli. La verità è che questa versione sarà molto condita dalla polizia”.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Buonporto è un personaggio assolutamente emblematico: prima accusa un misterioso militare ghiotto di datteri che ebbe accesso al loro negozio il giorno del delitto, fornendo sul suo conto versioni discordanti, poi improvvisamente accusa Catelli, asserendo di averlo riconosciuto come l’assassino dell’amica. 

“È come se tutti avessero necessità di chiudere il caso. La polizia aveva un unico interesse: chiudere questa vicenda, fare una bella figura, soprattutto perché era molto esposta sui giornali dell’epoca”, commenta ancora il giornalista. 

La stampa e la polizia: il pregiudizio che diventa metodo investigativo

Uno degli aspetti più inquietanti che emergono dal lavoro di Bozzo è la complicità sistemica tra stampa, polizia e cultura del sospetto. L’articolo di Alberto Giovannini sul quotidiano “Il Tempo”, datato 1952, descrive con disprezzo gli omosessuali come figure inutili, anzi, dannose alla società. Il tono è sprezzante e feroce: “di tipi simili, per quanti ne muoiano, troppi ne restano”. Una frase che oggi suona come una condanna morale, oltre che una dichiarazione d’indifferenza istituzionalizzata.

In un contesto del genere, ottenere giustizia era impossibile, soprattutto per chi viveva apertamente (o anche solo visibilmente) una non conformità di genere o di orientamento sessuale.

Giorgio Bozzo evidenzia il contesto storico e culturale in cui va ad inserirsi il caso D’Artagnan: “Parliamo di un’Italia molto particolare, appena uscita dalla guerra, che sta cercando di ricostruire un territorio, anche sul piano mentale e psicologico. A me fa un po’ impressione che anche le persone più legate affettivamente o sentimentalmente, nel momento in cui Agostina è morta, dimostrano attenzione ai propri interessi. Ci sono tantissime lettere che vengono scritte sia dall”amica storica’ che dalle sorelle, per aver riavere i soldi, i libretti di risparmio. In realtà sembra quasi che nessuno sia veramente interessato alla soluzione”.

Una storia sepolta dalla vergogna, oggi riemersa

Perché il caso di Agostina Meravigli è rimasto sconosciuto per oltre settant’anni? La risposta sta nella rimozione sistematica dell’esistenza lesbica dalle cronache e dalla memoria collettiva. Le donne lesbiche erano assenti dalla narrazione pubblica, non solo perché meno visibili, ma perché la loro stessa esistenza era considerata inammissibile. Se gli omosessuali maschi, per quanto disprezzati, finivano sulle pagine dei giornali a causa di episodi di cronaca, le lesbiche venivano cancellate. Invisibilizzate. 

In questo senso, Agostina Meravigli è una pioniera invisibile. Vittima di un crimine, ma anche vittima di una società che ha ritenuto la sua vita e la sua morte troppo “scabrose” per essere raccontate. “Agostina viene definita “anormale”, “pervertita”. Si presenta una sorta di “mostro”, però si presenta. È un’evidenza che secondo me era importante recuperare”, dice Bozzo.

Un’occasione per rileggere la storia LGBT+ in Italia

Il lavoro di Giorgio Umberto Bozzo, oltre a rappresentare un’indagine storica attenta e puntuale, è anche un atto di riscatto. Riportare alla luce storie come quella di Agostina significa inserire anche le soggettività lesbiche nella narrazione delle lotte, delle oppressioni e dei silenzi che hanno segnato la storia LGBTQIA+ in Italia.

Questa vicenda ci ricorda che la visibilità è anche una questione di memoria, e che dare nome e volto a chi è stato dimenticato è un atto necessario per costruire un presente più giusto. “Questo fatto di cronaca decodifica un po’ il periodo. Ti dà degli elementi anche per comprendere cosa accadeva veramente in quegli anni. È un documento ulteriore per fare comprendere che la popolazione LGBT in Italia era compressa, era schiacciata. C’era sempre questo stigma, questo giudizio negativo, questo disgusto, questo disprezzo che schiacciava tutto”, commenta il giornalista e attivista.

Un cold case ancora aperto: possiamo risolverlo?

Chi ha ucciso Agostina Meravigli? La domanda resta senza risposta, ma oggi possiamo almeno provare a formulare ipotesi, riaprire il dibattito, dare dignità alla sua figura. Il progetto “Le Radici dell’Orgoglio” ci invita a farlo con spirito critico e coscienza storica, riscoprendo le tante storie taciute che ancora attendono giustizia.

“Io mi sono assolutamente fatto un’idea. È un’ipotesi  – ovviamente non ho le prove per poter dire chi è il colpevole -, però c’è un personaggio di questa vicenda che è fortemente sospettabile ed è interessante come la polizia, in realtà, non approfondisca questi sospetti, anzi a un certo punto stranamente ‘scompare’ e non se ne sa più nulla. Ma aveva oggettivi motivi per poter essere l’omicida o quantomeno il mandante dell’omicidio. La dirò alla fine, ovviamente”, dice Giorgio Bozzo, senza lasciar trapelare nulla. 

Per la prima volta, una donna lesbica uccisa nel dopoguerra non viene archiviata come nota a piè di pagina, ma torna protagonista. E in un’Italia che fatica ancora a fare i conti con il proprio passato, questa è già una piccola rivoluzione.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.